A tre anni dalla precedente, arriva la seconda pubblicazione del poeta campano Marco Tufano, dal titolo Granito e bauxite (Transeuropa 2020), in uno spirito di continuità ma anche di rafforzamento ed ampliamento del complesso contenutistico e stilistico della silloge Principio verticale (96, rue de-La-Fontaine 2017).
Già dal titolo della raccolta in questione, veniamo posti di fronte ad una dichiarazione tellurica: quando l’io poetico dichiara «mentre oscillo sulle mie / ginocchia di granito mi creo ed esisto» (p. 8), ci mostra delle giunture al contempo salde e rigide, coraggiose ma fragili nella loro mancata elasticità, su cui cammina l’esperienza della scrittura. Quello che si sviluppa nella poesia di Tufano è uno sguardo d’angolazione dichiaratamente limitata, necessariamente manchevole di una globalità ermeneutica su un mondo che si scolla e perde compattezza, infondendoci una sensazione inquieta di opacità e non interpretabilità del mistero umbratile che fonda il vivere.
Il dolore staziona in ogni vocabolo come un marchio infuocato che riflette l’attività di osservazione degli schianti portati nella valigia che ci trasciniamo dietro per tutta la vita. A difenderci non ci sono «linguaggi d’eterno» (p. 10) poiché essiccati inesorabilmente sulle labbra, graffiate da parole mai consolatrici che ci collocano «a lunga distanza ancora dal canto felice» (p. 12), e questo inquadra la scrittura di Tufano come una volontaria esposizione agli agenti abrasivi che insidiano ogni gesto e attimo. Sembra perciò che essa proceda con un andamento geologico, attraverso una stratificazione che ricalca l’esperienza, mostrandoci un affastellato archivio «nel bianco più buio dei ricordi di sangue» (p. 14), nel cui contesto si colloca la tensione relazionale tra realtà e interiorità, ponendo quest’ultima come luogo convenzionale di contatto ma anche di confine, di «trincea disarmata» (p. 18) per una perpetua battaglia.
In questo quadro il mondo è «tutto nel campo visivo» (p. 22) e lo dichiara assiomaticamente l’autore, visto che ciò che viene fermato nella scrittura è ciò che attraversa il riquadro della finestra, e sarà questo il metodo difensivo per non essere trascinati via, annegati nella prolificità di segni contraddittori e laceranti: «le ecchimosi / di questo posto umido che annega / nelle infiltrazioni» (p. 23). Questa convinzione si manifesta nell’utilizzo di una costellazione semantica che richiama una complessità elementale da cui non ci si districa agevolmente: «giorno sporco», «delirio di chimica / incoscienza», «i cementi del cantiere abusivo», «all’uso della fatiscienza», «il muschio residuo / della decadenza» e, nell’angoscia determinata dall’insistenza della suffissazione negativa («incerti», «indefiniti», «interminati»), si evidenzia il disorientamento che combatte contro l’affievolirsi della luce sfuggente dalle mani, nello sbiadire dei ricordi che nella transizione della materia assumono la propria cifra sostanziale e storica.
Se la prima sezione “Granito” ha un andamento cogitativo e introspettivo, la seconda, dal titolo “Bauxite”, sembra voler coagulare avvenimenti e fotogrammi, concedendosi un andamento più evenemenziale, pur sostenuto da brani di visionarietà che legano l’agglomerato di materiali invasivi rilasciati dal contesto circostante la parola («niente in compenso ci sarà insensato / al di qua di ogni fine, fosse anche per un ultimo / tuffo al cuore», p. 41). Qui il dettato si intreccia ad un effetto mimetico che attutisce gli accenti più addolorati e combattivi, anche se poi incontriamo diverse eccezioni in cui emerge distintamente la protesta, la visione alternativa. Su tutto si staglia «il buio che incombe denso» (p. 46), inesorabile, che ingoia il romanzo delle nostre sofferenze, ambientato nel silenzio di fondali metropolitani polverosi, inferni residenziali da esplorare alla ricerca di quella «presunta felicità delle piccole cose» (p. 49), sulla quale non si può però non continuare ad esercitare il proprio beneficio del dubbio. Alla fine anche noi osservatori meticolosi, testardi attraversatori del limite, della cui invalicabilità ci rendiamo conto solo troppo tardi, «ingialliamo per scamparci» (p. 52) e fuggiamo inorriditi dalle nostre stesse ferite.
Unico rifugio che ha potere di difesa è quel «tempo fermo» che sospende la caduta nel «resto dell’abisso» (emblematico titolo della terza ed ultima sezione del libro) e ci salva dal «dopo / che non è morte – e non è niente» (p. 56). In questa sospensione, che è in fin dei conti la nostra vita, unico lenimento sarà «vomitarsi nelle pupille / tutti gli sguardi del mondo / per dirsi tutto il niente / di questa inspiegata bellezza».

 

da Granito e bauxite (Transeuropa 2020)

 

Ignoravo quale dei soffi mancasse al viso
nell’inferno di figure raccattate al mercato
delle coincidenze, null’altro sulle ginocchia
sedati da questa nenia mariana del maggio
un fiore e le sue lacrime di piombo liquido,
il ritorno alla terra, schiacciati, derise nullità
esposte al clima, al caso, alle nostre lame
eppure fedeli ai colori dell’ambra
ai passi circoscritti delle ombre artificiali.

 

* * *

 

Nella periferia della provincia senza scampo
i cavalcavia volavano sull’autostrada come me
sulle rotte inesperte dei portalettere:
su quelle già segnate dai ricordi di un anno
i compagni camminavano fianco a fianco
per le strade a lasciare fiori iridescenti,
un libro che si chiude in Via del capitolo.

 

* * *

 

Ti vedo a metà tra il bianco e le occhiaie,
nascosta tra gli anni sbiaditi, tra le corse
sul Grande Raccordo Anulare:
un ritorno di carta pesta
e colla vinilica raspa le braccia,
insanguina i passi,
guarda alle spalle
mordere ancora la spugna.
Parlami adesso delle nuove strade
glorificate dal sangue,
salvate dal male.

 

***

 

L’acqua limpida dei mari d’aprile
bagna il passo sulla battigia,
basta solo una presenza lontana
di un nomade e la sua fisarmonica
per costruire dei sogni di cemento
armato di ferraglia arrugginita
per darci ancora la possibilità
di crollare quando ci va
e nuotare forte fino a svenire
morire col sale in bocca
bruciare negli abissi.

 

 

Marco Tufano nasce a Napoli nel 1989, in adolescenza predilige gli studi classici, poi si iscrive dopo pochi anni al corso di laurea in Editoria e Pubblicistica. Consegue la laurea nel 2016 con una tesi di ricerca sul giornalismo letterario e la letteratura giornalistica nel binomio Pessoa-Tabucchi. Nel 2016 è finalista al premio “Poesia di Strada” (giuria presieduta da Maria Grazia Calandrone) ed è tra i primi 25 al “Premio Zeno”. Nel giugno 2017 pubblica la sua silloge d’esordio Principio Verticale (96, rue de-La-Fontaine Edizioni – Grosseto), con questo nel 2018 riceve una menzione speciale al Premio “Aoros – Valerio Castiello”; il centro Cultural Tina Modotti ha tradotto un suo testo in spagnolo; suoi testi sono comparsi su «La Repubblica» di Napoli per la “Bottega di poesia” a cura di Eugenio Lucrezi, sul blog “Bibbia d’Asfalto” e su “InVerso – Giornale di Poesia”; note critiche alle sue pubblicazioni sono state curate da Mario Famularo per “LaboratoriPoesia”.

 

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