Dalla prefazione di Francesco Tomada

[…] Al di là della qualità della scrittura, che si traduce in un linguaggio teso e vivido ma non privo di epifanie sorprendenti e di dolcezze improvvise, quello che ancora una volta stupisce e impressiona nella poesia di Fernando Lena è il suo valore di verità. È infatti una poesia che non ha paura di sporcarsi le mani, di parlare di pizzo, di lampioni crivellati, di killer e di vittime, come se dapprima volesse disegnare una scena e poi, uno ad uno, inserire in quella scena i suoi protagonisti. Si tratta quasi sempre di persone dolenti, che esprimono il loro sforzo non soltanto nello stare nel mondo ma soprattutto in questa piccola e peculiare parte di mondo che è la Sicilia, a cui in molti casi dimostrano un attaccamento irreversibile (“a furia di mettere radici / aggiungiamo un po’ di morte”). […] In effetti Black Sicily è […] una raccolta sulla Sicilia, sulle sue contraddizioni, sulla solitudine e sull’emarginazione, e una serie di istantanee che danno voce e spazio a coloro che probabilmente non hanno avuto ciò che meritavano; però Black Sicily rimane soprattutto un percorso in cui il dolore privato di Fernando Lena incontra quello degli altri e gli tende la mano, lo sostiene e lo accompagna. La prima poesia della raccolta, così come l’ultima e molte inframezzate alle altre – un filo conduttore nella vita, verrebbe da pensare, prima ancora che nella raccolta poetica – raccontano proprio di un dolore assoluto: quello per la morte del padre, che in questa Spoon River mediterranea diventa la figura centrale proprio in quanto assente per sempre. Non si tratta soltanto del dolore acuto e immediato del distacco, ma soprattutto di quello irrimediabile della perdita, che porta con sé un vuoto senza rimedio, l’impossibilità definitiva di un confronto forse troppe volte rinviato, una solitudine perpetua. Il titolo della terza sezione, quasi ironico nella sua drammaticità, è Centro Recupero Luttodipendenti: pare però che l’intera raccolta si fondi su un bisogno di fratellanza, sul tentativo di raccogliere le esperienze di ciascuno così da poterle condividere e in qualche modo farsi forza, capirsi per poter andare avanti e venire a patti con “quella morte comune / per sempre incompresa”. Così Black Sicily, nella sua bellezza scabra e ruvida, più che un libro di poesia diventa un gesto di accoglienza umana, la consolazione che viene da un uomo che riesce a dire la parola giusta perché egli stesso è alla ricerca di quel verso che “può ancora misurare il vuoto”.

Dalla nota dell’autore

Questo libro è stato pensato e scritto come un breve romanzo in versi. C’è la storia di un dialogo tra il figlio e il padre dentro la storia di un’isola che vanifica una quantità di esistenze incapaci di essere tali oppure felici nella diversità d’esistere. C’è gioia e angoscia, ironia e pianto; è un libro di contraddizioni e peculiarità per tutto ciò che è ai margini. È un libro di memorie e istantanee di luce, è la confessione di una varietà di lutti che pregano per una nuova nascita, come un disagio laico che fonda il proprio riscatto sulla spiritualità della bellezza. […]

da Black Sicily (Arcipelago Itaca 2020)

I
(la piccola città)

La piccola città ha orme di infradito,
sputa flash sui cornicioni
per la posa disincantata di un colombo
o per quel modo di tracciare l’aria
di una rondine, e sarebbe
una parola leggera la nostra
se di tutto quel passato
lasciassimo le cicatrici alle pietre,

eppure riprendiamo la voce
nel trambusto di una moto-ape carica di pane
e mentre cerco di indicarti
da dove proviene quell’odore di fritto
hai già in gola il dono
di un dolce alla ricotta.

L’altro volto di una terra spietata
è forse la dolcezza di poterla tenere in bocca
con tutto il suo dolore velato
e i suoi canditi di demoni e cristi.

*

XII

(Pasqua)

È quello dei vicini il rumore
di una sega elettrica che divide
in due un agnello per Pasqua.
Il sangue come una mitragliata
di rosso cade sulla tela del cemento
tutto viene preparato con cura
come da tradizione mentre
tra il cortile e il mattatoio
c’è la curva del figlio
che pedala come un invasato
e forse va incontro al suo destino
o verso una primavera di starnuti biblici.
Dalla mia voce eppure
arriva lo sguardo di un estraneo
che cerca un’isola e vede
una croce di parole.

*

XX

(tuo fratello Luciano)

Eppure sembra facile sopravvivere così:
un po’ di violenza, una traccia di paura
qualche pugno rilasciato come una carezza
è ciò che hanno fatto a tuo fratello Luciano,
per un finocchio nascere tra questi ingorghi di degrado
è un viaggio d’ematomi, d’insulti ad alto impatto.
Un giorno lui diventerà una donna
una di quelle con il silenzio nella certezza
quella certezza d’amare con un corpo intenso di desiderio:
ma tu non ci credi con quei suoi fianchi
a inondare questa piazza di spaccio,
tra tacchi a spillo, minigonna,
la saliva come proiettili… quando lo sputo
è l’inizio di un’evasione, lo slancio verso la luce.

*

XXII

(una passione incomprensibile)
Certe regole non vanno cambiate,
niente assuefazioni se vuoi essere un killer
né coca né eroina potrebbe tremarti la mano
o andare chissà verso quali ombre
la tua lucidità, eppure Zio Totò
le declamava con una calma estiva invidiabile,
per lui era soltanto una guerra
a volte in crescendo
altre volte eticamente indispensabile,
in tutto quel tango di scooter
la musica non cambiava
mentre era il fuoco incrociato l’armonia
e pare anche che affiorasse
una passione incomprensibile
a forza di sovrastare l’ego del mostro,
all’improvviso pioveva piombo dove
il deserto era un vastissimo idioma dell’anima.

*

XXX

È bello che tu dica
quanto io sia fortunato
a vivere in tutto questo verde
e c’è pure il silenzio
e un paese che si abita di auto
e qua e là un pugno di ciclisti
reduci da un girovita plasmato
da pasta e melanzana,
c’è che se fai in tempo
ad aprire le orecchie al giorno
non vieni svegliato
dai soliti petardi quasi ogni domenica
perché è di domenica
che grida la festa di ogni chiesa,
la sua processione e Dio che ride.

Fortunato è colui
che trova nelle ferite la causa,
anche perché a sanguinare
ci si abitua presto
tra questi muri a secco.

Il verde che ricordi
può darsi che sia
lo stesso che ricordo io
delle mimetiche che impazzavano
negli anni ottanta,
sotto il caldo il loro strapotere,
quella premonizione nucleare,
mentre noi strisciavamo
come lucertole per opporci
a un sole d’uranio.

*

XXXV

La granita al mattino d’estate
che non fosse una bestemmia
lo sapevi anche tu
perché c’è qualcosa di sacro
nell’inzuppare il sole nel bicchiere,
Dio è lì con i brividi
nel cuore della barista,
ma quel giorno era più latitante
del nostro amico provetto killer:
un agguato e un padre morto
davanti agli occhi del figlio
e poi le nostre domande
mentre il sangue fluiva
come sciroppo d’amarena
tutto in quel giorno
quando senza accorgercene
la misericordia stringeva a sé
un rosario di piombo.

*

XLVIII

È un respiro pesante
quello che abbiamo da dirci,
pesante è l’intonaco della stanza
questa pelle di gesso
che come un ventre materno
vorrebbe proteggerci
quando siamo qui a parlarci
dimenticando la vita,
Massimo non vorrebbe capire dice
non vorrebbe intuire che qualcosa
si è rotto, dopo ogni morte
la frattura è un tramonto
che non puoi condividere
è quella giostra dove la sua bimba
rideva precipitata nella felicità
che solo l’aria ti dà
accarezzandoti come un aquilone,
lui non vorrebbe che quella giostra
si fosse arrugginita in una data,
ma noi siamo fatti di date
con un inizio e un’angoscia
e quell’alba in cui mio padre
morendo mi disse d’andare altrove
solo ora capisco che quell’altrove
è la paura di non poterci dire
quanto di umano c’è nel delirio dell’arresa.

Fernando Lena è nato a Comiso in Sicilia nel 1969 dove da un po’ d’anni vive e lavora e dove anche si è diplomato all’istituto d’Arte. Ha pubblicato diversi libri di poesia, il primo risale al 1995 con il titolo E vola via (edizioni Libro Italiano). Poi, dopo un silenzio di quasi dieci anni, ha pubblicato una piccola suite ispirata a otto tele del pittore Piero Guccione edita dalla Archilibri di Comiso e successivamente, sempre con lo stesso editore, una raccolta dal titolo Nel rigore di una memoria infetta. Seguono altri quattro: nel 2014 per i Quaderni Dell’Ussero dal titolo La quiete dei respiri fondati edizioni Puntoacapo; nel 2016 Fuori dal Mazzo libro d’arte (edizioni fuori commercio anno 2016); sempre nel 2016  La Profezia dei Voli edizioni Archilibri; infine nel 2019 il libro scritto in collaborazione con la poetessa Daìta Martinez dal titolo la finestra dei mirtilli, edito dalla Salarchi Immagini. Suoi testi sono ospitati in diversi blog e partecipa spesso a festival dove la contaminazione poetica si incontra con altre discipline artistiche.

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