Poesia del nostro tempo. Dietro l’illusoria ebbrezza del nuovo

 “Nel giro di pochi decenni era stata liquidata una civiltà di tradizione millenaria come quella agricolo-pastorale e artigianale. Pasolini parlò a ragione di «catastrofe antropologica». Furono in pochi allora a misurare la portata di quella svolta epocale. Ma quando, in seguito a eventi come la crisi petrolifera dei primi anni Settanta, emersero i limiti e la precarietà del recente benessere, dietro l’ebbrezza del nuovo si fece avanti un diffuso senso di lutto per la perdita repentina di mondi, equilibri e legami consuetudinari.”

Ho scelto queste parole di Franco Brevini dall’introduzione al Tomo terzo de La poesia in dialetto (Mondadori 1999) per il richiamo al dramma che una società umana può sperimentare a causa di uno shock economico, con l’emersione di crisi culturali e sociali.
Dalle statistiche di questi giorni emerge un dato, il 44% della popolazione italiana dichiara meno di 15.000 euro lordi all’anno, appena sufficienti per sopravvivere con un mutuo alle spalle.
Il nostro paese era già giunto al limite, prima dell’emergenza Covid-19.
Con uno Stato sempre sul crinale del debito, l’erosione della classe media era giunta alla fase finale. Una persona su due già l’anno scorso faceva fatica ad arrivare a fine mese.
Questo è il punto di arrivo del capitalismo globalizzato che ha, da più di due decenni, precarizzato il lavoro e distrutto il portafoglio degli italiani.
Quali sono le cause? Perché non abbiamo reagito?
Su cosa si è fondata l’illusoria ebbrezza del nuovo negli ultimi venti anni?

L’illusoria ebbrezza del nuovo si è fondata grazie ai processi di comunicazione, una grande campagna pubblicitaria accompagnata dall’ingresso delle nuove tecnologie – un’ubriacatura appunto, in un sistema che impoveriva via via la classe media. L’illusione è stata seminata dall’informazione e dai suoi linguaggi, e lo dimostra la produzione in versi di queste settimane sui social, che hanno attribuito il senso di inadeguatezza, claustrofobia e precarietà, all’emergenza del virus.
Per comprendere quanto il nostro modo di vedere sia orientato, non ho letto un testo che abbia attribuito gli effetti della crisi alla mancanza di progettualità (politica, industriale, sociale, ambientale, culturale) degli ultimi decenni. Credo che la mancata risposta delle persone, tra cui anche gli scrittori e i poeti, sia il risultato di questa adesione alla comunicazione, lo snodo cardine dei processi di produzione e consumo, o come la chiama Edgar Morin, il dialogo dell’industria culturale. Oggi, rispetto agli anni Settanta, anche le informazioni vengono trattate come merce suscettibile ai meccanismi di domanda e offerta, e su questo processo si fonda la nostra percezione degli eventi.
Tutto ciò che ostacola lo scambio immediato, che pone una riflessione (anche estetica, critica), che chiede una validazione diversa, viene rigettato dal sistema che fa dialogare la produzione e il consumo.
Tutto andava bene. Tutto andrà bene.
Questo è quello che ci raccontavano e ci raccontano.
Bene, ma è illusorio.

Da quando ho iniziato a scrivere sui portali mi hanno sempre incuriosito gli slogan usati nel mondo dell’informazione. Viviamo nell’età del web – scrivevo nel 2003 – e gli slogan si propagano: alcuni sono efficaci, altri meno… Tutte queste parole – le notizie, le opinioni, la pubblicità, gli slogan e le narrazioni – aggiornano il nostro presente.
Anche le poetiche hanno cominciato a prendere spunto dall’attualità, ma senza una fase di riflessione, di distanziamento – non quello sociale, a cui ci siamo abituati -, il linguaggio dell’informazione è entrato osmoticamente nei testi. La crisi, che investe tutti, non fa altro che mandare in loop alcune informazioni e gli orientamenti consueti su cui si fonda il dialogo dell’industria culturale.
Anche le parole dei poeti aderiscono a ciò che viene confezionato, l’oltretesto dell’informazione, che si riproduce giorno dopo giorno, generando effetti di oblio perché l’importante non è che i fatti siano assodati e accertati, ma che la notizia sia nuova e di nuovo vendibile.
Bisogna immaginare la grande mole di informazioni che accadono in questo snodo di dialogo tra produzione e consumo, che orientano le persone verso il nuovo, giorno dopo giorno.
Per questo motivo, i testi pubblicati dai poeti sui social in questi mesi, reagendo alla crisi, hanno assorbito le funzioni del mondo dell’informazione, ma sono paradossalmente mancanti di poesia, non fanno altro che riportare notizie, unite ai sentimenti.
Nulla di così negativo, ma voglio ipotizzare che la poesia sia qualcosa da scavare, sia l’osso della verità.
Solo un’ipotesi, la mia, che ognuno può verificare, eventualmente sostenere, anche rigettare, ma una poesia che non esprime, non indica, non dice qualcosa di più di quanto già sappiamo, di quanto già proviamo, non serve… La poesia non è mai di chi la scrive, ma di chi ne ha bisogno, questo lo sappiamo. Ma la poesia, anche arrivando a ciò che è urgenza e bisogno, deve poter significare di più per muovere qualcosa nelle persone.

Oltre l’illusoria ebbrezza del nuovo, della notizia, le istituzioni mondiali già stavano riversando il costo della globalizzazione sui più deboli… Tutti questi politici ed economisti anaffettivi, incapaci di comprendere i bisogni, oggi prendono tempo, preconizzano, fanno ruotare le informazioni, polemizzano, non senza risposte irrazionali… Notizie di questi giorni, il taglio di fondi all’OMS degli Stati Uniti, una misura del tutto promozionale, o l’atteggiamento circospetto della Germania nella gestione della crisi, per non parlare delle nostre polemiche interne.
Eppure una società umana senza forme di coesione come può progredire?
La digressione è poco poetica, ma oggi è il 1 maggio, e devo prendere in esame il nascere delle condizioni di ristrettezza della popolazione italiana, che sono abbastanza chiare – non sto affermando nulla che già non conosciate.
Qualcuno ricorderà l’una tantum del 1996 del Governo Prodi, nonché le numerose privatizzazioni che hanno consegnato alla finanza mondiale e agli speculatori i nostri settori strategici, che hanno permesso delocalizzazioni e spostamenti di sede all’estero delle nostre aziende, anche per evitare le tassazioni.
Con il nostro debito, sarebbe stato meglio entrare nell’euro con altre misure, chiedendo garanzie per evitare queste dinamiche.
Mettendo la benzina in comune, tutti i paesi europei avrebbero potuto guidare la macchina, pure a diverse velocità. Ma se la benzina è limitata alle riserve di un solo paese, se questo la finisce per un problema e non c’è un intervento espansivo, la storia di quel paese è scritta.
L’Europa è dunque nata incorporando i semi delle speculazioni finanziarie (non è un caso che i vertici del Fondo Monetario Internazionale siano di formazione europea).
Errori analoghi, e ben più drammatici, sono stati quelli della Grecia, ma pure dell’Argentina che collegò l’austral al dollaro.
A vari livelli, nelle economie di questi paesi si è prodotta stagnazione, disoccupazione e impossibilità di far fronte al debito pubblico. I paesi si sono bloccati e hanno dovuto vendere non tanto la loro sovranità, quanto svendere le loro ricchezze sul mercato.

Anche gli italiani, convinti ad accettare l’euro come ideale di pace, per la speranza di un rinnovato benessere, dopo due decenni di Europa hanno eroso la ricchezza… Nonostante il nostro avanzo primario, gli interessi sul debito non ci hanno mai permesso manovre espansive – altri paesi europei non stanno meglio, solo che l’Italia ha iniziato a raschiare il barile per prima, tagliando dove si poteva.
Avremmo dovuto realizzare da subito l’unione monetaria gestendo i debiti pregressi degli stati in modo da assorbirli senza l’aggravio dei tassi di interesse, e solo da quel momento in poi fornire ai paesi delle linee guida, standard di spesa… L’Unione Europea è nata su basi troppo suscettibili alle fluttuazioni economiche dei mercati e alle speculazioni sui debiti degli stati.
Tuttavia i politici italiani ed europei dell’epoca già lo sapevano.
Verso la fine degli anni Novanta, dopo aver svenduto le imprese di Stato e dopo aver guadagnato delle poltrone in Europa, i nostri governi si erano messi a tagliare i costi umani del lavoro: con il Pacchetto Treu durante il primo Governo Prodi nel 1997, dal secondo Governo Berlusconi nel 2003, a causa di tutte le deroghe contenute nel Jobs Act del Governo Renzi nel 2014, per non parlare della depenalizzazione dei reati sul lavoro di quel periodo (legge 28 aprile 2014, d.lgs. 8/2016), tra cui l’omesso versamento dei contributi o la somministrazione di lavoro abusiva… Che bella sequela di risposte delle nostre élite progressiste e liberali per bilanciare l’ingresso della manodopera a basso costo dei paesi dell’Europa orientale, nonché la concorrenza della manodopera in Oriente e, perché no, visto che c’erano, per tagliare i costi del lavoro anche per lo Stato, con l’utilizzo di cooperative e associazioni in comparti strategici come Sanità, Scuola, Comuni…
L’hanno chiamata flessibilità, invece di nuova povertà e precariato.
L’unico luogo dove, per legge, in Italia, si dovevano imporre le agenzie interinali, cioè il comparto strategico dell’agricoltura, è stato abbandonato al lavoro nero e al capolarato… Si potevano utilizzare le agenzie in agricoltura con un aiuto dello Stato, creando le condizioni migliori anche per quei lavoratori stagionali del comparto, cartina di tornasole dell’Italia nel mondo.

Oggi, inaspettatamente, ci si è accorti dello smart working. Che novità, che ebbrezza!
Folgorante è la mancanza di visione sul medio e lungo periodo della politica italiana ed europea.
Infatti non si comprende come l’Europa possa pensare di competere con gli Stati Uniti, la Cina, l’India, la Russia, senza una coesione interna di obiettivi e politiche comuni per rimettere al centro l’individuo, i territori e le economie.
Cosa ha che vedere tutto questo con la letteratura o la poesia?
I testi dovrebbero interpretare i bisogni, ma in un momento in cui la riflessione, la capacità inventiva e creativa della poesia, dovrebbe ispirare coraggio e progettualità, dovrebbe analizzare le cause e rispondere, la maggior parte dei poeti si lancia a rincorrere la notizia, a spargere versi pieni di Covid-19.
Mi domando, dove erano questi poeti “civili” che oggi scrivono sul virus gli anni passati?
Quando partecipavamo alle guerre del Golfo, dove erano?
Quando il Fondo Monetario Internazionale, le cui posizioni sono sempre state occupate dalla troika europea, strozzava l’Argentina o la UE la Grecia?
Quando abbiamo deciso di abbandonare la Libia ai trafficanti di uomini e donne?
Su temi come la mafia e la criminalità?
Nella nostra bella Italia, sempre alle prese con il rapporto deficit/pil, mentre la popolazione diventava via via più povera, cosa facevano gli scrittori? Non erano occupati a trovare qualche impiego nell’editoria, nelle fiere e nei festival?
Non sono ancora lì, a mimetizzarsi nel sistema, pronti ad offrirsi per interpretare una bella storiella a qualche tavolo di crisi tra istituzione e addetti ai lavori?

Tutto il senso di precarietà che soffriamo non è dovuto al Covid-19 e al pipistrello del mercato di Vuhan, ma è causato dal fatto che la società mondiale con le sue istituzioni ha trascurato la protezione dei più deboli, la cura del mondo, anche attraverso il lavoro e mettendo al centro la dignità della persona.
Credo che la risposta dei poeti e della persone della nostra società si debba concentrare per progettare un futuro che metta al centro l’individuo e i suoi bisogni, ripartendo dal lavoro e dalle prospettive di sviluppo, che mancano, il vero “dramma collettivo di questo mondo”.
Tuttavia sappia il lettore che “chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche”.

 

 

Classifica

Tutto invariato nelle prime tre posizioni, con Simone Savogin, Emily Dickinson e Tomaso Pieragnolo, saldamente in testa nelle statistiche annuali. Sono comunque entrati in classifica Francesco Benozzo, poeta più letto nel mese di aprile con una selezione da Poema dal limite del mondo (Kolibris 2019), e Ivan Fassio con alcuni testi da Il culto dei corpi (Raineri Vivaldelli Editori 2020). Nicanor Parra (L’ultimo spegne la luce, Bompiani 2019) sta scalando via via posizioni, a testimonianza di come l’utilizzo delle forme parodiche, dell’ironia e del sarcasmo, della forma colloquiale, anche attraverso la sperimentazione della metrica tradizionale e non solo del verso libero, può accendere le luci della poesia nei lettori italiani.
Molto visitati sono stati gli articoli su Mario Benedetti (a cura di Tommaso Di Dio, Giuseppe Nibali e Ivan Crico), poeta recentemente scomparso che abbiamo voluto ricordare anche nella nostra pagina facebook.

Tutta la classifica*
1. Simone Savogin – Testi da Come farfalla (Mille gru 2018)
2. Emily Dickinson – Selezione da La mia lettera al mondo (Interno Poesia 2019)
3. Tomaso Pieragnolo – Poesie da Viaggio incolume (Passigli 2017)
4. Eleonora Nitti Capone – Testi inediti
5. Nicanor Parra – Selezione da L’ultimo spegne la luce (Bompiani 2019)
6. Luca Gilioli – Poesie inedite
7. Giovanni di Altavilla – Testi da Architrenius e intervista ai curatori (Carocci 2019, prima edizione con italiano a fronte)
8. Ivan Fassio – Selezione da Il culto dei corpi (Raineri Vivaldelli Editori 2020)
9. Emilio Rentocchini – Poesie da 44 ottave (Book 2019)
10. Francesco Benozzo – Testi da Poema dal limite del mondo (Edizioni Kolibris 2019)

Poeti più letti nell’anno
Laura Marino 2017 – Inediti
Patrizia Vicinelli
2018 – Saggio di Davide Galipò
Simone Savogin 2019 – Poesie da Come farfalla (Mille gru 2018)

Poeti più letti del mese
Carlo Bordini maggio 2017. Poesie tratte da I costruttori di vulcani (Luca Sossella 2010)
Angela Bonanno
giugno 2017. Saggio su tutte le opere, a cura di Silvia Rosa
Domenico Brancale
luglio 2017. Inediti, poi pubblicati in Per diverse ragioni (Passigli 2017)
Giancarlo Sissa
agosto 2017. Poesie tratte da Persona minore (Qudulibri 2015)
Franco Arminio
settembre 2017. Poesie tratte da Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere 2017)
Hilà Lahav
ottobre 2017. Intervista e selezioni di inediti a cura di Biagio Guerrera
Marilina Ciaco
novembre 2017. Inediti
Laura Marino
dicembre 2017. Inediti
Elena Zuccaccia gennaio 2018. Poesie tratte da ordine e mutilazione (Pietre Vive 2016)
Gian Mario Villalta febbraio 2018. Poesie tratte da Telepatia (Lietocolle 2016)
Alberto Bertoni marzo 2018. Inediti
Francesca Martinelli aprile 2018. Poesie tratte da Ex voto di briganti, fate, santi, contadini (FrancoPuzzo 2017)
Pierluigi Cappello
maggio 2018. Poesie tratte da Le nebbie (Campanotto 1994/2003) e saggio di Carlo Selan
Christian Tito giugno 2018. Inediti
Jonida Prifti luglio 2018. Inediti e intervista di Silvia Rosa
Noemi de Lisi agosto 2018. Poesie tratte da La stanza vuota (Ladolfi 2017)
Gabriele Galloni settembre 2018. Poesie tratte da Creatura breve (Ensemble 2018)
Vittoriano Masciullo ottobre 2018. Poesie tratte da Dicembre dall’alto (L’Arcolaio 2018)
Gaia Ginevra Giorgi novembre 2018. Poesie tratte da Manovre segrete (Interno Poesia 2017)
Adriano Spatola dicembre 2018. Saggio di Giovanni Fontana
Irene Paganucci gennaio 2019. Inediti
Simone Savogin febbraio 2019. Poesie tratte da Come farfalla (Mille gru 2018)
Francesca Mazzotta marzo 2019. Inediti
Enrico Marià aprile 2019. Poesie tratte da I figli dei cani (Puntoacapo 2019)
Federica Fiorella Imperato maggio 2019. Poesie tratte da Geografie interiori (Aletheia 2018)
Marijana Sutic giugno 2019. Intervista di Silvia Rosa, poesie inedite
Emilio Rentocchini luglio 2019. Poesie tratte da 44 ottave (Book editore 2019)
Tommaso Grandi agosto 2019. Inediti da Alla furia, con una nota di Rossella Renzi
Giovanni di Altavilla settembre 2019. Intervista a Lorenzo Carlucci e Laura Marino sulla riscoperta de Architrenius (Carocci 2019)
John Giorno ottobre 2019. Intervista di Domenico Brancale
Eleonora Nitti Capone novembre 2019. Poesie inedite
Emily Dickinson dicembre 2019. Poesie da La mia lettera al mondo (Interno Poesia 2019)
Raffaella Fazio gennaio 2020. Poesie da Tropaion (Puntoacapo 2020)
Luca Gilioli febbraio 2020. Poesie inedite
Ivan Fassio marzo 2020. Poesie da Il culto dei corpi (Raineri Vivaldelli Editori 2020)
Francesco Benozzo aprile 2020. Selezione da Poema dal limite del mondo (Kolibris 2019)

* Per la classifica vengono presi in considerazione i post più letti nell’ultimo anno su Poesia del nostro tempo, nonché quelli dell’ultimo mese. I dati di lettura si riferiscono alla visita diretta all’articolo di un utente singolo (eventuali altre letture dello stesso utente non vengono prese in considerazione).

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