Fotografia di Giuseppe Tiozzo

 

Eleutheromania (Ensemble 2020), titolo della nuova raccolta di Francesco Destro, in greco indica il “desiderio di libertà”. La prefazione di Alessandra Corbetta rivela la costante tensione fra gli opposti in testi che tendono a convergere verso la tematica centrale anziché articolarsi in spinte centrifughe. Il secondo snodo evidenziato da Corbetta è la franchezza della versificazione, la quale, pur allungandosi in cerca di una musicalità piana, non si risolve in artificiose elaborazioni formali, ma al contrario tende alla chiarezza. In tale contesto amore e sogno rientrano in metafore mutuate dalla tradizione che ruotano intorno al bisogno di libertà. I passaggi più riusciti sono tuttavia quelli legati all’affondo nel nulla, laddove il rispecchiamento nella crisi scopre i nervi più sensibili. È proprio a partire da questi concetti, assorbiti da una terminologia più ricercata e composta di arcaismi, prestiti dal linguaggio botanico, biologico e scientifico, che si dipana il gioco di opposti di Destro.
A primo impatto Eleutheromania potrebbe sembrare una sorta di confessione – per il tono o perlomeno nelle intenzioni –, se non fosse per gli esiti assimilabili, piuttosto, a un tentativo di sublimare le vicende private in una scrittura che esige la propria autonomia. D’altronde è quanto dichiara lo stesso Destro nella nota che chiude il libro, con riferimento «all’idea eliotiana dell’emozione che trova vita nella poesia e non nella storia di chi scrive.»
In Eleutheromania il procedere per contrappunti innesca un meccanismo deduttivo in cui il soggetto fa sponda con un tu presumibilmente autoreferenziale, come se si trovasse chiuso in un monologo dialogante, in un ricircolo di anafore, ripetizioni e domande ossessive senza risposta. Il soggetto interroga e processa continuamente se stesso in un turbine opprimente di affetti e sensi di colpa, alla ricerca della sua identità in un mondo arido. Da ciò deriva quel desiderio che attiva il processo di liberazione in un’analisi progressivamente più serrata e profonda del dolore.
La riflessione sulla condizione esistenziale è supportata da un corollario di chiose teoriche d’autore, mentre tra le righe emerge soprattutto il Montale di Non chiederci la parola («Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe»; «Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»): «Vorrei solo riuscire a trovare l’angolo di un cerchio» con la speranza, sempre montaliana, di trovare un varco. Più esplicito il rimando all’Albatro baudeleriano, gigante tra gli uomini, nella rivendicazione del ruolo del poeta, cosciente della sua perdita di aureola.
In Eleutheromania, dunque, l’essere umano in cerca di purezza («confuso palinsesto») si dimena imprigionato dalle catene e nella difficoltà di vivere pienamente («saldi muri d’incertezza»). In una percezione distorta («il mondo / sembra farsi sogno») districarsi significa scegliere («anche non scegliere è a suo modo una scelta») e infine realizzare («nonostante tutto, è gran cosa esser semivivi»), dato che, usando le parole di Camus – tra l’altro presente in esergo –, «anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

 

Da Eleutheromania (Ensemble 2020)

 

Né ribellione, né panico, soltanto attesa:
stringere con queste mani l’assenza,
fendere il nulla, ripetersi, martoriarsi,
dire addio a pretesti e convinzioni,
seguire con le dita la linea talora acuminata
del verso scritto perché diventi parte
di un unico arco teso,
ogni interrogativo dichiarato o camuffato
freccia di dissonanze e lacerazioni,
evanescenti manifestazioni
di questa ricerca d’identità,
di questo isolarsi, rifuggendo
dalla ferocia del mondo, ripiombando
in apatia, indifferenti persino a sé stessi.

Di cosa può disporre un padre
per proteggere la malinconia del figlio?

*

dissimulare! questa l’arte per non cambiare,
per restare inadempiente a ogni dovere.

il pio e l’immorale convergono spontaneamente
l’uno verso l’altro, l’uno verso il baratro dell’altro.

in questo arrabbattarsi a vivere,
scegliamoci il nostro senso di colpa.

che razza di mondo è questo
da cui nemmeno in sogno è concesso fuggire?

*

e dunque vincere.
vincere questa noia quantunque necessaria,
l’aposiopesi del verso a rivelare sé stesso,
sino al divenire noi stessi ananche…
come continuare? mancano riguardosi
suggerimenti per il seguito.
erg su cui talora spiccano isbe desolate:
questa ora la mia terra d’invenzione…
… un inferno senza fiamme.

dubito per comprendere,
comprendo per dubitare.

e dunque? apotafismo o catafatismo?
fuori, il solito chiasso.
dentro, l’immobile contro l’immaginario.

 

Francesco Destro (1994) è nato a Padova. Ideatore del Premio in memoria di Giorgio Perlasca, è del 2016 la sua prima raccolta di poesie, Così dolce la sera (Eretica Edizioni). Nel 2018 fonda il collettivo poetico «Nubivaghi»; nel 2019 prende parte alla realizzazione di uno spettacolo di teatro-danza basato su brevi monologhi in versi scritti ispirandosi alla vita e alle opere di Vincent Van Gogh. Da quest’anno, inoltre, collabora con la neonata «AlmaPoesia».

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