Dalla prefazione di Stefano Serri

Abbandonare, ma senza tradire: la poesia di Attraversamenti si fonda su un paese lasciato, ma non dimenticato, un piccolo paese calabrese, un “paese presepe” dove si parla arbyresh, la lingua della popolazione albanese qui insediata da secoli. Parte da lì Michele Gangale, per approdare poi al carso triestino. Da un nido di migrazioni, che ha maturato nel tempo una sua poesia, pur se appartata, nutrita di rapsodie e tradizione orale, Gangale approda a un intrico di confini, con una letteratura ricca e consapevole, con autori come Tomizza, Andrić, Kosovel. Il poeta sembra trovarsi in buona compagnia con questi traghettatori di culture, tra terre sempre lontane anche quando raggiunte, e città dove, anche se si è arrivati da tempo, non si è poi sicuri di viverci davvero dentro. Da Mostar alle favelas, dalla Calabria al nord-est italiano, l’autore delinea «con la sobrietà e il pudore propri dei narratori popolari del passato» molte traiettorie, concentrato sui percorsi degli altri più che sul proprio, raccontandoci di averli intercettati piuttosto che di averli lui intrecciati; parco nell’esporsi, ma carico della forza d’attesa di chi, il mondo, lo vive se lo attraversa. […]«Lo sguardo rivolto altrove / silenzioso ascoltava […] uno sguardo nuovo lo seguiva.» Il passaggio da uno sguardo all’altro: è così che si costruiscono le storie. Nel libro di Gangale molte volte lo sguardo è la causa, la casa, il cuore, lo snodo del poema. Abbiamo occhi piegati che non riconoscono le strade. Oppure abbiamo lo sguardo benigno di un’anziana, capace di proteggerci da un triste destino, o gli occhi inquieti di chi vive braccato: «si nascondevano a ogni segno, a ogni presenza di guardiano». Sembra quasi che a camminare siano, più degli uomini, i loro occhi, giocando a nascondino con le paure e i nemici. […] Ma quali storie ci raccontano questi sguardi? Cammini, tristezze che trovano casa o silenzio,riti funebri o cene frugali. E le storie sono nomi, nomi propri: Nora, Mara, Antonio, Mira, Said, Demetrio, Piero, Nasir e altri ancora. Alcuni sono morti, sono ndiemi, perdonati da Dio, un termine arbyresh che si mette davanti al nome di una persona scomparsa, nella speranza e nel desiderio di saperla in un luogo migliore. Sono storie portate a termine, che non si interrompono davanti alle esistenze degli shkreti, espressione quasi intraducibile che connota chi è stato segnato da un destino sfortunato, persone ai margini che conoscono la solitudine o un disagio, fisico o psichico. […] Le poesie di Attraversamenti, composte dal 1968 al 2016 e qui raccolte dall’autore, non cercano in nessun modo di esercitare un potere sul lettore, né da un punto di vista delle rivendicazioni politiche, né da un punto di vista letterario. La povertà lessicale, l’apparente ingenuità della lingua, il rifiuto di citazioni o manierismi letterari: i versi di Gangale non si appoggiano ai temi e agli stilemi di correnti o capiscuola contemporanei; non cercano di ingraziarsi nessuno, non vogliono neppure manifestare una rivolta o lamentare un’estromissione come minoranza. […] Anche quando ci parla di sofferenza e sconfitte, di morte e di perdita quotidiana della quotidiana speranza, Michele Gangale non urla, non declama, ma neppure tace, spaesato ma non spoetato: sceglie le parole, poche, con un pudore memore della fatica e dei chilometri percorsi, chilometri che non sono traiettorie lineari sotto cieli tersi e neutri, ma gomitoli di strade sotto cumuli di volti e lingue e culture addossate l’una all’altra. Rimane attento ai gesti, il poeta, come quello antico della mano che porge un dono, ritrovato tra i pescatori di Lampedusa che accolgono i dispersi del mare […]. Gjaku jon i shprishur rron: la nostra semenza dispersa continua a vivere. Questo è il saluto arbyresh dopo lunghi distacchi in terre straniere, ricordo degli antenati partiti tra il XV e XVI secolo dai balcani verso le coste italiane. Ty shrpishur: uomini disseminati.
Come puoi prendertela con un seme? Un seme non puoi fermarlo per perquisirne il senso, e dirgli: aspetta! devo vedere se la vita che hai dentro va bene alla mia terra. Non lo puoi respingere, un seme, o avrai un futuro senza frutti, ma anche senza fiori. Il seme parla solo quando cade in una terra; se lo si chiude troppo a lungo in una cassa o lo si butta in acqua, muore (forse) inutilmente. Ma i poeti… cosa possono farci i poeti? Con le poesie, come queste di Attraversamenti, ci mettiamo tutti un po’ di terra nelle tasche, per portare con noi, nascosti e difesi, ancora vivi, i semi degli altri. Le poesie, inutile dichiararle alla dogana. «Quella terra / non è una terra straniera / per chi ha attraversato il deserto.» Così, quegli uomini e questi uomini non sono stranieri, se abbiamo attraversato il nostro deserto. Passato il confine, abbiamo interi paesi dove confidare alla terra i semi degli altri e ricominciare a raccogliere. Io sono un paese, dice ogni volta il poeta.

 

Da Attraversamenti (Edizioni Kolibris, 2019)

Partire

Ha visto le grotte annerite,
buie come il buio
della notte d’inverno al paese.
Spaurita,
il barcaiolo cercava
che l’accogliesse nell’arca,
la riportasse alle terre
della pietra e della ginestra.

Voleva partire, staccarsi
dalle grotte annerite.
Ma l’ora che intenerisce gli sguardi
era già trascorsa a Duino,
era già partito il barcaiolo,
e le strade ormai erano spente.

La parola o la preghiera
potevano forse lenire
l’attesa in quel deserto.

Domani
potrà percorrere forse
il sentiero lungo il fiume,
seguire il corso delle acque e a sera
trovarsi in paese meno fragile.
L’icona di santa Venera,
là dove il paese comincia,
accoglie i viaggiatori e i dispersi.

Questo raccontava in sogno suo nonno,
camminatore in terre lontane, sorpreso
più volte dalla notte.


(2009)

*

Ultimo ritorno

Le nebbie dei mari del nord
accompagnavano le ore del mattino,
intorpidivano il cuore.
Vivere tra le mura
di quella città straniera.
Ma negli anni sessanta
partivano tutti –
non si poteva
vivere come prima in paese
con un tozzo di pane e due fave.

Ora,
vinta dal male,
si preparava
a lasciare la vita e tornare,
e dormire
tra la terra rossa e i burroni,
nel paese delle strade petrose
attraversate dagli asini
al tempo dell’infanzia.

L’icona di santa Venera,
nella nicchia di pietra imbiancata di calce,
là dove il paese comincia,
da sempre accoglieva
chi tornava da viaggi lontani.

(2008)

*

Continuerai a raccontarmi

Continuerai a raccontarmi nel sogno
dei giorni lontani,
quando mio nonno migrante
nella Merica Mala
ritornò nell’antico rione,
col suo baule da mericano
e lo sbigottimento nel cuore:
rivedeva il figlio lasciato bambino,
ora già uomo e dolente
della lunga assenza del padre,
nella vecchia casa fredda,
negli interminabili inverni,
tra libri anneriti e il piccolo orto.

(2012)

*

Spaesati

Si allontanava dal paese
dove viveva spaesato,
come sui deserti della luna.
Percorreva a piedi le campagne
come i camminatori antichi.
L’ora tarda lo sorprendeva,
vicino a una tettoia si fermava.

Lo ricordava zio Pietro
con lungo silenzio,
con parole sorprese.
(Da molti anni ha varcato il ponte,
lui pure è terra e mistero).
Lo ricordava zio Pietro
con parole sorprese: “ndiemi” – diceva zio Pietro
del suo amico scomparso, “ndiemi”,
il perdonato del Signore,
con le parole della lingua antica.

(2011)

ndiemi: per richiamare una persona scomparsa, si faceva precedere il nome da ndiemi (il perdonato del Signore), parola arbyresh che riassume sentimenti di affetto, consapevolezza del distacco, bisogno di silenzio di fronte al mistero della morte.

*

Nel borgo antico

Sulle porte chiuse il vento batteva,
entrava nelle case dei poveri,
la lumera spegneva.
La sera giungeva anzitempo
e nuvole ferme portavano il silenzio.
La chitarra abbandonata in un angolo,
il mastro aveva chiuso la bottega;
non risuonavano più,
per i vicoli del borgo antico,
le parole dell’amore e del destino.
La Bella Morea era un sogno sfuggito,
e la cena
era un tozzo di pane e due olive.

(2012)

Te katundi i vietyr

Te dderat ty mbihtura era frix,
hix te shpivet e shkretavet,
linarin shuex.
Mroma rox mo par se hera
e reat, pa tundur te kjali,
kjetezhin biejin.
Ningk gjegjejin mo,
te udhat ty ngkushta e katundit,
fiallat ty tombula e dashuries, e shortes.
E Bukura More ish si njy ondr i shuar,
e ty haje, te triezha,
vetem njy zzop buk me ddi ghinj.

(2012)

Traduzione in arbyresh di M. Gangale.
La grafia adoperata è quella elaborata dall’albanologo
Giuseppe T. Gangale.

 

Michele Gangale, originario di una piccola comunita’ calabrese arbyresh (Carfizzi), ha studiato lettere a Bari e si è perfezionato in filologia moderna a Padova. Vive a Duino Aurisina, dove è stato cofondatore e presidente dell’associazione culturale “Il Circolo 1991 – Krozek 1991”, nata per mettere in contatto le diverse sensibilità culturali del territorio. Già docente di letteratura italiana e latina nei licei, ha coordinato il laboratorio “Percorsi del convivere” del Liceo Scientifico “Buonarroti” di Monfalcone. Ha curato, assieme ad altri docenti, la pubblicazione Raccontare il confine – Pripovedovati o meji nell’ambito del programma di Iniziativa Comunitaria Interreg III Italia-Slovenia, 2000-2006. I suoi contributi saggistici e narrativi sulle migrazioni e sulle diaspore sono apparsi nelle riviste “Temperanter”, “Mesogea”, “la Battana”, nelle antologie edite dal CACIT (Coordinamento delle Associazioni e delle Comunità degli Immigrati della Provincia di Trieste), e nella pubbicazione Libri migranti, curata da Melita Richter. Insegna alla Penny Wirton, scuola di lingua italiana per migranti.

 

Immagine di Bernard Plossu

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