Dalla motivazione scritta per la quarta edizione del

Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” – Opera vincitrice

Il titolo di questa raccolta rinvia alla medicina: alla particolare patologia psico-motoria e cognitiva che si rivela nell’infanzia, altrimenti nota come ‘disturbo dello spettro autistico’. La suite è, come si è soliti dire, tutta ‘a tema’; incentrata sullo svolgimento e sulla disanima della questione annunciata programmaticamente nell’enunciato. A un rapido spoglio, si distinguono lemmi o termini afferenti alla medicina e al linguaggio di settore scientifico, indicanti strumentazioni e sintomatologie […]. Una scrittura che sembra torcere il collo alla retorica, e ritorcersi, dibattersi continuamente in un lungo combattimento tra ratio e negazione della ratio; tra una lettura scientifica, o un approccio scientista, a una materia oscura, a un indecifrabile stato o stadio dell’entità della mente e del corpo. […] Come un’allegoria, la mente oscura si fa luogo e stigma, cronotopo e Stimmung della complessità dell’epoca; l’autore-scriba registra, interpreta, razionalizza l’attualità dell’inattuale, ospita la lingua inospitale, getta ponti di comunicazione tra isole dell’io, tra sponde di incessante comunicatività negata o monade.

 

Dalla postfazione di Anna Maria Curci

In Autism Spectrum di Patrizia Sardisco torna, con un impeto capace di scuotere fin dalle fondamenta ogni certezza, l’urgenza dell’interrogazione, l’enigma perenne di ciò che sfugge a ogni controllo razionale […]. Nei componimenti poetici che danno testimonianza di un ripetuto, sofferto tentativo di venire a capo di un groviglio di impulsi incontrollati, di ripetizioni coatte, nell’attesa, carica di una tensione che riempie ogni gesto e ogni pensiero, che il «loop si irradi di parola», nello sforzo di trovare discernimento in un indistinto non di rado ostile, drammaticamente ridotta è la tenuta della pedagogia, che appare, segno del suo indebolimento, sempre associata a un attributo o a un complemento: «pedagogia del fiato», «pedagogia salvifica», «pedagogia di metro e nomina». Gli assalti all’indistinto, nell’intento di dirimere «il grido dal pensiero», si manifestano con gli strumenti linguistici della commistione, la quale non esclude a tratti il vero e proprio scontro, una stridente dissonanza, tra termini, intenzionalmente o forzatamente impoetici («continuità stocastica»), del linguaggio settoriale, quello della psicologia innanzitutto, e la lingua che siamo usi a riconoscere alla poesia, tra squarci lirici («luce purissima»), citazioni («landa guasta» eliotiana) e giochi di parole, talvolta esasperati (ma è un segnale del coinvolgimento dell’io lirico fin nelle pieghe più inconfessabili), con radici e componenti sillabiche: «l’amo mio d’amore». Eppure in questo resoconto di un’esperienza estremamente dolorosa, la parola che sale alle labbra di chi legge, è “professione”, parola che unisce scelta, dichiarazione, attività lavorativa e passione – puntigliosa, irruente, dolorosa – per la parola.

 

Da Autism Spectrum (Arcipelago itaca, 2019)

#0
lo spettro non traccia nei normografi
senza riga e compasso
china a mano libera
la testa
disdegna
di segnalare non insegna
riconsegna
un lato umano asintotico
a ogni punto

*

#3
hai percorso volando
l’enclave breve
di un acceleratore del pensiero
i piedi alati divine particelle
in moto sghembo in ascesa poi
la planata
e sei atterrata estranea esausta
straniati gli arti
crudi arrochiti alberi le mani
le disprassie fanno il vento contrario
nelle mani ammainate issate
contrariate contratte aperte e chiuse
gli occhi di più
cloro in un loro cielo

*

#17
luce purissima
abbacinando sospende la visione
si ricompone in forme
predicibili già scritte
intelligibili nel libro dello spettro

ma quando è accumulo l’amore
si protrae
per cifra dissipativa
in continuità stocastica
e il braccio descrive l’arco della luce
fino all’oscuramento

dentro il parossismo il gesto
è luogo del pensiero

*

#24
ti osservo lente d’acqua
e la visione è orto
e colgo e le mie unghie
hanno di terra lune
e lacci di radici hanno le mani

ti colgo e mi sprofondo radicale
mi apro in cotiledoni
spacco e ti nutro specola
di sole e non sarò più uno
e nutro me di terra e di te imparo
nuova la foglia
che mi è già stata voglia linfa liana

e mi farei giaina
lieve alle algie dei gesti
delle busse
perché pure si può colpire
lasciandosi far male

*

#30
gli attimi che ti guardi
il corpo dall’interno
dalla cella dall’antro di tortura
come fossi frantume di un oggetto
luccicante e tagliente
d’altra sfera e fuori d’orbitale
sei frammento di lente
concreta concrezione
di te stessa e corpo
in fuga prospettica in un punto
dal lembo del fantasma dello spettro
e quando neghi te stessa
per conservarti intera
per essere qualcuno
quando dici di te io sono lui

*

#49
terra senza notizia landa guasta
persa dallo specchio dei neuroni
forse riverberi il grido di Sileno
il controintuitivo urlo
oltreumano
la corsa nell’inerzia di natura
cura fonoassorbente all’urlo
la culla allocutoria io – tu
pedagogia di metro e nomina
distanza di distanze e posti in essere
con tenacia di verbo
all’infinito

 

Patrizia Sardisco è nata a Monreale dove tuttora vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano, sue liriche e alcuni racconti brevi compaiono in antologie, riviste e blog letterari. Vincitrice e finalista in diversi concorsi a carattere nazionale, nel 2016 ha pubblicato, per i tipi di Plumelia, la silloge in dialetto Crivu, vincitrice del  Premio Internazionale “Città di Marineo” e menzionata al Premio “Di Liegro” di Roma. Nel 2018 si è aggiudicata il Premio “Montano” nella sezione “Una prosa breve”. Nello stesso anno, per le Edizioni Cofine, ha dato alle stampe la sua prima pubblicazione in lingua italiana, eu-nuca, con prefazione a cura di Anna Maria Curci, finalista al Premio “Bologna in lettere” 2019.

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