L’idea di una ecologia della natura, di una natura che va curata, salvaguardata, tenuta con riguardo, ci sembra in questo momento storico uno dei maggiori elementi di pensiero e di meditazione sulle cose che ci riguardano, in una dinamica di sguardo e di pensiero che si definisce tra lo scrivente e il paesaggio circostante. Il libro di poesie di Francesco Genitoni porta il titolo di Archivi e paesaggi (Book Editore 2020). Con la parola archivi possiamo cogliere un luogo della memoria, una raccolta di documenti non sempre per il nostro sentire così ospitale, un posto antologico, uno spazio racchiuso contenete riserve impensate di realtà e di immaginazione. Un particolare delle nostre percezioni è emblema di verità documentaria, un esatto documento del nostro stare con le cose, non escluse le più intime.
Il discorso diventa più ampio per quanto concerne il paesaggio, se i luoghi come un pulviscolo di radici che precisano un paesaggio sono nominati, se lo scrittore in versi che parla di un paesaggio non definisse pienamente un luogo, in questo caso Vetto d’Enza e i dintorni dell’Appennino Reggiano. Genitoni è uno scrittore eclettico (tende a una sorta di eclettismo condensato, se si può dire), riferendomi innanzitutto a Silvio D’Arzo, alla sua ammirevole versatilità compositiva. Infatti come altri poeti-scrittori del territorio emiliano: Delfini, Cavani, D’Arzo, tutti loro sono scrittori di romanzi, racconti, poesie, diari; sono narratori che hanno scritto poesie (forse Cavani più degli altri ha avuto la poesia come suo punto centrale); e Genitoni attraverso le sue proprietà duttili di scrittura, riesce a toccare più stili e differenti modi di espressione letteraria, dal saggio storico, al racconto, alla poesia. Prima di tutto e credo che sia giusto sottolinearlo, Genitoni è uno storico (ricordo un suo libro documentato e scritto benissimo sulla resistenza nella valle del Secchia poi ristampato di recente da Incontri Editrice intitolato Soldati per conto nostro; la prima edizione, quella da me letta, è del 1989) e come tale in lui, e può essere una prerogativa illuminante, agisce un pensiero che si basa sui documenti, sulla verità dei fatti che bisogna riferire, nel bene e nel male, come essi sono.
Con il termine archivi si riflette nella sua poesia una dimensione poetica come principio determinante di una situazione personale documentata. La poesia è un documento sottratto al consumarsi dei giorni. Non è un caso, insomma, che questo nostro scrittore emiliano appartato, o meglio, che osserva le cose in disparte ma presente nei nostri pensieri (e detto sottovoce: a quando una nuova rivista fondata da scrittori, da critici, da poeti magari intitolata proprio Pianura Emiliana, dove si discute, dove si scrive senza essere provinciali, ma che dalla provincia si possono osservare le cose del modo facendo ricerca poetica-letteraria e non solo?); abbia un rapporto con la poesia non nostalgico e neppure analiticamente eccessivo riguardo a ciò che accaduto in questi anni nel campo, spesso molto confuso, ridondante e talvolta inconcludente, della poesia. Con ciò non voglio dire che le polemiche quando ci sono o ci sono state nel presente come nel passato: avanguardie e gruppi, parole più o meno innamorate, poetiche e parole d’ordine sulla cresta dell’onda, siano state disattese dal suo pensiero critico. Genitoni ha fatto la scelta (ognuno deve seguire il proprio destino, è un atto di umiltà) di stare nel suo cammino, non so quanto protetto, di viottoli emiliani tra pianura e Appennino. Riprendendo il titolo di una delle poesie più belle del libro, Francesco Genitoni è stato tra i confini, ha riletto i suoi archivi, ha mirato i propri paesaggi con un piede nella fangosa e terragna preistoria del proprio sentire e con l’altro nella costruzione di una poesia nel suo farsi civiltà di una memoria storica. E immerso nella legalità della natura e dal suo riverbero come può essere un giardino al fianco di una casa di campagna dove poco più in là si apre una boscaglia misteriosa (la natura in Genitoni è un luogo-deposito familiare ai margini della illegalità selvatica di un luogo abbandonato), ha costruito una poesia, una casa fatta coi sassi di fiume, come un qualcosa di non preordinato. La memoria storica della poesia deve essere giusta, la sua forma poetica può essere imperfetta, proprio come la storia con la maiuscola, spigolosa e arida di effetti estetici. E come suo antecedente nello stile, nel passo ritmico dei versi, in una metrica di respiro musicale riscontrabile nei componimenti più lunghi (e sono i più esatti), nello stare nel giardino della poesia ad osservare un qualche incanto, c’è la poesia di Attilio Bertolucci, in Bertolucci il segno della nevrosi si esplicita proprio nel rapporto tutt’altro che luminoso con la natura. Rispetto alla poesia di Bertolucci, che è un maestro, in Genitoni ci sembra di intravedere una musica non cercata, un lucido aspetto ironico del dire un poco acre e sapienziale nella brevità del verso (è l’aspetto meno riuscito del libro che si sfilaccia un po’ verso la fine), una non ossessiva e accelerata musicalità nella misura ondulata del verso lirico. C’è, insomma, nell’epicentro di questa poesia, Genitoni riprende, non a caso, una frase da un romanzo di Roman Gary «Credevo alla bellezza, e quindi alla giustizia», un intendere in modo giuridico ciò che la storia riconosce alla poesia stessa, e di come a lei, alla poesia, la storia si intrecci passandogli accanto.
Riporto per intero Mattina di dicembre (la parola “metati” sta per rustici edifici in mezzo ai boschi):

Mattina di dicembre

In questa prima mattina di dicembre
in una nebbia diradata che appanna
a bolle argentee e dà nuovo spessore a
monti colline prati boschi ai sassi
ai bassi giri d’acqua del torrente
a querce d’ottone arrampicate d’edera
case isolate e borghi a case vuote
e nulla toglie anzi dà dona luce
che ti svela squarci mai notati
in un silenzio stupito d’ogni cosa
andare
immerso corpo occhi cuore
assorbire bere diventare
ogni monte collina pianta prato
bosco strada casa isolata borghi
finestre chiuse e via via risfogliare
rispolverare uomini donne e loro
bestie paesi campi e rive metati
case borgate gonfie di persone e
andare
lento e svelto a ritrovare parole
storie lavoro i minimi frammenti
scritti con nebbia narrati da silenzi e
andare
col sole a raggi larghi or ora apparso
filtrato tra le bolle della nebbia
a tranquilla eccitata mente andare
ricercare
in naturali pazienti infrequentati
ma non per questo meno vivi e vivaci
archivi.

 

Nelle tre cartelle critiche a conclusione del libro Alberto Bertoni, con molto intuito, scrive che per la poesia di Francesco Genitoni si può parlare di surrealismo autoctono. E’ una sorta di cononoscenza poetica locale del proprio io nel suo specifico territorio spostata sul piano dell’onirico. Proseguendo il sentiero critico di Bertoni possiamo affermare che il surrealismo autoctono e il suo significativo bagliore, tocchi un aspetto visionario, un poco allucinato, in definitiva, legato a un trascinamento delle cose dentro alle profondità del paesaggio emiliano. Una poesia quella di Genitoni a prima vista legata a una tradizione poetica ben precisa; rifaccio di nuovo il nome di Attilio Bertolucci con quello del Pascoli più seducente con tutto ciò che riguarda il tema della natura, compresi gli uccellini che cantano sulla pagina per onomatopee. Più in generale si può dire che il poeta emiliano sente nella natura (perchè gli è stata sottratta come dal fato?, perchè è un miraggio che non tocca mai definitivamente?) un riflesso drammatico del proprio io, ne fa un respiro intermittente che lo porta verso il racconto in versi; ma la natura nel poeta non è mai statica contemplazione di una qualsiasi bellezza. Non esiste in poesia una sacralità della natura per chi parla di natura, una natura recintata e sacra e detta a priori; ma può esistere, caso per caso beninteso, una trasformazione creativa della natura attraverso lo sguardo attento del poeta. Il filosofo francese Michel Serres ne Il contratto naturale, ed è un libro di tanti anni fa, prefigurava lo scontro (sempre più aspro e complicato) tra civiltà e natura; qui Serres riflette di un nuovo patto con la Natura tra ambiente-luoghi-persone, facendo della natura un nuovo soggetto del diritto, di un contratto sociale tra gli uomini e l’ambiente. La Natura intesa come oggetto giuridico da preservare.
La domanda dalla lettura di Archivi e paesaggi può essere: di quale bellezza rispetto alla natura parla il poeta? È sempre il sintomo di una bellezza contemplativa? Vi sono luoghi trascurati che impattano nel nostro archivio di memoria anche e di più in confronto a luoghi assolutamente edenici. Sono, per esempio, case e palazzi che precipitano dentro la natura, isolati luoghi di cemento dentro a cose selvatiche; sono uno dei tanti luoghi dimenticati, evocati nelle poesie e nei film di Pasolini. Non sempre in poesia la causa è anche suo immediato effetto. La natura presa di per sé può non creare nostalgici rimedi attraverso la poesia. Tuttavia la trasformazione di un paesaggio a luogo sociale, come è avvenuto nella piastrella valley della piana di Sassuolo (da Scandiano in provincia di Reggio Emilia, fino a Maranello e oltre nella provincia di Modena) dovuta alla forte presenza industriale delle ceramiche, dal boom economico ai primi anni Settanta, e allo sfruttamento delle risorse, prima di ogni altra cosa, del fiume Secchia, può creare un immaginario partendo dalla realtà a volte inaspettato. Siamo nati in un luogo, il luogo influisce su noi, determina alcune caratteristiche del nostro vivere e scrivere, ma siamo poi noi stessi a nostra volta psichicamente a inventare come dal vero un luogo psichico cosiddetto ideale. Genitoni nella sua poesia attua una sorta di vigilanza mnemonica divenuta lirica nella scansione elegiaca di microracconti in versi, in una poesia cosciente ma che altrettanto coscientemente, ecco finalmente lo svelarsi della nozione di surrealismo autoctono, non dismette il flusso dinamico della propria immaginazione. Lo si ricava dall’accensione esistenziale, nell’uso (nell’idioma di Cola, sempre Appennino Reggiano) della lingua dialettale in poesia. Nel dialetto di Sassuolo reinventato poeticamente da Emilio Rentocchini -a cui Genitoni per trasposizione di lingue guarda per le sue composizioni-, le armoniche dei versi si rinserrano nelle ariostesche ottave ridando luce alla realtà delle cose, alle azioni e ai pensieri emotivi delle persone, in uno spiraglio pressoché assoluto di meditazione metafisica. E su questa strada e viottolo, tra paese e città industriale nella pianura verso l’Appennino, in un tragitto più o meno impervio, sempre da ripercorrere, sempre da meditare, che nella poesia di Genitoni si riascolta la trepidazione per ciò che passa nella vita e che non c’è più. Si risente il trasporto fangoso della terra, la comunità raccolta, il rituale della sepoltura e il ricordo dei sopravissuti su di una lingua di terra. La contrada di tutti. E ancora: la pianura emiliana con le sue contraddizioni ineliminabili, le erosioni del terreno e della memoria erosa dal tempo, i calanchi sempre mentalmente presenti di un mare preistorico che c’è stato, le acque del Secchia, l’estrazione dell’argilla vicino alla campagna, la modificazione dei luoghi primari, speranze e utopie, insediamenti e coltivazioni, residui di natura e di umana natura come la sopravvivenza della poesia all’estinguersi dell’esistenza.

 

da Archivi e paesaggi (Book Editore 2020)

 

Dopo la campagna invernale

Tronchi di meli e susini spezzati
noci con rami rotti storti arresi
peri gialli di licheni crettati
nelle rive salici franati –
finita la campagna invernale
innumeri si contano i cadaveri.

Tubi gronde rigagnoli cunette
argenteggiano e risuonano a ogni ora
di concerti di gocce in plich maggiore.

C’è tropp’acqua nell’impasto terroso
del mondo che si sfarina molle
e in bolle fangose scompare dentro
buchi tombini fossi torrentelli.

Sullo sfondo dei monti ancora bianchi
il primo che ha il coraggio di far fuoco
sul freddo ritardato è il corniolo
con fiorellini gialli come soli
esplosi in fitte rose di pallini.
Nel piccolo si avvia la ripartenza.

 

Grembiuli azzurri

All’ora di chiusura dei negozi
è un correre di donne in bicicletta
con il grembiule azzurro nella sporta
a fare un po’ di spesa per domani.

Domani la ceramica le aspetta
formiche azzurre nei vasti capannoni
sovrastate da polveri e rumori
di corsa tra piastrelle gabbiette
nastri presse retini smaltatrici.

E alla sirena via di corsa -caldo
semafori freddo macchine camioni-
le formichine azzurre in bicicletta.

 

Francesco Genitoni, nato a Cola di Vetto nell’Appennino Reggiano nel 1951, dal 1961 risiede a Sassuolo (Modena).
Ha pubblicato: il saggio storico Soldati per conto nostro (Vangelista Editore, 1989, Incontri Editrice 2015); il racconto per ragazzi Ruscello bello si innamora (Einaudi 1995), i racconti Animali circolari (Quaderni del Masorita 1997), i romanzi Carte della delizia (Diabasis 2002) e Il tempo forse (Aliberti 2004); la raccolta poetica Da una vita frammentaria (Incontri Editrice 2009) e il reportage In viaggio con Eleonora. Dall’Italia a Medugorje, tra preghiera e carità (Incontri Editrice 2015) e Archivi e paesaggi (Book Editore 2020).

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