Esiste un luogo dove tutte le acque confluiscono e si mescolano, un luogo invisibile dove la realtà si capovolge. È l’Antiterra di Paola Nasti che ripopola di sostanza poetica il corpo celeste immaginato dalla saggezza epicurea ed esplorato dalla letteratura (ad esempio da uno scrittore come Nabokov).
Il senso della mescolanza percorre tutta la raccolta Cronache dell’Antiterra (Oedipus 2018), già a partire dalla struttura in cui i versi si alternano alle prose liriche, la misura breve a una più ampia, ma è esplicitamente tematizzato sin dall’inizio, nella terzina di perfetti endecasillabi che apre il libro. Nell’Antiterra, infatti, si mischiano voci / di uccelli e di auto in corsa / impasto di becchi, di ruote e asfalto dove le parole si mischiano e impasto tengono insieme elementi diversi afferenti a sistemi e immaginari opposti: quello lirico e naturale degli uccelli (richiamati anche da becchi) e quello di un mondo industriale, tradizionalmente antilirico, delle auto in corsa (richiamati anche da ruote e asfalto). Il livore della strada, il rumore delle auto, ingentilito dalla parola voci, il pigolio di becchi, formando un amalgama, sono la soglia attraverso la quale il lettore è da subito catturato dentro. Il confine è stato varcato e niente può distogliere dal contemplare il punto di sutura tra cielo e terra.
Ed ancora, nel nuovo pianeta (parola ricorrente che misura la distanza tra terra e antiterra) si mischiano i tempi verbali, declinati in tutte le loro sfumature, soprattutto del passato; si mischiano i soggetti logici persino all’interno dello stesso testo, in una dimensione prevalentemente plurale (molto insistita è la terza persona plurale) che destruttura profondamente l’io, soggetto lirico per eccellenza. Il sogno permea profondamente il reale, si intreccia con esso e dona al testo un senso di sospensione costante.
L’Antiterra è segnato da un immoto andare: tutti i verbi di movimento (come trascorrere, passare, perlustrare, trotterellare, trascinare…) sono paralizzati da una scrittura a spirale che torna su se stessa riprendendo simmetricamente termini, aree semantiche (molto presente quella relativa alla vista) interi sintagmi o versi all’interno dello stesso testo o in testi contigui. Eppure questa scrittura non diventa mai ossessiva: il rischio è evitato grazie ad una misura sorvegliatissima che tende a isolare i versi, a dare prevalentemente l’andamento armonico dell’endecasillabo, a utilizzare una lingua nitida che trova il suo ritmo nelle pause della punteggiatura dei testi in prosa.
Prevale l’inazione: l’umanità antiterrestre è costantemente al bivio di opposte possibilità, in bilico tra scegliere e non scegliere (anche questa è una dualità insistita), ma, al bivio, l’inazione si trasforma nella capacità di compiere il destino.
Persino in Migrazione, seconda delle cinque sezioni in cui il testo è diviso, il viaggio coincide con la stasi, con l’attesa di qualcosa che non arriva. Il viaggio non ha mete (non sponde, non rime, non baci) e non è confortato da alcuna dolcezza: le coperte sono incapaci di calore, per i natanti non c’è gomena che tenga e non c’è neanche il tempo di piangere.
Non ci sono luoghi oppure quelli possibili sono svuotati di contenuto: le chiese, ad esempio, che si popolano di folla sin dal mattino, non sono più luoghi di culto, ma punti dello spazio in cui si concentrano file ordinate e insensate; sono attrazioni turistiche. Dei luoghi restano tracce, resti impossibili da ricomporre.
Spesso luoghi, immagini o concetti sono capovolti attraverso la negazione: ad esempio in una poesia l’iniziale potevamo già scegliere diventa nel verso finale non scegliere oppure la frase Non si potevano conoscere né riconoscere diventa in un testo successivo Conosce e riconosce gli abitanti.
La contraddizione è nel pensiero, la presenza si fa assenza: le parole nessuno e non sono quelle più presenti.
Al termine della migrazione verso un luogo che non si dà mai, gli Ospiti (titolo della terza sezione) saranno bambini dai volti che sfumano in odio ai contorni, nati per non corrispondere, saranno presenze che si muovono lente. Un processo di geometrizzazione distingue un mobile loro (nel testo è una terza persona plurale sottointesa) addensato nello spazio: centro, tagli, righe e talvolta figure che diventano lettere da leggere. Una massa indefinita e anonima riunita intorno al fuoco è sostanza e preda di atmosfere vagamente distopiche. Parole e immagini come gli organizzatori, il fuoco ipnotico, reale o finto, anzi che sembra più vero quanto più è finto, il rito collettivo in cui si è insieme eppure separati (ciascuno procedeva assorto per proprio conto) disegnano queste atmosfere. I significati reali e simbolici del fuoco si perdono: il suo chiarore non permette la vista, e dunque una conoscenza esatta, poiché più ci si avvicina al fuoco più le somiglianze si affievoliscono. Sul senso del fuoco si innesta quello delle parole per le quali non conta più il significato (sono parte di lingue straniere e incomprensibili o in disuso) ma il suono di lettere e fonemi. L’urto, il clangore che producono, come daghe in pieno combattimento, contrasta con l’aria assorta e meditativa prodotta dal fuoco. Le parole scendono sui corpi come pioggia fermando il loro dondolio solipsistico, recano finalmente un elemento vivo. È soprattutto il tempo del colore che sembra venire a redimere il carico di polvere o di fuliggine, ma l’atteso cambiamento di marcia e direzione si precisa subito come la sostituzione dell’aria con una pappa semiliquida cui si adeguano i polmoni. In luogo della trasparenza dell’aria sono i corpi a farsi trasparenti sino a mostrare gli organi interni. E in questa non necessità dei nascondimenti, in cui ogni cosa può mostrarsi per quello che è, finisce il tempo delle finzioni e ogni singolo elemento può risplendere nella sua semplice verità.
Così ne l’onda gelata di Nantuchet (titolo della quarta sezione), dove si inabissarono potenti navi, nei suoi ghiacci lustri e duri che si sciolgono e si ricompongono, la trasparenza lascia indovinare le forme che l’attraversarono, i muscoli un tempo ben irrorati, gli umori e le emozioni rapprese, i segni di epoche trascorse da dove emergono veneri primitive, statuette, rastrelli per l’imene/ per deflorare terreni di semina.
L’immagine è perfetta per l’approdo verso La zona, ultima sezione dedicata alla madre. L’io e il tu sussurrano a distanza come richiami in un bosco immerso in una luce d’alba. Si fondono l’acqua e la terra delle radici, le attese silenziose del cervo che viene ad abbeverarsi. L’acqua è una necessità e forse una condanna per quella sua capacità di riflettere volti ingannevoli, destinati a sparire. Il corpo, trinitario anche nella perdita, si estende nel terreno, guadagna spazio, si dispone alla semina, a tramutarsi in pianta per respirare. Il corpo languido, quasi privo di peso si riavvolge seguendo una processione di parole che ricongiungono fine e inizio, dove tutto si fa visione, un immenso occhio di luce. Il tempo, richiamato già nel titolo con la parola cronache, apparentemente rimanda a una narrazione secondo la successione cronologica lineare, ma in realtà ritorna circolarmente su sé stesso (così come fa la scrittura) e ogni momento / è e non è passaggio.
In questo compiersi, che è anche un nuovo inizio, la poesia scolpisce ogni parola, diventa necessità.

 

da Cronache dell’Antiterra (Oédipus 2018)

 

sotto le coltri soffici seguivamo il trascorrere delle stagioni, le foglie
erano le stesse, non cambiava quel senso di sconforto
quando qualcosa cessava – fosse un sogno o una vita

nessuno si poneva le domande
che oggi irrompono e ci spezzano i vetri

i giorni passavano lenti e senza noia, noi
con gli occhi bene aperti a guardare fuori

da lontano perlustravamo i perimetri dei continenti
ne seguivamo il contorno con il dito
cercando di essere attenti
ad ogni insenatura di costa, alle faglie che da quaggiù
si vedono anche ad occhio nudo

non speravamo di essere lontani

non c’era sogno che potesse distoglierci
dal contemplare quell’orizzonte buio, il suo sfumare lieve
nel punto di sutura tra terra e cielo

 

*

 

si stava sul pianeta senza scegliere

in posizione statica, seduti
ad aspettare che facesse giorno

nessuno li sentiva passeggiare
da un emisfero all’altro

le circonvoluzioni li celavano
agli sguardi indiscreti, che dalla terra
si alzavano, curiosi. si incuneavano
senza dire – mentire il loro forte

il loro piano segreto

 

*

 

in semplice schiera avanzate
vostro lo scalpiccio dei piedini
vostre le voci chiocce, sussurrate

ciom ciom, ciom ciom, ciom ciom

in odio ai contorni i volti sfumano
si perdono nell’aria circostante
tentiamo di capire, di distinguere
parole che non dite

è vostra la misura

quando sembrate volgere lo sguardo
fissiamo buchi neri che si incrociano
nel centro. la domanda galleggia
come un sasso a mezz’aria,
scagliato. non siete nati voi
per corrispondere

 

Paola Nasti è nata a Napoli nel 1965, dove vive e insegna filosofia nei licei. È redattrice della rivista di poesia Levania. I suoi testi – poesie e racconti brevi – sono pubblicati in antologie, riviste e blog. Finalista nella XXXI edizione (2017) e nella XXXIII (2019) del Premio Lorenzo Montano. Ha pubblicato il libro di poesia Cronache dell’Antiterra (Oédipus 2018) e la plaquette Poesie dello yak impigliato per un pelo della coda (Eureka 2019). È in corso di pubblicazione per l’editore Aragno una silloge intitolata Contro l’Angelo, vincitrice del Premio Subiaco 2019.

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