Questo articolo è la terza parte di un lavoro di ricerca svolto a partire da venti libri (editi o inediti) scritti da autori under 401 , negli ultimi anni. Nelle parti I (Cronache dall’ultimissima poesia italiana – Parte I) e II (Cronache dall’ultimissima poesia italiana – Parte II) l’attenzione era rivolta alle modalità di versificazione e alle strategie narratologico-attanziali, mentre questo ultimo capitolo si concentra sul modo in cui questi autori costruiscono l’arco macroformale all’interno dei propri libri, focalizzandosi sull’intermedialità e la contaminazione di genere. A fine articolo, dopo aver fatto il punto di quanto indagato, sarà proposta un’antologia di testi degli autori coinvolti.

 

Intermedialità e multimedialità. Necessità del concept.

Ripercorrerò adesso questi libri cercando di evidenziarne alcuni aspetti strutturali. Per intermedialità qui si intende l’utilizzo variegato di strumenti offerti dal medium letterario. Questa varietà si può realizzare sia mediante la commistione di poesia e prosa, sia mediante la diversificazione degli strumenti formali all’interno di queste due categorie. Per multimedialità si intende invece una vera e propria uscita dall’ambito letterario mediante l’inglobamento all’interno del libro di altre forme artistiche.
Per concept si intende infine l’insieme di elementi testuali, paratestuali e metatestuali che concorrono a creare una coerenza macroformale, mediante un percorso di senso (narrativo o concettuale) che ordina il libro. A riguardo hanno una particolare importanza i titoli di testi e sezioni, le note di lettura, i richiami dei testi fra di loro mediante ripresa ed espansione (o condensazione), l’ordo retorico all’interno del libro, e infine alcune evenienze paratestuali che servono da chiavi di lettura.
Leggendo questi autori ci si rende conto che il libro con concept si costituisce sempre meno come un libro di poesia o una raccolta di poesie singole e sempre più come un percorso di senso. Il percorso può essere mono o pluridirezionale, concettuale, tematico o narrativo a seconda dei casi.
Questa necessità nasce, credo, dalla crescente varietà di forme e temi che nel libro si coagulano. La gamma delle forme è infatti molto varia: dalla prosa poetica o “in prosa” alle prose para-saggistiche o descrittive, oltre ovviamente all’utilizzo di un repertorio formale in versi molto ampio e derivato da diverse tradizioni. Il libro di poesia, dunque, sembra essere il luogo dove una moltitudine di linguaggi si riuniscono, allineandosi e verticalizzandosi all’interno di uno stesso orizzonte.

Cominciamo col dire che la necessità di coerenza strutturale è molto marcata in questi autori, anche quando il libro si configura come raccolta o libro di poesia. Nel libro di Davide Castiglione (Doveri di una costruzione) le varie sezioni sono attraversate da alcuni testi che sono uno la continuazione variata dell’altro e che predispongono un terreno comune su cui tutta la raccolta si costruisce (sono riconoscibili grazie al titolo comune: Svolgimento del suono). Essi sono un tentativo di evocare la musica elettronica mediante la lingua, e rappresentano anche il luogo in cui il linguaggio come semantica sfarina. Questo materiale inerte si concretizza via via in sezioni dai temi diversi: la descrizione a volo d’uccello dei luoghi abitati dall’autore, della vicenda accademica e lavorativa dello stesso, dei rapporti con il sesso femminile e in particolare con un tu privilegiato, della memoria legata ai familiari ed altre figure umane o animali di spicco.

Progetto per S. di Simone Burratti, sfuggente anche in questo campo, è a metà strada fra un diario e un concept incentrato sulla figura dell’autore e il suo rapporto con S., iniziale sia della donna amata che di un alter-ego. Nella prima sezione (Posizione orizzontale) l’io si muove in scene d’interni ed è come racchiuso in sé stesso. Qui l’autore è impegnato dal ricordo di un passato adolescente o infantile oltre che dalla contemplazione delle strutture della propria soggettività. Nella seconda sezione (Costruzioni) prende vita un tentativo di uscita dall’impasse: il mondo esterno appare più nitidamente, insieme al tu perduto. La terza sezione è quella che segna la fine dell’empatia e della sensibilità del soggetto verso sé stesso. L’insensibilità è infatti resa necessaria da una condizione esistenziale insostenibile. Nella quarta (Quadrati) il soggetto, risolto a tratti nel proprio alter-ego, riesce a trovare una calma sedativa: nel sesso, nell’inattività, nel ritiro. Alla varietà delle tipologie di prose e poesie presenti in Burratti e Castiglione si è già accennato nel primo capitolo, cui si rimanda.

Trasparenza, di Maria Borio, è un concept che tenta una teoria del mondo. La triade hegeliana delle tre sezioni (Il puro, L’impuro, Il trasparente) segnano il seguente itinerario: da una condizione di esplorazione della propria soggettività, intesa come immaginazione autonoma e possibilità di dare un senso al mondo rimanendo in sé stessi, si passa nella seconda sezione a un contatto con la materialità, con la memoria e col male inteso come impossibilità di trascendere dalla materialità per stabilire un contatto col mondo e per agire pienamente. La seconda sezione segna anche l’affiorare più violento della contemporaneità e della sua contingenza. Il contemporaneo e il mondo diventano casa del soggetto soltanto nella terza sezione, dove si delinea una postura vigile all’interno di questo tempo, che cerca di guardarlo senza connotazione ma con meraviglia. Anche in questo libro convivono prose poetiche e poesie, con modalità che vanno dalla confessione alla memoria, dal consiglio all’appello vocativo, dalla riflessione metafisica al diario del “qui e ora”.

Corpo striato di Riccardo Frolloni è un concept che rielabora la forma classica del canzoniere in mortem. Attorno alla figura del padre si costruiscono tre poemetti intrecciati fra di loro (Sogni, Movimenti e Materiali) e incentrati rispettivamente: sulla presentia in absentia del padre morto nel ricordo e nel sogno; sulle vicende accadute all’autore e alla sua famiglia nel lasso di tempo che circonda la morte del padre; sulla rappresentazione della comunità all’interno della quale l’autore si inscrive. Questa è una delle raccolte più unitarie dal punto di vista stilistico, poiché il versolibrismo disteso e narrativo di Frolloni fa da materiale per l’intera silloge, sustanziando una forma subito riconoscibile.

Anche Domotica del Labirinto di Carlo Bellinvia presenta uno stile unitario, ma bisogna anche notare che si tratta di una silloge breve. Il libro è un concept sulla natura del soggetto in relazione ai luoghi che frequenta, sulla personificazione del luogo come interlocutore dello stesso, sull’idea di luogo come somma di percezioni. Quello di Bellinvia rientra fra i pochi casi di libro interamente in versi.

Il libro come concept è un’esigenza particolarmente forte in Carmen Gallo. Appartamenti o stanze racconta una storia senza sbocchi, dando vita a un teatro minimo in poesia. Gli elementi di unità nel libro sono in primo luogo i personaggi (l’uomo, la donna, il bambino, la bambina, e i pronomi, soprattutto). Sotto le mosse di questo teatro ciò che si muove davvero è un’interrogazione intorno al modo di percepire e alla possibilità di dire: se nella prima sezione l’autrice si coagula in una terza persona schiacciata dal proprio vedere e sentire, nelle due successive (La donna scava, Solo fuori è freddo) inizia ad apparire una compartecipazione maggiore con la scena rappresentata nell’eterno presente apparentemente asettico del soggetto che osserva. Non si tratta di empatia vera e propria, ma della condizione ontologica propria del raccontare: un’inquietudine che proviene dalla consapevolezza di non poter evitare di contaminare i fatti. Non è un caso se a questa altezza del libro i personaggi sviluppano un’ostilità nei confronti degli osservatori e della loro presenza ingombrante. Nell’ultima sezione (La caduta più del salto) l’autrice si ricompone, accetta i limiti del dire e si presenta come un io compatto. Qui si verifica la riappacificazione con l’idea di aver provato a raccontare, con l’essersi esposti, e col fatto che qualcosa dell’autore diventi visibile per il lettore. Nonostante la compresenza di versi e prose, la differenza stilistica fra le due è sottile in Gallo: complici l’utilizzo del verso-frase e l’andamento paratattico.

Sarò breve sulla dimensione strutturale in Giuseppe Nibali, già delineata nel capitolo precedente. Prose e poesie, anche in questo caso, hanno un notevole tasso di affinità, anche se non quanto in Gallo. Scurau è un libro che cerca di rapportarsi con l’idea di un’apocalisse laica: un evento che porta l’esistenza umana al grado zero e poi alla ripartenza. Quest’apocalisse, nel corso delle tre sezioni, prima piomba immancabilmente e non lascia scampo (Antropocene), poi diventa una specifica condizione di prosecuzione della vita (Predazione), e infine viene riconosciuta come specificità nascosta e immanente a un tempo, rintanata nella frontale crudezza della vita rurale (ricordando un po’ lo sguardo di Levi in Cristo si è fermato a Eboli), che ne rappresenta il simbolo o monito metastorico. Il verso già lungo si fa nelle prose ancora più franoso e definitivo, non potendosi giovare dello spazio bianco, ma non si modifica particolarmente negli aspetti propriamente linguistici. L’utilizzo del dialetto siciliano è il vero elemento deviante in questa poesia (nell’ultima sezione, Scurau, che da titolo al libro: traducibile con “si è fatto sera”). Il dialetto non solo accorcia il verso e ce lo presenta più lontano nei suoi catastrofici significati, ma apre la porta a una mitigazione del tragico. Il tragico eterno della ruralità meridionale si trasforma infatti in elegia, o, in alcuni casi, in una contemplazione dei ritmi di morte e rinascita, cruenti e terribili, sì, ma per lo meno organici.

Fly Mode di Bernardo Pacini è un concept che scommette sulla potenzialità metaforica del drone come estensione del dronista e chiave di accesso a uno sguardo privilegiato. Il poetico si profila in questo libro come uno stato alterato, specifico, reso possibile mediante l’aggiunta di una creazione dell’uomo all’uomo stesso. Nella prima sezione (Alto levato drone) si imposta la figura mitologica del drone con le sue caratteristiche: onniveggenza, posizione favorevole, qualità e quantità di memoria non umane. Nella successiva (DCIM) il drone, per quanto potente, torna strumento e comincia un’esplorazione delle figure amate del dronista, delle vicende della sua biografia. La terza (Vite in 4k) è una sorta di intermezzo in cui mediante il drone vengono rifunzionalizzate sia la poesia dei luoghi sia la poesia come occasione. La quarta (FAQ) è un ritorno e una frattura: mentre le prime poesie della sezione riprendono a scavare nella figura del drone, le ultime due aprono uno sguardo sul soggetto che lo muove e ci preparano ad entrare nel regno del diario e della confessione: l’ultima sezione (Appendice), prevalentemente in prosa, è infatti il diario del dronista. Curioso che, parallelamente a quanto detto per Gallo, una condizione di piena soggettività enunciativa, propriamente umana, sia in questi libri un punto di arrivo e non un presupposto.
Anche in Pacini poesie e prose abitano sotto uno stesso tetto, con escursioni stilistiche non lievi, come già detto precedentemente. La misura versale è varia, così come la postura del dettato. Le modalità discorsive e narratologiche variano molto a seconda della sezione in cui ci si trova: se per esempio la prima ha un forte afflato onirico, la terza si situa su un registro tragicomico, la quinta è un diario di prose poetiche. Ciononostante la metafora del drone e un nitido percorso macroformale garantiscono il senso di organicità.

I paramenti dell’opera barocca sono la struttura scelta da Marco Malvestio per tenere insieme la sua poesia centrifuga e ripiegata. Per comprendere meglio il susseguirsi delle sezioni e il modo in cui esse si giustappongono l’una all’altra, si deve tenere in conto che l’opera barocca non vuole presentarsi come opera unitaria, ma come collezione di tableaux vivant, di pezzi chiusi da portare di fronte a un pubblico che può essere partecipe oppure no. In essa la trama è minima e serve soltanto per permettere costanti eruzioni liriche e, nel caso di un intoppo, il deus ex machina cala dall’alto per sciogliere il dramma. Si compie dunque un ossimoro strutturale: quello di una raccolta la cui unità è garantita dalla mimesi di una forma non unitaria per statuto. La metastoricità e la vittoria della letteratura sulla vita sono le chiavi per leggere Fantasima. Lo spettro di una perdita, che si rivelerà soltanto nell’ultima sezione (Fantasima), fa di questo libro un canzoniere evitato. Dopo l’allestimento dell’ambientazione operistica e la negazione di una sincerità che si conquisterà solo con la fine del libro (Scenografie), prende il via la kermesse operistica. Nelle sezioni 2, 4, 5, 7 (Ovidiana, Mitologemi, La casa di Creta, Ex Ponto) è il contatto con il mito classico il minimo comune multiplo. In Ovidiana ed Ex Ponto l’autore si incarna in Ovidio o in alcuni dei suoi personaggi, attuando in questo modo una sovrapposizione delle relative vicende biografiche. In Ex Ponto, però, l’identificazione è debole, garantita solo dal titolo, e con la poesia conclusiva (Alluvione/Allucinazione) il personaggio inizia a scricchiolare, così come tutta la messa in scena, sotto il peso della persona che riemerge. Ne La Casa di Creta l’identificazione si compie nel rapporto fra Arianna e il Minotauro, Mitologemi è invece è una serie di ritratti in forma di personaggi mitologici. Questa sezione si lega anche alla terza (Galeria), composta da poesie ispirate dal contatto con opere di arte visiva. Le sezioni 6 e 8 (Pornografica e Fantasima) sono legate dal tema amoroso, affrontato stavolta in modo più diretto, per quanto ricco di letteraria reticenza. In Pornografica l’amore e il sesso sono avventura, e dunque innocui, per quanto torbidi e piagati da un senso di colpa ancestrale. In Fantasima invece emerge il vero dramma, quello che ha avuto bisogno di un libro intero per mostrarsi: la perdita del tu privilegiato. Quest’ultimo, disseminato ovunque nel libro sotto altre forme, viene qui finalmente affrontato attraverso l’uscita dal libro.

Anche Roberto Batisti in Affeninsel prende la strada del concept. La nota di lettura parla di questa raccolta come un “videogioco indicibilmente triste” in cui, dalla bocca di numerosi soggetti anonimi e astratti, vengono fuori frammenti di storia antica. La modalità rappresentativa però è lontana dall’asciuttezza tragica di opere affini per progetto (penso a Gesta Romanorum di Raboni o alcune sezioni di Historie della Anedda), e si situa in un ambito comico-grottesco fatto di stravolgimenti allucinatori, che ci fanno prendere distanza dallo sfruttamento della storia come risorsa lirica in quanto ne denuncia implicitamente la sottesa falsificazione.

Giulia Martini, in Coppie Minime, ripercorre la forma del canzoniere dotandola di una direzionalità concettuale e in un certo senso narrativa. Questa direzionalità si impone sia a livello stilistico che linguistico. La prima tappa è quella dalla fornace informe della lingua (Deserto per modo di dire) che guarda dentro se stessa in attesa che si coaguli un interlocutore a cui poter parlare, che poi è anche un interlocutore di cui poter parlare. Una volta estratto il tu, questo deve passare attraverso le maglie della seconda sezione (Coppie minime). Qui lo osserviamo nelle rappresentazioni minime delle sue interazioni con l’io e del suo esistere come persona, ma è solo con la terza seziona (Voci Correlate, in cui si snoda unico il poemetto Erano i capei d’or a Marta sparsi) che il tu diventa nome proprio (Marta). Questa nominazione così specifica liquidifica la forma della poesia che, passata dal magma alle schegge, si scioglie di nuovo in un poemetto confessionale che gira intorno alla memoria di Marta con indolenza, cercando di salvare degli elementi di una storia d’amore in decomposizione, anche con l’ausilio delle citazioni letterarie a mo’ di protesi e suture. L’intimità frontale si ricompone parzialmente nell’ultima sezione (Ma se la rivedessi, che direi?), quella più varia per forme e più densa di ripescaggi e riscritture esplicite. In questa sezione, Martini, raggiunto il giusto grado di lucidità e distacco rispetto a quanto avvenuto, può prendere finalmente atto dell’avvenimento luttuoso, accettando di non poter tornare indietro. L’esorcismo è compiuto, così il libro.

Creatura Breve di Gabriele Galloni è un concept in cui vive l’estate come luogo del magico e della festa. Galloni attraversa come un manichino spersonalizzato una serie di scene o quadri, che includono rappresentazioni amorose, celebrazioni religiose, riti di morte e rinascita fra il grottesco e l’estetizzante, scene di vita di santi, ecclesiastici e angeli. Questo realismo magico non è interessato alla direzionalità, ma sembra più basato sulla realizzazione di un mosaico fatto con dei segmenti compatibili (per sintassi, metro, temi e lessico). In questo vi è un’affinità con Borghesan, ma la maggiore coerenza tematica e lessicale di Galloni avvicinano le tessere di questo organismo, aumentano la sensazione di familiarità.

Francesco Vasarri, nel racconto di un amore e di una perdita, doppia la propria figura o quella del tu con San Francesco d’Assisi (sfruttando appieno l’omonimia). Rerum Creatarum Pavanae si costruisce intorno a un grande poema (Pavana lachrimae) in cui la perdita è affrontata in modo frontale e più intimo, con meno trucchi e nascondimenti. Il testo si situa al centro del libro: un lungo cammino è necessario per accedervi e per poterlo finalmente abbandonare. Le sezioni precedenti sono, dopo un esergo, O bastevoli larve, Pavana larvae, San Francesco giù all’ombra, Intermezzo dei marmi e dei madrigali. Nelle prime due si prepara l’ambientazione: la perdita amorosa, simbolizzata dalle larve e dalle stimate decomposte sconfina in un primo accenno di pavana, per interposta persona, in cui compaiono il chiostro, i frati e il tu, che non si fa dire, e che deve per ora essere falsificato. La figura di San Francesco si delinea nella terza, segnando anche una parziale distensione del dettato. Questo dire dicendo altro permette uno sfogo parziale della necessità: fa guadagnare tempo, ma non può durare. L’intermezzo è un ultimo disperato tentativo, consapevolmente fallimentare, di cambiare argomento. Una sospetta assenza di sentimenti porta a parlare di meta-poesia, di grifoni, di superficiali ammiccanti amorosi. Qui Vasarri dispiega tutti i suoi strumenti linguistici per sottrarsi all’argomento principale.
Dopo la densa odissea della Pavana Lachrimae la malattia è estirpata, e ripercorre in diminuendo tutte le sue fasi, ma contratte, come nella ricapitolazione retorica. In Fioretti e variazioni ricompaiono San Francesco, le larve, le battute di spirito, i marmi, il corvo e il lupo sempre più lontani dall’io, sempre più indipendenti. Infine, con Diminuendo, tutto questo sogno si allontana, e finalmente si raggiunge una fredda dimenticanza.

L’apoteosi del libro come installazione ordinata e punto più alto di complessità raggiunto nella disposizione del concept è sicuramente Verso le stelle glaciali di Tommaso Di Dio. Questi sono i materiali che Di Dio impiega nella realizzazione della sua opera: dieci più una prose descrittivo-poetiche (5. Descrizione delle mappe) costruite a partire da dieci fotografie o opere d’arte, poesie fondate sulla centralità del soggetto (Nelle sezioni: 1.Hanno freddo. Le strade, la storia; 2. L’occhio azzurro. L’ospedale, la caverna; 4.Verso le stelle glaciali. Il vento, i pronomi) o sull’incarnazione nella figura di Colombo (3. 1942. Il mare, la mente), quattro testi-cerniera che compattano ogni sezione e preparano una nuova cornice concettuale (Notte 1,2,3,4), un’avvertenza e una nota di lettura. In ogni sezione del libro si compie un percorso per cui la realtà contingente funziona da perno per aprire mondi lontani nel tempo e nello spazio che completano il senso di quella contingenza. Nella terza sezione la meta-contingenza è quella della mente stessa, è il fatto stesso di poter immaginare e creare relazioni. Il concetto fondante di tutto il libro è il viaggio, un viaggio concettuale che permette l’accesso alla storia e al metastorico, e che non segue necessariamente un percorso o un itinerario. Le mappe, la nota di lettura e le avvertenze sono particolari tipi di equipaggiamenti e mezzi diversi con cui è possibile affrontare il libro. L’ultima mappa segna l’uscita dal libro, che va dimenticato completamente, assorbito dal corpo, portato dentro lo sguardo, per tornare verso il fenomeno. La strada della poesia come verità, che Di Dio ha intrapreso, diventa in questo libro più astratta, meno immediata. Non si tratta più soltanto di una fedeltà alla biografia e al fenomeno, si tratta di rappresentare una mente e una vita come complesso di simboli e metafore, come grande labirinto che esiste e non si vede.

Agli antipodi dell’idea di raccolta come concept si situa La terra originale di Eleonora Rimolo. Le due sezioni del libro (Viaggi, La notte più corta dell’anno) per quanto abbiano degli elementi di unità minima interna (la prima la ricerca o l’osservazione della terra promessa, la poesia dei luoghi; la seconda una postura creaturale di fronte all’esistenza) non sono altro che declinazioni differenti di una stessa impostazione lirica, profondamente classica. Il dialogo con sé stessi e con il tu privilegiato, il risolversi della soggettività in simbologie immaginifiche, la deformazione del dato fenomenico per farne emergere la valenza psicologica: questi sono i movimenti che si compiono nella poesia della Rimolo, in cui ogni testo segna un punto e vuole essere un’unica conquista sapienziale, senza affidarsi a un percorso più ampio. Vale, in questo caso, quanto si dirà per Corsi e Terzago: c’è in questi libri una direzione stilistica, di segno prettamente formale, su cui si fonda la coerenza della struttura.

Nemmeno Caratteri di Francesco Maria Terzago può essere definito un concept. Data la scarsità di elementi paratestuali (esergo, note di lettura, avvertenze o quant’altro) l’operazione esegetica che abbozzo sarà precaria. La silloge è magmatica e prende piede a partire una perdita che potrebbe essere doppia, ovvero quella della nonna. Questa figura familiare nel testo Dedica si profila come scrigno di tutti i tesori conoscitivi ed etici che l’autore possiede. Il libro è in questo senso la storia di queste conoscenze antiche e del modo in cui il soggetto le riscopre modulandole nel proprio corpo e nella propria vita. Alla ricerca di un sapere antico e metastorico si accosta la seconda tematica: quella della perdita del tu amato. Il tu emerge dalle pieghe della prima sezione come perduto, ma nella seconda e nella quarta lo troviamo ancora disponibile a un contatto, vicino, o addirittura fuso con il soggetto. La divisione in sezioni ha un valore molto relativo in questo libro, in cui luoghi, persone, realtà e fantasia abbandonano la rigidità dei propri contorni per costruire una Ur-realtà mentale. Allo stesso tempo la linearità temporale è minata dalla disposizione dei testi, in cui una perdita, che è anche doppia, funziona come chiave di accesso a un universo psicologico e mnestico, una sorta di portagioie poetico. Non vorrei essere frainteso: questo non significa che Caratteri sia un canzoniere o un canzoniere in mortem, ma che a livello strutturale (e non necessariamente nelle intenzioni dell’autore o nei moventi empirici) questa doppia perdita fa da innesco.

Dal punto di vista tematico e stilistico la coerenza interna è estremamente forte in Canile/vol. 3 di Ophelia Borghesan. I centoquarantacinque frammenti che compongono la raccolta sono affini sia a livello strutturale (stanza di sei decasillabi) che tematico. Tuttavia non si può parlare di concept in questo caso, poiché le poesie non compiono un percorso concettuale, tematico o narrativo, bensì rimangono chiuse in sé stesse, componendo così una lunga collana di perline.

La silloge di Andrea Donaera inserita nel XIV Quaderno di poesia contemporanea (Una Madonna che mi appare. Una caduta) è fra le più tradizionali a livello strutturale: le prime tre sezioni compongono un canzoniere in mortem (la prima, composta di prose poetiche ossessivamente ritmate, è dedicata alla madre, la seconda è una sorta di intermezzo in versi sul contesto di vita della famiglia dell’autore e la sua comunità, la terza è rivolta al padre, sempre in versi). A garantire l’unità, più che le modalità strutturali, è lo stile dell’autore, molto riconoscibile sia nella prosa che nei versi. La quarta sezione rappresenta uno scavo ombelicale sulla propria condizione di paura della vita e di ribrezzo per sé stesso (di nuovo in prosa). In conclusione a questa troviamo un diradamento del torbido sentimento di odio e un’anticipazione dell’ultima sezione: un micro-canzoniere amoroso, in cui la donna è emblema di salvezza e di rinascita.

Anche nella raccolta di Marco Corsi si nota una minore direzionalità strutturale rispetto alla media degli autori presentati, almeno sul piano tematico e lessicale. I tre movimenti del libro sono divisi in numerose sezioni. Queste ultime hanno spesso una forte coerenza interna, ma non compongono un itinerario così cristallino nel complesso. Anche qui lo stile omogeneo fa da collante, mantenendosi sempre coerente con sé stesso fino all’ultima sezione. In questo il libro è coadiuvato dai temi e strategie ricorrenti: il riferimento al tu amoroso e a vari tu prossimi o familiari, l’osservazione meravigliata ed etica del fenomeno interno ed esterno. L’ultimo movimento, benché composto di prose, mantiene una forte affinità linguistica con quelli precedenti. Nonostante la mutazione dei rapporti spaziali e temporali, necessariamente più ingombri e franosi, essa si configura come un’appendice coerente.

Riproduzioni in Scala di Demetrio Marra è una raccolta decisamente centrifuga. Se alcuni poemetti (Siano A e B, a sezioni, o La città sostituita, unitario) hanno temi e decorso più lineari, il complesso del libro non sembra governato da una logica unitaria. Anche lo stile in Marra è discontinuo: poesie e prose si configurano in varie modalità. Poesie para-endecasillabiche, lunghi poemetti biografici o satirici, prose metapoetiche, prose narrative: tutte queste forme si incarnano in un universo caotico che non punta all’opera-mondo, ma chiede che si valorizzi l’autonomia dei frammenti che lo compongono. Il bacino stilistico vario ma caratterizzato di Marra, però, riesce a bilanciare questa forza disgregante dando vita a un libro in cui ogni elemento mostra (pur nella differenza) tracce di parentela con gli altri.

 

Conclusioni. Tratti comuni.

Intermedialità e contaminazioni di genere sembrano essere davvero un tratto dominante in questi autori. A parte l’ormai rodata commistione fra poesia e prosa, presente in quattordici autori su venti, si notano fortissime commistione fra lirismo e narrazione, fra espressione e riflessione saggistica, furti dal mondo dell’arte visiva, teatrale e musicale, dalla scienza e dalla tecnica. La vera e propria multimedialità è raggiunta solo da Verso le stelle glaciali con l’inserimento di riproduzioni di opere d’arte e fotografie all’interno del libro, ma il riferimento a forme artistiche non letterarie riguarda tutti gli autori citati. La poesia oggi, più che identificarsi con un genere, è il luogo in cui i generi dialogano fra loro in modo liquido. Inoltre in essa il linguaggio non è utilizzato come uno strumento fatto e finito, ma come qualcosa che si modifica nell’atto di essere usato. Frequente anche il caso in cui il testo dialoghi strettamente con altri testi (e in generale altre fonti), potendosi permettere un’oscurità che, chi vuole, può disambiguarne ulteriormente altrove (questo aspetto fa parte di un’altra esigenza: quella di tenere insieme ricerca e leggibilità).

Ho inoltre constatato la vittoria numerica del concept. In quasi tutti gli autori esaminati (fanno eccezione in modo marcato solo Marra, Corsi, Rimolo e Terzago) si nota una necessità di far dialogare i testi fra di loro attraverso la costruzione di una forma il più possibile unitaria (per stile, tema, strumenti narrativi e quant’altro). Anche quando il libro non è un vero e proprio concept, la necessità di una coerenza interna è palpabile. Questo ci fa capire che la poesia come occasione è difficilmente praticabile oggi, e che l’orizzonte di senso ha bisogno di un bacino più grande per poter essere ricostruito attraverso il dialogo dei frammenti fra di loro. L’unità riscontrata nella scelta macroformale non si evidenzia invece a livello delle varie modalità di versificazione. Molti autori usano due o più modalità alla volta, inoltre.

Verlibrismo classico; verlibrismo enunciativo di lunghezza unitaria; prose poetiche (di tipo descrittivo, saggistico, catalogatorio, diaristico, riflessivo-surreale etc..); strutturalismo neoclassico basato sulla metrica tradizionale ricalcata o allusa; oppure sulla creazione di strutture linguistiche coerenti per accentazione; verso enunciativo costruito utilizzando le misure versarli della metrica classica private delle regole accentuali; verso-frase di ascendenza biblica; metrica accentuativa di matrice tedesca.

Quella appena stilata è una sintesi delle varie modalità individuate.

 

Antologia di poesie degli autori presentati

 

Roberto Batisti (da Affeninsel, in Hula apocalisse, Pufrock spa 2018)

alieni e cherubini, dèi e cosmici
lombrichi, irti di pronomi
antelucani, vengono alle mani,
si mordono la nuca, si ammaccano
la corazza, si scambiano ceffoni,
voleranno le torte in faccia,
dentro il mare già ingombro di penisole
scodinzolano squali.

[Per l’incipit cf. Angels vs Aliens dei Mogwai, raccolto su Ten Rapid (1996).]

*

dall’impero province e dipendenze
si staccano, bocconi gangrenosi,
piombano in buio al lupo.
ulcerato, preso alla tagliola dei secoli,
l’impero come un gigantesco struzzo
ficca la testa in delirio
nelle sabbie della Mesopotamia19.

19 Allusione alla sfortunata campagna persiana di Giuliano l’Apostata, che oltre al romanzo di Gore Vidal (1964) ha ispirato due splendide poesie di Massimo Bocchiola (Nel tardo impero, parti I e II, in Mortalissima parte, Parma 2007), di cui ho diffusamente scritto altrove; ma che in ogni caso lessi per la prima volta dopo aver scritto queste mie.

 

Carlo Bellinvia (da Domotica del labirinto, Kipple Edizioni 2020)

2

Però adesso non posso distrarmi
con altro, solo tu
servi ad accendermi: io per te brillerò come un fuoco
misero a margine, ma cosa sono, poi, io: divino,
umano, toro, non lo so neppure io per come scatto;
mi copre una pellicola che non salta all’occhio,
come una giornata di lavoro,
ma il mio attacco
è un tuono, nel cielo
rimanente

*

10

Recido tutte le strisce, i fili,
le tracce, i nastri prima che divengano
scoria, occasione di nodo, minacce
di rogo, di irritazione
senza cura: rischio
più e più chirurgie, o la sutura
che davvero riveli il muro
contro cui vivo

 

Ophelia Borghesan (da Canile, 2019-20)

108.

Avremo i capelli azzurri fuori
tempo massimo, diremo il tempo
,massimo è un concetto, non esiste,
avremo visto duecento volte
il film di amélie, la timidezza
la imporremo come una violenza.

*

118.

Al banco gastronomia dell’iper
vedremo due cinesi che fanno
il sushi, o due italiani, stavolta
col kimono, le grafiche a campo
nero, le scritte oro, a indicare
il lusso che avremo meritato.

 

Maria Borio (da Trasparenza, Interlinea 2019)

Sembra quasi che tu non abbia vissuto
tutti gli anni sconnessi
dopo la rivoluzione, o l’ipocrisia
ingenua di invecchiare
– forse questa gabbia ,
la sicurezza, o un prezzo
di vita come carne comprata.
Se sapessi quale filo invisibile,
quale corda tesa e bugiarda…
anch’io sotto l’alluvione
sotto al peso incalcolabile?
Anch’io vorrei smettere di dirmi
io.

*

Il cielo

αρμονία è collegamento, connessione
unione. «Finché restano uniti i tronchi
della zattera, starò qui, resisterò…»
Odissea V, 361-362

Il cielo è trasparente. Il cielo è armonia: significa collegamento, connessione, come viviamo l’era, come dice solitudine trasmessa, guerra, pace, virtuale. Rete e corpo si schiudono, gli ologrammi strappano la natura al cielo e la fondono ai sentimenti: queste cose fragili, per una volta. Queste cose fragili rendile libere e unite al di sopra, al di sopra, al di sopra. Il cielo è un uomo nero perché addensa.

 

Simone Burratti, (da Progetto per S., NEM 2017)

Sto scrivendo da un tempo diverso,
dove tutte queste cose non sono più importanti.

Ho sempre ferma in testa un’immagine di me
da bambino, e i suoi occhi sono buoni.

Vorrei che fosse l’unica immagine del libro,
ma è soltanto una mia proiezione, qualcosa che si è perso.

Scriverlo non significa salvarlo
ma tornare ad avere i suoi occhi per un attimo;

ripercorrere i movimenti della sua natura,
starlo a sentire, perdonare il suo futuro.

*

Camera e ritorno

Rivivo una casa del passato, da pochi giorni. Metto a posto le mie cose, gironzolo, mi faccio schifo molto spesso; cerco di ricordare la notte di ieri, sperando di non ricordare niente. Fuori c’è un temporale che mi piace, potente e regolare, messo lì per il sonno del pomeriggio.
Chiudo gli occhi, e tu sei la ragazza che ho conosciuto ieri, che voglio rivedere… ma sei anche quella che è stata qui stanotte, e la mia vecchia S., prima che si tingesse i capelli… Passo in rassegna una serie di ricordi che ritengo piacevoli. La nostalgia non è amore, ma è l’unica cosa che mi tocca.

Adesso sta piovendo sia da me che da te, e teoricamente possiamo ancora ascoltare lo stesso rumore nello stesso momento, ognuno per conto suo; ma tra poco partirò per qualche posto e i nostri climi saranno diversi.
Quando aprirò gli occhi (tu aprirai i tuoi) non pioverà nel raggio di cento chilometri. Farà molto caldo, un’aria gialla sigillerà la mente. Ci troveremo in un tempo diverso, la camera orientata verso est, e io sarò per te lontano e solitario come una finestra spalancata.

 

Davide Castiglione (da Doveri di una costruzione, inedito)

I progettisti (le gradazioni del cielo)

I depositi John Lewis fanno mimesi col cielo delle cinque,
i progettisti mandati all’aria aperta, a studiare le gradazioni,
dopo un pranzo leggero tra colleghi
platessa indivia e un bianco un po’ frizzante
realizzano tutto d’un colpo, il tono da intercettare
lo passeremo ai pixel e da lì ai pannelli di ghisa
renderemo leggeri gli imballaggi e spirituale il terziario
il nostro premio d’appalto, questo vasto quadrilatero
enigma o pastello evanescente. Per oggi
è decisamente molto, è quasi tutto per oggi,
torniamocene a casa ma tu, la cravatta già allentata,
nascondilo un po’ meglio quel mezzo passo di danza.

*

A senso unico

E abbracciala, pezzo di merda… niente di personale, però lei non smette di tamburellarti le dita sulla gamba, di cingerti il fianco. Più in là sul divano c’è uno con l’espressione simile alla mia, solleva gli occhi, si rituffa nel bicchierino di whisky. Più in là ma ormai sul parquet intercetto lo sguardo del giovane francese che basta essere lì perché c’è una specie di perfezione in tutto questo. Lei non solo continua il suo contatto a senso unico, ma ti guarda come se fossi un modulo della NASA sceso in terra a miracol mostrare. Per tutta risposta tu fai una smorfia squadrata, ma forse è solo un tuo modo avanzato di volere bene.

 

Marco Corsi (da Pronomi personali, Interlinea 2017)

potevano porgere soltanto acqua e sapone, un vestito di carta leggera. l’ago nell’arteria radiale del polso, guardare silenziosi l’ossigeno che scorre. in te trovarono vene di terra e pochi germogli di cattiva natura. l’inadempienza. ci sottoposero quindi a una cura costante di radiazioni, perché tu volevi vedere le stelle.
la diagnosi era stata perfetta: un eccesso di trasmissione.

*

dove siete stati a cancellarmi
per ogni nutrimento di sostanze
o di acque dense
dove siete stati per essermi
piccoli sentimenti eucarioti, procarioti, sentenze
avete avuto facoltà pressoché indeterminate:
silenziose ancora acque
in se convesse per non dire ripetute
dove siete stati noi qui non abbiamo
forma e meno che mai deposito
per qualità di germinanti indizi.

 

Tommaso Di Dio (da Verso le stelle glaciali, Interlinea 2020)

Deglutisce; per l’ispessita trachea
muco e aria. Apre
gli occhi e poi li chiude. Sempre torna
da un limite ignoto buio
senza tregua. Sbatte le palpebre
tra sonno, voci, piazzale
alberi, catetere, ossigeno maschera, strade, tramutare
e la finestra con il sole fuori.
Vorrei dirti che nessuna
cosa è più grande di questa
mano che debolmente ancora tu
stringi.

*

Quarta notte

Le nostre parole stanno per raggiungerci
dal primo grugnito; dal primo bramito
al più profondo
silenzio tra due umani che, ultimi
si cancellano. Ogni cosa
che è stata detta arriverà alle nostre porte
e darà colpi e colpi
per entrare e farsi carne. Stanno arrivando.
Non sfuggiremo. Ce le troveremo fra le mani
come un’ascia, un masso, una carezza
pronte a distruggere, a ricostruire e poi da esplodere
il sogno che le volle
false e amate insieme. Le nostre parole
stanno per raggiungerci. Siate pronti.
Dite loro il vero.

 

Andrea Donaera, (da Una madonna che mi appare. Una caduta, in XIV quaderno di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos 2018)

7.

Dei nostri doni cosa è rimasto non lo sappiamo, di tutti quei regali di Natale, cosa è rimasto, dei nostri padri poco, è rimasto poco, forse nemmeno loro sono rimasti, nemmeno i loro corpi, nemmeno i corpi delle nostre madri, loro, forse di loro è rimasto solo il corpo, di noi, forse, dei nostri regali, dei nostri doni, forse nemmeno il nostro corpo è rimasto, ora che siamo uniti, in qualche modo, ancora, ora che noi fumiamo e siamo zii ricchi, ora che siamo a tavola, siamo seduti, ci fanno una foto, siamo, siamo uniti, inorriditi.

*

III.

Sono in sei contro sette,
ma c’è equilibrio, quelli in sei hanno Mino,
è l’estate di Baggio e di Baresi,
giù al porto lo chiamano Il Divin Mino,
attacca gli spazi, dribbla molto bene,
è leggero ma sa come travolgere,
punta la porta di pietra, il pallone
sbatte con un tonfo riverberato,

e oggi è un oggi più spento,
Il Divin Mino perde ogni contrasto –
con il vivere, chiaro.
Ha detto: “Vado di là”. E si è lanciato.
Tre piani non sono tanti. Una palma
l’ha stoppato. È vivo ancora. E chissà.

 

Riccardo Frolloni (da Corpo striato, inedito)

movimenti I

Ci fecero uscire tutti dopo l’ultimo sguardo,
non avevo mai visto il giardino così, la gente

stava in piedi dappertutto, guardavano noi
mezzi scemi, rimbambiti dal piangere, allora

davvero qualcosa era accaduto, prima
la macchia, il cielo, i pioppi intorno, gli stessi –

c’era mia sorella ad aspettarmi e con un respiro
raccolsi tutta l’aria di casa, ed era ancora casa.

*

movimenti VI

Ripresero le passeggiate, la sera, col cane, lungo le mura del paese
cercando di adunare parole e pensieri, ovvero, dirci il bene
parlando d’altro, dei fatti degli altri, del male
che prende tutti, ci affratella, la malattia
era l’unica cosa più mostruosa della morte
di silenzi che stavamo subendo, e così seppi di Nilla
e le discussioni su cosa è peggio, se ne vale la pena.

Il lampo della malattia mi seguiva nei discorsi, nel temporeggiare
l’oscenità dell’assenza, del mai più, del per sempre.
Molto tempo dopo mi ricordai di Auster e l’invenzione della solitudine,
della donna malata di Parkinson e il desiderio
di rivedere un padre che muore – ricordai parole definitive
parole che combaciano –

Un uomo malato è tutto corpo
e morendo neanche più, forse
a fare un corpo ci vuole tutta una terra.

 

Carmen Gallo (da Appartamenti o stanze, Edizioni D’If 2016)

Da quando siamo finiti nella stanza più lontana abbiamo cominciato a sparire, uno a uno. Se non possiamo guardarla non siamo più sicuri di esistere. Alcuni non ce la fanno, hanno paura, scompaiono. L’uomo che vive con lei ogni tanto apre la porta e prova a farci uscire. Ci chiede di nascosto di tornare, ma noi siamo soltanto incrostazioni nell’intonaco e non sappiamo come fare. Se lei non viene qui scompariremo. Ad aspettarla siamo rimasti solo in due. Non so se ci siamo scelti, so soltanto che mi somiglia. L’altro sente quello che sento io, vede quello che vedo io. Presto diventeremo una cosa sola e spariremo.

*

L’uomo in tangenziale fissa il vuoto
e l’auto rovesciata. La gente intorno
è agitata. Le donne sono arrivate
a raccogliere le sue cose.
Ogni tanto qualcuna è stanca,
si ferma e fuma, seduta sul guardrail.

 

Gabrilele Galloni (da Creatura Breve, Ensamble 2018)

San Cono levitò per tutto il giorno.
Cadde stremato a sera nella quiete
di un roseto; sognò quello che secoli
dopo sarebbe stato un frigorifero.

Un frigorifero aperto nell’Erebo.

*

In estate si fa l’amore nelle
case vuote, le case di vacanza.

In estate; le lampade di carta
tutta la notte rimangono accese

nel tuo giardino; cose date o rese.

 

Marco Malvestio (da Fantasima, inedito)

13 novembre 2015, Carso

Contrariamente a tutti i topoi letterari,
nessuna tempesta turba l’orizzonte:
non c’è che nebbia,

sulle eterne rocce di questo paese,
sugli alberi gialli come vittime dei gas;
e dietro a questa, ai piedi del dirupo
della scogliera, conosco la vasta distesa
del mare bianco, che non so vedere.

A dispetto della nebbia, tutto è chiaro,
è libero da iperbati e imposture:
come tutti, anche noi temiamo la morte,
e ci nuotiamo dentro in ogni istante,
e nulla cambia nascondercelo, come ricordarcelo.

Dietro la nebbia, dietro il dirupo
della scogliera, conosco l’ampio stendersi
del mare bianco

*

Ero a Leandro, Leandro a Ero

[Leandro a Ero]

Mi ha chiamato Ovidio, suggerisce
di mettere qualcosa sul dissolversi
della coppia nella tarda antichità
(o nel tardo capitalismo,
dice che fa lo stesso),
così ci recensiscono di più.

E io lo capisco, figurati,
non è che non lo capisco:
e tutto sommato posso pure farlo.
Il problema è che non ci ho mai creduto
davvero – o meglio, non mi è mai sembrato
importante il contesto in cui una coppia
si dissolve:

perché è sempre la stessa coppia
che si dissolve,
e il tempo non esiste,
e chi è che lo sa meglio di noi, Ero,
meglio di me e di questo cellulare
senza segnale?

[Ero a Leandro]

Se proprio occorre aprire le danze,
perché sia limpido che non c’è futuro,
cancello le foto

non è perché tutto è soggetto a mutamento
e muore e si rifà in ogni momento
né perché la figura della coppia
è un simbolo metastorico,
che tutto questo dramma è qualche cosa
che avremmo potuto prevedere
e che invece non abbiamo previsto:

ma perché perfino sulla luna
la tua vanità peserebbe un quintale,
e lo prova la recita pietosa
che mi stai facendo fare
adesso che mi immagini parlare.

 

Demetrio Marra (da Riproduzioni in scala, Interno Poesia 2019)

I (dalla sezione Siano A e B)

Allo specchio delle tre lampadine dell’anticamera
da bagno come nei pub sistemo il colletto
indosso per il part-time che ci vuole decoro ma
vorrei denudarmi e correre come un toro
impazzito, con fare tracotante nel cortile
di una casa vecchia, con inquilini del comitato
no-movida di Pavia, o di un Liceo classico
o nel campetto sistemato di una chiesa, nel cortile
dell’Università, sciogliere con potentissimo
acido i mantelli alle statue, strappando
i manifesti, imbrattando le lapidi, lasciando
in un angolo i miei parametri e chiamare rivoluzione ma ho
l’influenza, troppo debole – un tachifludec
al limone ma fa schifo, vorrei sputarlo
e inondare la città, guarire alla piazza
il raffreddore lasciando fuori l’aristocrazia
che non si bagna i piedi negli attici, sui balconi
a salutarci come formichine o formichieri, una funzione
vale l’altra purché se la cantino e se la suonino,
nei locali, ci facciano dormire, pagare le tasse
e non pagarle, avviare i negozi e chiuderli,
riciclare, gonfiare i costi, aprire catene
di ristoranti col menù ridotto studenti, incluso caffè

*

«Olvidaràs al otro que dejaste»

Il terzo occhio che alcuni pensano di avere sulla fronte / io / lo tengo / in disparte e con la palpebra / serrata. È un bozzo / sulla destra / una cisti sebacea / che con luci calde allo specchio s’adombra / dà forma di sé nel cono del riflesso. Ho pure una cintura di nei / un meridiano, persino sul naso / per molti la parte migliore / di me – si dimenticherà ciò che ho schivato / a questo scarno ritratto. / / Non giudicatemi da ciò che sono ma da questo vetro che mi ripete.

 

Giulia Martini (da Coppie Minime, Interno Poesia 2018)

Marta non m’ama ed io non l’amo. Pure
cosa rimane nella nostra vita
da quando disse – Tra di noi è finita –
è un’apocalisse con figure
michelangiolesche, botticelliane.

Le primavere botticelliane –
che sembra lei quella chiamata Flora –
potessi almeno rivederla ancora
al plenilunio, tra le ipecacuane.
Ma se la rivedessi, che direi?

Ma se la rivedessi, che direi?
È una domanda che mi faccio indarno
mentre attraverso i ponti sopra l’Arno
pieni di sampietrini e di cammei
d’onice incisa come Dio comanda.

Resto indecisa – come Dio comanda –
tra vivere e morire o continuare
a leggere e ripetere e amare
le mie abitudini di laureanda
in Letteratura contemporanea.

Ma Marta non mi è più contemporanea –
ormai declina a un lontano passato
la rondine il futuro trapassato –
curiosa ancora ma già estranea
come galassia in allontanamento.

Di quel tuo passo in allontanamento
non mi dimentico le calzature
Vans, e che va di moda la texture
sulle Dottor Martins – e non commento
il tuo seguire la moda e la morte.

Marta che muore della nostra morte
come una martire preraffaellita
e che mi disse – Tra di noi è finita –
usandomi una voce aspra e forte
quasi fosse una voce buona e giusta.

È veramente cosa buona e giusta
a queste vie simmetriche e deserte
rimettere le rime che ci ha inferte
la nostra ingiusta vita incombusta.
Pur Iulio suona ancora di lontano…

Marta non m’ama ed io non pure l’amo.

*

Tu dici che hai mal di testa e amen.
A me non la racconti, Margherita.

Tu e la tua logica farmacologica –
io e la mia appena guarita ferita.

 

Giuseppe Nibali (da Scurau, inedito)

Il vostro corpo umano, il tutto vostro corpo è carne di vipera in cumuli, i vecchi uomini, labiali pronunciavano, labiali, sibilanti.

*

Scurau, u senti stu scuru ca ni pigghia? Statti ccà. Resta,
è longa a nuttata, e non chianciri, basta. I casi ‘i spunnaru.
‘I spunnau n’ventu chinu e’ jorna. Trasi e talìa a me vesti,
a morsi a morsi ppi ttia, ppi quannu nascisti e ppi to patri
ca u chiamai tutt’u tempu e non m’arrispunniu ancora.

Veni cà, non chianciri. Intra’a chiesa parravanu ro nfernu,
u parrinu s’infucau e avìa l’occh’i fora; ppi lu scantu
t’incaccau l’ogghiu supr’a testa. Sulu cà, pri thri ghiorna,
lucìu a festa.

(Ha fatto buio, la senti questa oscurità che ci prende? Rimani qui. Resta / la notte è lunga, e non
piangere, basta. Hanno sfondato le case. / Le ha sfondate un vento pieno di giorni. Entra e guarda
la mia veste, fatta a brani per te, quando sei nato e per tuo padre / che ho chiamato tutto il tempo e
non ha risposto ancora. // Vieni qua, non piangere. Dentro la chiesa parlavano dell’inferno, il prete
si è infuocato e aveva gli occhi di fuori; per lo spavento / ti ha premuto l’olio sulla testa. Solo qui,
per tre giorni, / si è illuminata la festa.)

 

Bernardo Pacini (da Fly mode, in uscita per Amos 27)

Walkera (per Clarissa)

Ogni giorno che passa sono obbligato a vederti
mentre vai nella direzione opposta / sulla mia stessa linea
lanciata da chi, guidata da cosa, venuta da dove.
Non mi somigli, c’è una strana affinità. Mi piace immaginare
che gli impercettibili scarti nella rotazione dell’elica
le sfumature del tuo amabile ronzio siano messaggi per me
lo sfarfallamento di un ciglio che vorrei ancora comprendere
cui vorrei rispondere / come la prima volta.
Sei sempre dentro di me, letteralmente:
salvata in DCIM, in ordine per data.
Appari all’incirca al minuto 17
eccetto il martedì – che prendo un’altra strada.

*

Idrocoltura – fase vegetativa

Guardandolo dall’alto del terrazzo, l’orto era ancor più scalcinato e, sulla destra, vicino al recint delle zucchine, c’era la vasca. Mia madre ha detto che alle sei di mattina il nonno usciva dalla cantina a piedi scalzi, prendeva la sistola verde serpente e riempiva d’acqua la vasca per farci il bagno. Non che lo abbia mai visto. Ogni tanto scendevo, andavo a vedere rametti piccole feci insetti e formiche morte a pelo d’acqua. La vasca era interrata: il nonno aveva scavato una buca con la pala – non mi ha mai insegnato la differenza con la vanga – strappato tutte le radici e gli arbusti, levati i sassi, prese le misure, poggiata la vasca arrugginita a sfioro col terreno. Non che lo abbia mai visto farci il bagno, e allora penso che è altrove (forse piegata in quattro nei fumetti di Alan Ford) che una qualche spiegazione si è mescolata − i tessuti rigidi dentro la mattina, dalle dita dei piedi alle scissure arate sulla fronte, il corpo duro una talea calata nell’acqua ogni momento più lurida e il cielo freddo un bagno cattivo un innesto contro la biologia familiare una vendetta il corpo cattivo calato a ossigenarsi nell’acqua argillosa, gli occhi buoni allineati ai fiori delle zucchine. Abituato alla morte quand’era già morto, «al popo, ‘ennardo, al popo». Avrei voluto già averti, drone, per vedere ciò che non mi era dato − correggere gli errori, zoomare sulla carne increspata del nonno, sfumarla con un filtro che fosse adatto, salvarlo dalla morte su un capiente disco rigido. Ma ormai ricordo solo la grande cattiveria.

 

Eleonora Rimolo (da La terra originale, Lietocolle Pordenonelegge 2018)

I maestri insegnano in silenzio
quando la sera viola svuotata
rincorre tra le nuvole lo spazio
sporco delle rotaie e dietro siede
il nemico, ed io prego che resti
per riscrivere le lezioni perdute,
per il lupo che divora in tutte
le direzioni raggiunto dalla fame,
perseguitato dalla pulce, sconfitto
da un timido sonno straniero.

*

Nella combustione l’obbedienza si perde
a questo dovere o a quell’altro e accade
che ognuno riguardi alla sua libertà
più teneramente: come quei feticci invano
adorati ci accordano il loro silenzio
i gabbiani così volano alti senza il grido
salvi dalle loro fascine: contano le ali,
si ritrovano lacerati e leggeri,
in numero dispari.

 

Francesco Maria Terzago (da Caratteri, Vydia 2017)

Dedica

Mia nonna mi chiamava tesoro, lipscén
diceva e mi appoggiava una mano sulla testa
e mi diceva che era stanca. Vedi lipscén le stelle
che sono sopra di noi, il cielo – l’universo che
non ha confini pensa – a tutte le cose che ci sono
dentro pensa agli anni che ci separano e pensa
a quante persone, in questo preciso momento,
ed è possibile che sia così – tesoro, lipscén – si
staranno parlando delle stesse cose, e ci sarà una
brutta donna come me che piange dicendo al nipote
cose come queste. Lassù vorticando su delle
pietre azzurre come la terra – che è una pietra azzurra
anche se il suolo è velenoso e non devi mettertelo
in bocca quando fai i tuoi giochi, mi raccomando
lipscén, tesoro, e pensa che siamo degli atomi
tenuti assieme senza un apparente motivo, perché
siamo fatti così? Fatto sta che lo siamo. E che
questi atomi ci saranno sempre, – questi atomi
ci saranno, anche quando io non ci sarò più, –
in questo modo – e non mi potrai parlare né
ascoltare. E non ricorderai più il timbro della mia voce
che ora ti è così familiare, – né questo volto rugoso
con cui ti addormenti. Perché mi sarò fatta cremare.
E mi si potrà tenere in una scatola per le scarpe
se lo vorrai. Ma quegli atomi lipscén, tesoro, chissà
che il tempo non passi per essi a una velocità differente,
che per loro il tempo sia ben poca cosa, almeno
a confronto del nostro. E io, credo, ti aspetterò
in una sala come questa o migliore. E ci sarà un momento
in cui questi atomi si riuniranno e io sarò di nuovo qui
e anche tu lo sarai, che nel frattempo avrai fatto la tua vita,
anche tu morto, passato per la vecchiaia –. E sarai
di nuovo. E ci troveremo assieme da qualche parte,
appunto. Tu, io, tua mamma, tutti quelli che vorranno.
Tutti assieme. E capendo la cosa incredibile che ci è successa
potremo stare assieme e non incontrare più la tristezza
di questa vita o il disfacimento. Sono molto stanca lipscén,
tesoro. È tardi, sono molto stanca. O forse saremo
gli stessi. Un’altra volta come questa, ma non ci ricorderemo
nulla di quello che siamo adesso. E non avremo da passare
assieme che il tempo che già abbiamo avuto, e faremo
gli stessi discorsi rammaricandoci di avere poco tempo,
io ti parlerò per l’ennesima volta di queste cose, e questo
inverno passerà ancora. E qualcuno ti chiamerà un giorno
che sarai lontano. Ti chiamerà per dirti che sono morta.
Ma sarai abbastanza cresciuto per affrontarlo,
quella voce ti dirà che ho deciso di farmi cremare.
Prenderai questa notizia come tutte le cose inaspettate e,
arrivato a casa, ti siederai da qualche parte pensando
a queste parole che ora ti sto dicendo. Ho tanto sonno,
mio tesoro.

*

nella stanza dei menhir

Il corriere è passato questo pomeriggio. Ci vorranno
quattro giorni, ti dico al telefono, perché tutto sia da te.
A Shanghai la pelle del viso ti si screpola, il clima
è più secco che a Canton. Nel vano di carico, i tuoi
dodici colli vengono mischiati ad altri cento colli.
Cerco di tenere a mente quali siano quelli
che contengono le tue cose ma non ci riesco,
si confondono. È la tua vita, quella nei dodici colli
che si mischia ad altra vita. Divisa, per il momento,
dalla nostra vita. Bianchi erano bianchi, i nostri armadi
– ora sembrano di fredda pietra lunare, l’umida brezza
è arrivata dal balcone, si è posata sulle mie spalle
come una vecchia coperta. Se ne stanno nell’altra stanza,
uno affianco all’altro, ritti come menhir, i miei armadi,
la luce che tracima dalla finestra si spalma sul pavimento,
loro si sono messi sulle punte dei piedi ed è
per questa ragione che con le loro teste arrivano
a sfiorare il soffitto. Cerco di non andarci, di là, nella
stanza dei menhir, ho paura che vedendomi possano
prendere paura – perderebbero l’equilibrio, non voglio
che mi cadano addosso. Ho spostato il computer
in soggiorno, ora lavoro su quel tavolo dove
abbiamo cenato senza dirci altre parole che
buon appetito. – La porta che divide il soggiorno
dalla stanza dei menhir ha un sigillo di quiete. Eppure
se ora la spalancassi, d’improvviso, e raggiungessi uno
di quegli armadi – se io poi lo aprissi, senza tentennamenti,
chissà con quale maleficio, vi troverei dentro le tue cose,
nel disordine e nei colori caldi che contraddistinguono l’esistenza,
là come nelle giornate che hanno preceduto la tua partenza.
Sarebbero le stesse cose, io credo, ma non sarebbe la stessa vita.
L’odore dell’asfalto bagnato, l’odore dell’ultimo taxi
per l’aeroporto, per un momento, si alzerebbe davanti a me,
si dissolverebbe nelle lingue della mia memoria, su tutto
scenderebbe la stessa sonnolenza.

 

Francesco Vasarri (da Rerum creatarum pavanae, inedito)

II.

Per vanità di teschio arcadia ego /colostro gronda, sangue e ricca farcia / lungo le foglie; e disfa in primavera; / mentre il polline imprime; stille immilla // [E possa io dal rimediato chiostro / della conversativa carne in carme / inchiostrarlo l’asilo delle larve / o l’assillo, o sapere cosa farne.] // E silenzio si evince / prima o dopo l’inconfutato evento… / il divino / e partecipe e pentecostale… / Sotto, in avorio, lavorìo di larve / bianco ardore, maciullatissima carne… // [La terapia durò molto, pare / ma in fondo fibrillava la salute / nel fermento discorde delle larve / pertugianti sfiorate, sottopelle / dalla garza, con andamento illustre / da madrigale. (Ah Pavana! Pavana!)/ E intanto si accorgeva che la carne /
ricresceva appolpata sullo scheletro / gravitava nella seconda nascita / in decomposizione rovesciata.] // {Santità di Francesco va’ lontana: / dagli una settimana almeno umana.}

*

L’assenza di emozione è di per sé
una spoglia mentita, e molto, e forte.
Fu così, di freghino in grafema.

[…]
[..]
[.]
[Sbarrate le porte.]

 

1 Gli autori indagati sono: Roberto Batisti, Carlo Bellinvia, Ophelia Borghesan, Maria Borio, Simone Burratti, Davide Castiglione, Marco Corsi, Tommaso Di Dio, Andrea Donaera, Riccardo Frolloni, Carmen Gallo, Gabriele Galloni, Marco Malvestio, Demetrio Marra, Giulia Martini, Giuseppe Nibali, Bernardo Pacini, Eleonora Rimolo, Francesco Maria Terzago, Francesco Vasarri.

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