Enzo Campi, autore e regista teatrale, poeta, scrittore, saggista, critico letterario, videomaker, performer, artista visivo. In che modo queste molteplici attività interagiscono all’interno della tua poetica unitaria?

La risposta potrebbe essere semplice: non essendoci una poetica unitaria non ci dovrebbe essere interazione. Al di là della battuta e abiurando l’univocità non mi resta che frequentare i territori della molteplicità facendomi praticare da essi. Tutto è cominciato con le performance e il teatro di ricerca: una compagnia più o meno stabile, da me diretta, quasi a tempo pieno tra il 1982 e il 1989. Qualche eco è sopravvissuta fino al 1993 con alcune performance in gallerie d’arte e spazi anti-teatrali. Poi il passaggio al video (non oso dire cinema), con la realizzazione di svariati cortometraggi e di un lungometraggio. Quando ho cominciato a rendermi conto che tutte le mie produzioni erano non solo dirette ma anche scritte da me il passo verso la scrittura è stato naturale e obbligato. Ho cominciato a  scrivere per pubblicare e non più per drammatizzare in scena. Il fatto che poi abbia continuato a drammatizzare anche sulla carta è una cosa che lascio interpretare ad altri. Non sono un esegeta di me stesso, anche se il mio lavoro è assolutamente programmatico. Per concludere, viste le esperienze vissute sul campo, direi che sia inevitabile che qua e là sopravvivano echi e strascichi di vari linguaggi espressivi.

Le tue suggestioni filosofiche e artistiche più frequenti volano da Nancy a Derrida, da Artaud a Carmelo Bene. In particolare, hai all’attivo un lungometraggio, dal titolo “Un amleto in più” che ammicca al carmeliano “Un amleto di meno”. Che intenzioni sottintende e come si è sviluppato il progetto?

È un progetto che oramai compie il suo quindicesimo anno d’età essendo uscito nel 2005. Ma visto che ci sono voluti 3 anni per realizzarlo si potrebbe dire che sia praticamente maggiorenne. Nelle intenzioni voleva essere una sorta di prodotto ibrido, troppo teatrale per essere cinematografico, troppo cinematografico per essere teatrale. Un po’ come creare protesi e supplementi a entrambi i generi per non permetterne l’inquadramento in un canone prestabilito.  Il procedimento è artaudiano, tutto si sviluppa “per tagli di aggiunte” attraverso la restituzione della saga di Elsinore raccontata (diciamo drammatizzata, ma anche e soprattutto deformata) dagli unici sopravvissuti: i servi del palazzo, che si divertono a scimmiottare i loro ex-padroni, non disdegnando di scambiarsi i ruoli. Però la scansione non segue l’andamento drammaturgico shakespeareano e anzi i servi del palazzo si concedono il lusso di raccontare la vera storia della famiglia che regnava a Elsinore, svelando intrighi, amori segreti, passioni non corrisposte o troppo corrisposte, ecc.  Un’esercitazione, niente di più, niente di meno. Se dovessi rifarlo oggi lo riscriverei totalmente. Ma non preoccupatevi, non è una minaccia, né una promessa. Non ho nessuna intenzione di riprendere in mano il progetto…

Come saggista, la tua opera più recente è il corposissimo saggio “Artaud il supplizio della lingua” (Marco Saya 2018). Artaud è più che un ispiratore per te, è una specie di… doppelgänger. Dico male?

Si comincia nel 1982 (le mie esperienze antecedenti furono in una compagnia di teatro di strada), con la prima performance scritta, diretta e interpretata da me e con una frase artaudiana: “io non scrivo per leggere e recitare le mie poesie, ma per viverle”. Da quel momento, da quando due dei tre attori che partecipavano al rito si incisero il torace con delle lamette (una vera e propria sequenza di body art, alla Gina Pane tanto per intenderci), il cammino non poteva che essere in discesa. Partendo cioè dal limite estremo, dalla cima -per dirla con Carmelo bene: da quell’azione che si trasformava in atto – ci si può concedere il lusso di camminare con passo spedito a ritroso, compiendo il percorso al contrario. Un po’ come Orson Welles che ha cominciato con “Quarto potere” ed è finito a fare il videomaker con una 16 mm e una moviola portatile. Non potendo replicare l’atto primigenio, tutto quello che produco sono solo esercitazioni. Il fatto che la presenza fantasmatica di Artaud sopravviva nelle mie cose è quasi una costante.

Le tue opere di poesia manifestano una profonda coerenza con una tua idea di ricerca formale e contenutistica che ammicca ad una sorta di caos predeterminato attraverso il quale indaghi la realtà filtrandola e deformandola al grandangolo del dettaglio. Mi piacerebbe che tu, con la tua solita capacità di sintesi concettuale, descrivessi il tuo modo di scrivere e di procedere nell’ideazione del testo.

L’ho già detto pocanzi, il mio lavoro è programmatico. Si sviluppa per giustapposizione di progetti. Non sempre si riesce a proporre una perfetta scansione temporale relativamente alla datazione progressiva delle opere. Ma è l’attuale realtà editoriale che non permette un’operazione di questo tipo. Per cui opere più datate magari escono prima di opere più recenti. Ma fa parte del gioco da cui ci piace farci giocare. Scrivo la prima stesura su carta. Poi la passo al computer. Ed è solo nella fase digitale che apporto correzioni, scompongo e ricompongo il testo e via dicendo. Una volta concluso un progetto (che può svilupparsi anche in più opere: Il Verbaio e L’inarrivabile mosaico ad esempio appartengono allo stesso progetto) si passa a quello successivo e, nel passaggio, potrebbe cambiare anche la maniera o lo stile, in poche parole sia il linguaggio contenutistico che quello estetico. Anche se comunque credo che la mano rimanga sempre più o meno riconoscibile.

A tuo parere, che direzione sta prendendo la poesia di ricerca oggi in Italia?

Esiste una poesia di ricerca in Italia? Lo dico con tono provocatorio, perché in realtà volevo dire il contrario. C’è forse troppa poesia o scrittura di ricerca in Italia. Credo che il rischio maggiore sia quello di arrivare a una sorta di confusione uniformata. Nel senso che potrebbero finire per rassomigliarsi tutti e produrre quindi una scrittura speculativa e seriale, con le stesse intenzioni, con le stesse modalità e quindi con lo stesso risultato finale. Essendo intimamente deleuzeano dovrei apprezzare la serialità e comunque non si può fare di tutta l’erba un solo fascio. C’è sempre chi si distingue, anche all’interno delle varie correnti, dei vari gruppi o di quelle che, con una leggera forzatura, potrebbero anche essere considerate  delle vere e proprie sette. Al di là di tutto ciò, io credo che qualsiasi scrittura che si rivolga propriamente alla scrittura possa essere conglobata nella sfera della ricerca. Escludendo i poeti della domenica, i cosiddetti poeti di facebook, i poeti da litblog e includendo solo chi fa sul serio, qualunque scrittura è frutto di una ricerca. Da qui ad essere considerati, da chi detiene il giudizio, scrittori di ricerca il passo è lungo e il cammino è pieno di ostacoli…

L’epidemia del Codiv-19 non se l’aspettava davvero nessuno e ci sta impedendo di proseguire normalmente con le iniziative culturali a cui siamo ormai abituati. Tu, in qualità di direttore artistico del festival multidisciplinare Bologna In Lettere, hai pensato bene di correre ai ripari. Ci spieghi come vi siete organizzati?

Come ben sapete il Festival Bologna in Lettere ha il suo apice nelle 6/8 giornate che vengono realizzate a maggio di ogni anno. Vista l’attuale situazione di emergenza sanitaria che tutti conosciamo, quest’anno risulterà praticamente impossibile realizzare il festival live. Noi dello staff stiamo tentando di costruire un festival on line (dal 7 al 25 maggio) con la creazione di una pagina apposita su facebook dove postare quotidianamente i contributi e di sfruttare al massimo delle loro possibilità i nostri canali youtube e instagram. Agli autori è stato chiesto semplicemente di produrre dei contributi video che, naturalmente, visto il radicamento forzato e le disparità di dotazioni tecniche, saranno per così dire altalenanti dal punto di vista della qualità. Ma non è questo che conta. La cosa più importante è quella di ragionare e agire come se fosse un festival vero e proprio, con una rigorosa divisione per sezioni, con retrospettive, omaggi, rispettando l’impronta multimediale che ci ha sempre contraddistinto e mettendo al lavoro uno sguardo, corposo e articolato, verso le realtà internazionali. Senza retorica, senza facilonerie e/o catastrofismi, questa vorrebbe essere la nostra risposta alla situazione che stiamo vivendo tutti in questo periodo, continuando a fare quello che abbiamo sempre fatto e rispettando il nostro stile di onestà e di umiltà. Le cose vanno comunque avanti, magari rimodulate sulla scorta della situazione contingente, ma sempre in correlazione con quelle due fatidiche parole che ripetiamo, instancabilmente, da anni: agitazione e aggregazione. La pagina da cui si può seguire l’andamento del festival è disponibile a questo link

https://www.facebook.com/Bologna-in-Lettere-2020-il-festival-on-line-113893960282583/

Sta per uscire un nostro libro scritto a quattro mani collegato al festival. Presentalo tu, che io in questo momento sono l’intervistatrice!

Il titolo del libro, Le nostre (de)posizioni (Bonanno editore), ricalca e deforma il titolo di un volume di Corrado Costa (Le nostre posizioni). Perché Costa? Perché Costa rappresenta una delle eredità non raccolte dalla contemporaneità poetica emiliana, perché era anch’esso emiliano, perché è citato in epigrafe, perché diceva che: “ Il luogo della poesia torna sempre fuori, anche se il poeta è senza luogo”, ma è anche vero che il luogo del poeta si trova dove il poeta in quel determinato momento opera o, se preferite, fa opera-di-sé. Ed è anche per queste ragioni che, in quella che è la nostra delimitazione territoriale, i confini tra nativo e straniero dovrebbero essere definitivamente aboliti.Si potrebbe dire, tanto per cominciare, che l’approccio di Enzo Campi sia francesista e quello di Sonia Caporossi sia germanista, almeno dal punto di vista filosofico. I lettori si troveranno di fronte a una prima parte (quella scritta da me) più combinatoria e a una seconda parte (quella scritta dall’intervistatrice) più analitica. Ognuno dei due autori si getta nella visitazione di 10 poeti contemporanei che hanno qualcosa a che fare con l’Emilia Romagna, in qualità di nativi residenti, nativi deterritorializzati e stranieri adottati. Non sappiamo se si sentisse effettivamente il bisogno di un saggio che facesse il punto o  che disseminasse punti di vista e di ascolto ulteriori a ciò che viene «spacciato» come  poetico in Emilia Romagna. Fatto sta che quest’opera, almeno nelle intenzioni a monte, non intende colmare presunte lacune né tantomeno veicolare dogmi inalterabili  o concetti inappuntabili.  Il fatto che poi a valle l’opera venga intesa o fraintesa attraverso considerazioni che esulano dalle intenzioni dichiarate sarà cosa da verificare col senno di poi, per quanto qualsiasi chiosa a posteriori non potrà comunque modificare né il testo che si è già consegnato alla fruizione né i punti di vista di chi scrive. Si parte da due  punti fermi, forse gli unici dati di fatto dell’intera opera  (tutta l’opera verte difatti sull’attraversamento incondizionato del registro dei possibili): da un lato il rifiuto categorico di una scala oggettiva di valori e dall’altro lato la trans-territorialità. In poesia, oggi come oggi, sarebbe deleterio nonché inutile redigere una classifica e operare in base a presunte differenze di valore. In poesia quindi non si dà oggettività, ma questo non vuol dire che si debba operare tenendo conto della propria soggettività, ovvero del proprio gradimento verso una o più poetiche specifiche. Difatti gli autori che vengono visitati dalle penne dei due critici sono stati scelti, tra i tanti papabili, solo per la possibilità che hanno le loro poetiche di ricondursi a una serie di concetti che vengono, di volta in volta, affrontati nel corso del lavoro. Resta da precisare che gli autori non saranno trattati nello specifico di una determinata opera ma nell’insieme della loro produzione complessiva e, soprattutto, tenendo conto del loro modo di approcciarsi o di rendersi prossimi a quella che è l’unica costante a cui tutti i praticanti della scrittura dovrebbero relazionarsi, ovvero all’estensione, alla messa in atto di un gesto, in due sole parole: al conferimento di energia e tensione al testo. Il tutto all’insegna di una tecnica, di un metodo e quindi di una presunta maturità di linguaggio. Per queste (e altre) ragioni, in linea di massima,  non si è tenuto conto di autori sicuramente  meritevoli ma con all’attivo una sola opera o comunque poco più che esordienti.  Così come è giusto che sia, al di là dell’impostazione generale, essendo due le penne scriventi ci si troverà dinanzi a due diversi approcci e a due diverse focalizzazioni dei punti salienti da argomentare. L’opera consta quindi di due parti. La prima parte  a cura di Enzo Campi tratta le poetiche di Alessandro Assiri, Giorgio Bonacini, Vito Bonito, Martina Campi, Mariangela Guatteri, Gian Ruggero Manzoni, Lorenzo Mari, Giusi Montali, Giancarlo Sissa, Maria Luisa Vezzali. La seconda parte, a cura di Sonia Caporossi, tratta le poetiche di Gian Maria Annovi, Vincenzo Bagnoli, Alberto Bertoni, Alessandro Brusa, Adriano Engelbrecht, Mariangela Gualtieri, Alberto Masala, Gabriella Montanari, Maria Pia Quintavalla, Sergio Rotino.

Un frammento da Animalìe, un libro in costruzione

 

Si libra in picchiata
attacca la preda si
attacca al suo viso
e ride esplodendo il
suo verso selvaggio

Questo allora, nel tempo che fu dell’aquila, e adesso?
Adesso  il ruggito del leone ha ripudiato la lava.
Si dice che le lacrime della sirena abbiano estinto il fuoco.
Ah!
Se il coro la smettesse di sputare pregiudizi forse
anche gli umani riuscirebbero a sciogliere l’enigma.
E le bestie conoscono il profondo,
già assecondano il loro destino di prigionia.
L’homo invece si illude di sfuggire alla spina.
Diciamolo pure – e che questo, solo questo, risuoni
come verità – la spina è destinata, da sempre, a forare.
Il sospiro di sollievo di ovi e ovuli è dettato
proprio dal corpo a corpo con lo stelo.
E il corpo della sirena è uno stelo
i cui fiori sono squame edotte alla seduzione.
Chi seduce chi?
Chi illude chi?
Chi viene sedotto e illuso?
L’uomo o il superuomo?
Ditemi, voi che sapete:
è il ritorno ad essere eterno
o è l’eterno che ritorna dopo aver saggiato,
con mano tremante, la mancanza d’eternità?
Se chiedo il chiodo, se agito il martello, chi? io?
Un doppio dolore, un doppio piacere, cosa? e perché?
Chi nell’aquila vede solo l’uccello di
Dioniso non ha compreso il grado e la misura
del colpo d’ala e la friabilità dell’artiglio.
Tutto ritorna, certo, c’è chi dice che il viandante
– muto, cieco, sordo e claudicante –
fosse riuscito a strizzare i capezzoli della sirena
e che il latte fosse simile alla pece, sia nel
colore che nella consistenza.
Ma il fiotto di pece non raggiunse il bersaglio
e il viandante sopravvisse alla sua stessa
sete d’illusione.
Chi si chiede: “ma la sirena, infine,
cosa pretende dall’uomo?”
non ha certo compreso l’intensità e la
temperatura del canto.
Tutto scorre, certo, tutto fluisce e rifluisce
docilmente nello stallo in cui si consegna
il derma all’attacco della spina di turno.
E il sangue non può esimersi di cercare
il suicidio tentando il contatto con l’aria asfittica
in cui siamo destinati a disseminare la vacua
sterilità di cui facciamo sfoggio.
Chi dal balzo felino si attende solo stile ed eleganza
non ha compreso il calore e il colore del ruggito.
Così, per quanto il coro non possa
fare a meno di rincarare la dose con anatemi
di poco conto, ancora risuona – in lungo
e in largo – la sapida sinfonia in cui ci si
consegna alla seduzione e alla dissoluzione.
E dunque, se nella tavola delle leggi le parole
cedono il passo alle figure, se il senso lascia
lo scettro al segno, ciò che qui conta è il canto
sfumato che inaugura l’annegamento, la piuma
immolata al sadico sole e il ruggito del felino che
reclama il pasto putrefatto dell’uccello di turno.

tekua aukèn
nekù keùn
ekuàn ketua
tumer ora
rem rume
temur metèm
thumos soma
thauma aumàt
masoch muthos

Così cantò la sirena.
Si cantò verace e vorace
riproponendo la solita interrogazione:
quale senso? quale sesso?

 

Enzo Campi (Caserta, 1961). Vive e lavora a Reggio Emilia dal 1990. Autore e regista teatrale con le compagnie Myosotis e Metateatro dal 1982 al 1989. Videomaker indipendente, ha realizzato, dal 1990 al 2005, numerosi cortometraggi e un lungometraggio: Un Amleto in più. Suoi scritti letterari e critici sono reperibili in rete su svariati siti e blog di scrittura e sono stati pubblicati, in forma cartacea, su riviste, antologie, cataloghi di mostre e volumi monografici. Ha curato numerose prefazioni, postfazioni e note critiche in volumi di poesia e critica letteraria. Ha pubblicato Donne – (don)o e (ne)mesi (Liberodiscrivere, Genova, 2007), Gesti d’aria e incombenze di luce (Liberodiscrivere, Genova, 2008), L’inestinguibile lucore dell’ombra (Samiszdat, Parma, 2009), Ipotesi Corpo (Smasher, Messina, 2010), Dei malnati fiori (Smasher, Messina, 2011), Ligature (CFR, Sondrio, 2013), Il Verbaio (Dot Com Press – Le Voci della luna, Milano – Sasso Marconi, 2014), Phénoménologie (BIL produzioni cartacee, Bologna, 2015), ex tra sistole (Marco Saya Edizioni, Milano, 2017), L’inarrivabile mosaico (Anterem, Verona, 2017, vincitore della XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano), Artaud. Il supplizio della lingua (Marco Saya Edizioni, 2018), Sequenze per un corpo senza organi (etc, edizioni d’arte, Reggio Emilia, 2018), La persistenza dei grumi (BIL produzioni cartacee, Bologna, 2019), Moderato con brio (etc, edizioni d’arte, Reggio Emilia, 2019). Principali curatele: Poetarum Silva (Samiszdat, Parma, 2010), Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa (Dot com Press – Le Voci della luna, Milano – Sasso Marconi, 2013), Pasolini la diversità consapevole (Marco Saya Edizioni, Milano, 2015), Il colpo di coda. Amelia Rosselli e la poetica del lutto (Marco Saya Edizioni, Milano, 2016). È direttore artistico del Festival Multidisciplinare “Bologna in Lettere”. Di prossima pubblicazione: Fuochi fatui (Oèdipus edizioni, Salerno, 2020), Le nostre (de)posizioni, scritto con Sonia Caporossi (Bonanno editore, Catania-Roma, 2020).

* Fotografia di Dino Ignani

 

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