Gassid Mohammed è un poeta, intellettuale e traduttore iracheno, che vive in Italia.
Di recente, Gassid, hai trasformato la tua pagina Facebook in un sito di informazioni sul tuo paese.

L’Iraq sembra il terreno di conquista di numerosi stati. Abbiamo osservato in questi ultimi anni le guerre, l’occupazione statunitense, la destabilizzazione e l’Isis, le mire iraniane, ma cosa sta accadendo realmente in Iraq?

In Iraq c’è in corso una grossa manifestazione che dura, ormai, da più di sei mesi (è iniziata a ottobre 2019). Sono manifestazioni del tutto pacifiche, non ci sono stati atti di violenza nei confronti di nessuno, nemmeno contro le forze dell’ordine che hanno sparato e ucciso centinaia di persone.
Per anni l’Iraq è stato una piazza di conflitti internazionali.
Da una parte gli Stati Uniti d’America e i suoi alleati nel mondo arabo, dall’altra l’Iran.
Infatti l’Iran ha sempre avuto man forte nel paese. Ci sono diversi partiti che sono filo iraniani, per cui l’Iran ha un forte controllo sulla politica e sul destino del paese. Così pure gli Stati Uniti.
Ma probabilmente il male maggiore del paese sono stati i partiti che l’hanno governato nell’ultimo decennio, dopo la caduta del dittatore Saddam Hussein.
La politica in Iraq è stata formata in modo sbagliato già dall’inizio, dopo il 2003.
A maggio 2003 Paul Bremer, incaricato da Bush, diventa il governatore dell’Iraq, insieme al cosiddetto Consiglio Governativo (un gruppo di politici iracheni entrati con i carri armati americani, dall’Europa, dagli Stati Uniti o dall’Iran). Gestiscono lo stato iracheno fino al 2005, quando viene scritta la costituzione e avvengono le prime elezioni “democratiche” dopo decenni di dittatura.
Il problema principale è che i politici si sono accordati su una divisione settaria ed etnica all’interno del governo, una divisione voluta dallo stesso Bremer. Così la presidenza tocca ai curdi, l’incarico del primo ministro agli sciiti e il presidente del parlamento ai sunniti. Questa divisione si estende ai vice presidente, ai vice premier, ai ministri, e così via fino ad arrivare agli incarichi più piccoli. In questo modo la politica, e di conseguenza la popolazione, si è divisa in maniera drammatica.

Per diversi motivi sono scoppiate le guerre civili tra sciiti e sunniti, dal 2005 fino al 2008, guerre feroci che hanno causato la morte di migliaia d’innocenti. Queste guerre sono state causate dalla politica e dagli stessi politici che hanno alimentato la divisione, perché il successo di ogni partito politico è basato sulla sua setta, che è la sua base elettorale.
Alimentare l’odio e la divisione serviva loro per mantenere il controllo sulla popolazione. Per lunghi anni i governi, formati sempre dagli stessi partiti, non hanno realizzato nulla per il popolo.
Anzi, hanno portato maggiore distruzione, guerre, odio, e diffidenza tra la popolazione. E mentre la gente vive nella miseria, i politici e i loro parenti e amici riempiono le banche europee e svizzere con i loro soldi. Infatti, l’Iraq è tra i primi paesi nel mondo, se non il primo, a livello di corruzione. Il livello della corruzione è arrivato al punto che gli incarichi nel governo vengono acquistati con miliardi di dollari, come se la politica fosse commercio. Girano voci che l’attuale presidente del parlamento ha comprato il suo incarico con il denaro.
Questi sono i principali motivi dello scoppio delle manifestazioni. Proteste del tutto pacifiche, in cui non sono mai state usate le armi. Le uniche armi che portavano i manifestanti sono la pepsi per alleviare l’effetto dei fumogeni, e le bandiere. In Piazza Tahrir a Baghdad, e in tutte le piazze irachene, vi è un clima di solidarietà e di fratellanza tra i manifestanti mai verificatosi prima. Tutto lì è gratuito, dalle bevande al cibo alle sigarette. Tutto è distribuito gratuitamente e con uno spirito di patriottismo e di fratellanza intenso. L’unica cosa che non viene distribuita gratis, ma venduta, è la bandiera irachena. Ho riflettuto su questo, e sono giunto a questa conclusione: la bandiera deve essere comprata, perché deve avere un suo valore, non materiale ma simbolico. Il manifestante che viene in piazza trova tutto gratuito, ma non riceve in omaggio la bandiera, bensì la deve comprare, perché la deve portare lui, a costo di pagarla. Ecco perché c’è un profondo sentimento di una patria che si crea nelle piazze, una patria mai trovata prima.
Se è vero che i moventi principali delle proteste sono la mancanza di servizi, la corruzione del governo, il carovita, la disoccupazione e tanti altri problemi, gli iracheni si sono resi conto che il nodo principale alla base di tutto è la mancanza di una vera e propria patria. Per questo motivo il grido che si sente da tutte le parti e in tutto l’Iraq è “Vogliamo una patria”.
Soltanto adesso, con queste manifestazioni e con il clima creato, gli iracheni si sono resi conto che mancava la patria, e che la devono creare.
Personalmente ho cercato di sostenere queste manifestazioni, per cui la mia pagina Facebook è diventata un mezzo di diffusione di notizie. Ma sono andato tre volte in Iraq, negli ultimi quattro mesi, e sono stato intervistato su Radio Radicale e su Radio Rai.
E sono riuscito a portare il giornalista italiano Amedeo Ricucci in Iraq per realizzare un reportage sulle manifestazioni, che è uscito con il titolo “I ragazzi di piazza Tahrir”.
Ultimi aggiornamenti: a inizio dicembre il parlamento iracheno ha accolto le dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi. A inizi di febbraio, dopo mesi di conflitti tra i partiti sulla scelta del presidente di un governo di transito, è stato scelto Mohammed Tawfiq Allawi, per formare un governo di transito. Allawi ha cercato di formare un governo di soli politici o personaggi indipendenti, ma i partiti hanno ostacolato tale intenzione. Seppur la crisi politica e sociale, e ultimamente sanitaria (per via della diffusione del Coronavirus), i politici non hanno nessuna intenzione di mollare i loro interessi.
Se ne disinteressano altamente delle centinaia di giovani manifestanti uccisi a sangue freddo, e ignorano la profonda crisi che il paese sta attraversando. Adesso, dunque, si sta aspettando la decisione del Presidente della Repubblica, per scegliere un nuovo premier, al fine di formare l’atteso governo di transito.

In questa situazione complessa, quali sono le attività degli attori della cultura nel tuo paese, e in particolare quelle dei poeti?

C’è stata una mobilitazione nazionale da parte di tutti gli attori della cultura. Se escludiamo qualche artista interessato, possiamo dire che più del 90% degli artisti sono a favore delle manifestazioni. Gli artisti sono scesi in piazza, esprimendo la loro protesta in modo meraviglioso. Vedi delle scene singolari nelle piazze: canti, musiche, balli, ragazze e ragazzi che dipingono i muri, trasformandoli in opere d’arte. Una scena civile e stupenda, che riempie di gioia e felicità. I murales che inneggiano alla rivolta, denunciano la violenza, esprimono il desiderio di libertà e voglia di vita. Singoli attori o gruppi si esibiscono all’aperto, o sotto i tendoni. È stato aperto un cinema. Ci sono biblioteche sotto le tende, ti prestano libri da leggere, o puoi scambiare un tuo libro con un altro. I musicisti si mettono sotto il Monumento della Libertà (un monumento nel centro di Piazza Tahrir, del famoso scultore iracheno Jawad Salim) e si esibiscono, riempiendo la piazza di musica e canzoni.
I poeti, in particolar modo, sono presenti fisicamente, come tutti gli atri artisti, ma non si fanno incontri o letture di poesie come ci si aspetta. Non sono molto attivi, tranne che sui social media,  dove alcuni pubblicano poesie di denuncia. La loro mancante attività in piazza potrebbe sembrare strana, e forse lo è, ma è una specie di reazione. Personalmente, per esempio, non mi sono ancora sentito capace di scrivere di questa rivoluzione.
Mi hanno chiesto alcuni amici italiani qualche mia poesia su quanto succede, e la mia risposta è stata che non ho scritto nulla. E, in effetti, non sono riuscito ancora a farlo. Mi sembra che scrivere di questa cosa meravigliosa è come decretare la sua fine, invece è ancora in atto. È una sensazione strana, ma è così e basta. Credo che molti dei poeti iracheni la vivano un po’ come me. E anche se c’è una coscienza fortissima del ruolo degli artisti in queste vicende, e soprattutto dei poeti, forse il percorso storico della poesia nel mondo arabo, e in Iraq in particolare, ha visto la poesia sempre immischiarsi in delle situazioni, soprattutto politiche e rivoluzionarie, che le hanno recato una cattiva reputazione. Credo pure che questo sia un motivo da prendere in considerazione. Tuttavia la presenza dei poeti nelle piazze è fortissima, e credo questo sia il loro modo di esserci.

In questi anni ti sei occupato di tradurre in arabo Salgari, Pavese, Baricco e Svevo. Qual è la ricezione della cultura italiane in Iraq e, in generale, nel mondo arabo?

La cultura italiana è vista in modo molto buono nel mondo arabo in generale. L’Italia è visto come il paese della storia, della cultura e della bellezza. Basta pensare alla storia romana, o al rinascimento. Certe città costituiscono una specie di miti nell’immaginazione degli arabi, come Roma, Firenze, Venezia etc. E’ molto famoso anche il cinema italiano, soprattutto il neorealismo. Invece il campo della letteratura è stato già introdotto nel mondo arabo, fortemente, dagli inizi del Novecento, tramite la traduzione. È incredibile la quantità delle opere italiane tradotte in arabo, una quantità che un italiano non immagina neanche.
Poeti come Dante, Ungaretti, Quasimodo, Montale, Pasolini, sono conosciuti e letti nel mondo arabo, e fanno parte del patrimonio universale per i lettori. Ancora più vasto è l’interesse per la narrativa, già a partire dal Decameron. Quasi tutte le opere di Moravia sono tradotte in arabo, così come Pirandello, Calvino, Eco. Bisogna sapere che l’italiano, come lingua, non può essere paragonata all’inglese, al francese o allo spagnolo, per la vasta diffusione delle citate lingue. Tuttavia, ultimamente è nato un interesse per la traduzione delle opere italiane, da giovani traduttori, che sta facendo fiorire la letteratura italiana nel mondo arabo. Questo grazie alla conoscenza e allo studio dell’italiano, o forse anche per via delle migrazioni che portano in Italia, come in Europa, giovani intellettuali, artisti e scrittori che veicolano di più la conoscenza e la diffusione della letteratura italiana nel mondo arabo.

La vita non è una fossa comune è il tuo libro edito per L’Arcolaio. Puoi raccontare come il libro intreccia la tua storia umana e la cultura del tuo paese?

Questo libro rappresenta il mio cammino, tra l’Iraq e Italia. Si compone di tre parti: la prima tratta quello che succedeva in Iraq, negli anni bui, dopo il 2003. Il mio paese ha attraversato un momento storico abbastanza simile agli anni di piombo in Italia, ma in modo più pesante e violento. Attacchi terroristici, uccisioni, guerre tra fazioni o confessioni ecc. Personalmente ho vissuto pienamente questo periodo buio, e non sono riuscito a fare a meno di scriverne, soprattutto dopo che sono arrivato in Italia.
La seconda parte documenta quanto accade a persone come me, o ancora più sfortunate: i migranti e le loro esperienze. E anche il mio/loro vissuto in Italia, e tutto ciò che ne consegue. Non è di certo un’esperienza molto piacevole. Mentre l’ultima parte è abbastanza personale e intima: poesie d’amore, poesie riflessive e, direi, esistenziali. Da questo connubio di esperienze è nato questo mio primo libro.

Quali sono i tuoi ultimi progetti?

Sto lavorando sulla traduzione del romanzo di Paolo Giordano Divorare il cielo. È un romanzo abbastanza lungo, ma molto intenso e interessante. Ho finito di scrivere una raccolta di racconti in arabo, dovrebbe uscire a breve. E sto lavorando su un libro misto di prosa e poesia. È una specie di storia che racconta, tramite i passi della mia vita, gli eventi più salienti della storia del mio paese, negli ultimi 40 anni.

 

da La vita non è una fossa comune (L’Arcolaio 2018)

1.
Ogni mattina
laviamo i nostri peccati con baci stampati sulle fronti delle madri
lasciamo la speranza di ritornare come polvere sulle loro ciglia
sulle estremità delle loro dita tremanti;
varchiamo la soglia di casa come se andassimo in un viaggio eterno.
Ogni mattina
usciamo e la morte è appesa agli orli dei nostri vestiti,
attraversiamo le tappe dell’ignoto
tocchiamo ogni tanto le nostre teste
e guardiamo le nostre gambe
per accertarci di essere ancora qui,
di avere ancora la terra sotto i piedi.
Ogni sera
alcuni di noi tornano dall’orgia della morte
aprono le porte con mani incolumi
e con una testa ancora sul collo,
mentre altri restano là
a danzare senza teste né gambe
dopo che la speranza si è seccata
sulle ciglia delle loro madri.

2.
Noi spettri
Appesi al ciglio della vita
noi spettri, figliastri dell’umanità agiata
negati e abbandonati
la nostra dimora è la vostra ombra.
Siamo le statuine che sorreggono il vostro candelabro,
la cornice che regge il vostro specchio,
il chiodo che sostiene le vostre foto incorniciate.
Siamo la vostra scarpiera
il vostro attaccapanni
le vostre sedie,
siamo tutto ciò che buttate
nello scantinato sotterraneo
o nel cassonetto dell’immondizia.
Appesi al ciglio della vita,
dalla morte alla morte
fuggiamo
e in un batter di ciglio
ci ingoia l’abisso.
Siamo il filo rotto della vita,
siamo i brutti sogni che ogni tanto
disturbano i vostri sonni.
Siamo il peso che infastidisce le vostre coscienze,
siamo l’immagine che non gradite
sui vostri giornali e nelle vostre tv.
Allora voltate il viso
verso la vostra gatta che miagola,
la accarezzate con tutto l’amore che avete
dicendo in cuor vostro:
“domani ci sarà un bel sole”
e chiudete gli occhi.

3.
Sono fragile, sono magro, sono nullità
come una pianta rovinata dai vermi
che nessun frutto ha dato, nemmeno tardi.
Sono un’assenza remota,
un sogno sepolto dalla polvere degli anni,
un desidero a cui la pazienza ha rosicchiato le estremità.
Sono una farfalla con un filo legato alla coda,
ogni volta che tento di volare mi tira il filo
precipito forte sulla terra
e si rompono le costole della mia immaginazione.
Sono i resti dello sperma di un lontano avo,
sono il gemito di mio padre in un inverno,
sono le rovine di una speranza che mia madre
ha accudito lunghi inverni
finché in un autunno l’ho abbandonata.
Sono un essere prossimo alla morte… esattamente come voi;
sotto il mio cuore vi è un buco
che si affaccia sul vuoto
e il mio cuore
è stanco di pendere.

 

Scrittore iracheno, Gassid Mohammed nasce a Babilonia nel 1981. Dopo la laurea quadriennale a Baghdad continua gli studi a Bologna. Nel 2011 conclude la magistrale in Italianistica per poi conseguire il dottorato nel 2015. Attualmente vive a Bologna ed è docente di lingua araba all’Università di Bologna e all’Università di Macerata. Suoi testi sono apparsi su diverse riviste cartacee e online. Nel 2018 ha pubblicato La vita non è una fossa comune (L’Arcolaio).
Tra le sue traduzioni: dall’italiano all’arabo ha tradotto: Il corsaro nero di Emilio Salgari (Al Mutawassit 2016), La bella estate di Cesare Pavese (Al Mutawassit 2017), City di Alessandro Baricco (Al Mutawassit), Senilità di Italo Svevo (Waraq 2017). Dall’arabo all’italiano ha tradotto: Le istruzioni sono all’interno di Ashraf Fayad (Terra D’Ulivi 2016), Una barca per Lesbo di Nouri al Jarrah (L’Arcolaio 2018), Fuga dalla Piccola Roma di Haji Jabir (L’Arcolaio 2018).

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