Dalla nota di Davide Rondoni

Ecco una voce che deve arrivare al candore, al fuoco bianco, al candido. Ci arriva per violenza e trattenimento, per fuga ed eccedenza e per misura. Arrivare deve alla luce che, lo sappiamo, arde nel Salento interiore e in quello manifesto di una terra e di una poetessa che in quella accensione si interpretano a vicenda. La voce di Irene Ester Leo, esagerata, ovvero eccedente l’azione propria che ci si attende dalla poesia e dunque, proprio per questo, poesia che provoca e chiama, si è da subito qualificata come potente e infera. Nutrita da vaste linfe dell’arte della parola, dai grandi del Novecento (che compaiono in citazioni di apertura) fino alla conterranea Claudia Ruggeri, la voce di Irene Ester dà conto di una situazione limite, sofferta eppur cercata, come luogo dove il mondo «non accade due volte/ se ci sono i tuoi occhi». Il suo tendere a una fusione con gli elementi della natura, sospinta dalle varie esperienze, dalle diverse vie dell’amore, nutrito parimenti da furori e malinconie, non è dunque un panismo, e nemmeno un facile estetismo. Lo segna un senso di creaturalità, dovuto anche all’esperienza della maternità, una ricerca dell’Origine, di quel fuoco bianco che si fa uno con la rosa, come vide Thomas Stearns Eliot. E proprio questo nome di poeta, pur così lontano dalle sensibilità di una poesia mediterranea, greca, da finibus terrae, suggerisce l’ampiezza della sfida della Leo, di una poesia che nasce ma non resta più nel Novecento.

Da Fuoco bianco (Capire Edizioni, 2019)

 

Antefatto

                                                                Naturalmente come le foglie vengono ad un albero…
                                                               John Keats

Vorrei la notte dei tuoi occhi
esserle fedele,
chiederle:
Cara Dea dei sonnambuli
sgrana per noi ancora
i dolci acini dei desideri
e intatti ci lascerai al mondo.
Senti che rumore fai
sul tempo,
il giorno è immane e sei pioggia.
Il petto trattiene le tue promesse
e il mio fuoco bianco
in un passo cantonale.

*

Allagherei di parole la tua vita
se consegnassi la chiave
delle verità
al mio collo,
e restassimo appesi in un gioiello
qualsiasi col filo di lana
la caratura di plastica splendente.
L’amore muta le convinzioni,
ho un’unica religione adesso
disegnare per te fiori gialli.
C’è una strana malinconia
nella pioggia di aprile.
Sento il mio nome tra l’acqua
incastrarsi e vestirsi nuovo.
E la linea delle nuvole
contigua alla bocca,
aprirsi in una luce felice.

*

La bambina immagina l’amore
dalla finestra chiama l’aria d’oro,
fiorisce una farfalla e non resta.
Gli occhi rompono piano la visione,
la vita nei suoi pezzi ha radici,
e le radici nascono e fanno nuovi alberi
e la primavera verdi tremori.
La marcia dei risvegli
ha suono e gambe umane,
è dolce nei tuoi sguardi.
Chi non si è perso non possiede
la curva del cielo.

*

Resta al nostro sguardo l’anima.
La bellezza del collasso,
le scarpe dismesse,
l’oro rugginoso,
mi somigliano di più.
Sono i chiarori diagonali,
slegano la giacca,
il loro porto
è un cappello verde.
Con la primavera,
nel tempo di quattro corde
ci incontriamo.
Assolviamo le malinconie.
Siamo bambini feroci che scavano
con le mani dell’estate.

*

Hai quattro gradi di leggerezza,
una mandorla in tasca,
e piedi liberi.
Siamo vicini da questa finestra,
sporgo le maniche e l’arco di frenesia.
Senza paura le gambe nel vortice,
poi la rinascita dai cuscini,
le tue dolcezze piume sul collo.
Dammi questa visione,
siano il sonno e il risveglio
nella stessa mano,
ci guardo e siamo sera.

*

Sul Viale della Repubblica
c’è un ciliegio
su cui sono fiorite
sei farfalle gialle.
Una chiara ribellione,
con le mani dentro al cuore.
Vedere suoni è sentire ogni significato.
Sulle zampe delle colline
adesso la luce è alta
e ci scruta con occhi di bambina.
Lo sai per intero quanti tasti
svelano le nuvole,
e diventiamo ciò che
respiriamo.
Sei farfalle gialle
chiamano l’aria,
le danno fiore e stelo
nello specchio del caffè
delle sette.
Non dimenticare,
mi dici,
il polso caldo della gioia,
il profumo delle cose,
le ciglia nella notte,
offri tutto e canta.

*

La pietra non arretra,
percuote di ferro.
Era lieve la vita allo zenit
in veline perlacee
e rose di riso.
Ora la gravità è sangue,
densità che purifica
e non scioglie il peso.
Il tempo spinge al basso
avanza sulle ginocchia,
occhi abbracciano la terra
sul metro delle distanze.
C’è la radice sotto l’unghia
e uno sperone di cardo nell’orbita,
e tira furente dove vuole.
È questo il poeta.
Cammina sulle ginocchia
verso gli uomini
avvicina la pelle, la elude,
affianca la caduta e i rovi,
il cuore lo innamora,
dimentica il suo volo,
la sua anima tra gli sterpi
la consuma l’erba,
e trema con la primavera.
Gli uomini lo guardano,
lo dimenticano,
e il senso della vita
lo sentono opposto.
Questi siamo noi.

 

Irene Ester Leo (1980) è laureata in storia dell’arte. Ha pubblicato: Canto Blues alla deriva (Besa 2007); Sudapest (Besa 2009); Io innalzo fiammiferi (LietoColle 2010, prefazione di Antonella Anedda); Una terra che nessuno ha mai detto (Edizioni della Sera 2010, prefazione di Andrea Leone); Cielo (La Vita Felice 2012, prefazione di Davide Rondoni). Nel 2007 ha ricevuto dal Teatro di Musica e Poesia “L’Arciliuto”di Roma un riconoscimento di merito e nel 2019 presso il concorso letterario “Inedito” di Torino un menzione d’onore. I suoi versi sono stati tradotti in lingua spagnola, per l’America Latina, e in inglese su riviste internazionali.

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