Gianni Montieri | L’imperfezione ci serve

Settantaquattro poesie, in gran parte concentrate ed equamente divise nelle prime due sezioni: Le cose imperfette è il libro «di asfalto e mare» che Gianni Montieri dedica alla moglie, Anna. La nuda semplicità della prima poesia è di grande immediatezza, una vera dichiarazione d’amore, breve e sufficiente a racchiudere nel giro di pochi versi ogni indizio che la lettura del libro confermerà. Subito dopo appaiono le città, in modo improvviso, e il poeta entra in confidenza con Borges. «È un libro sulle persone e sulle loro storie», si riporta sempre nella nota di copertina. Si tratta di una tela memoriale, fitta, fittissima, che s’irradia principalmente da Milano verso altri luoghi nominati con precisione, che sono altre città, ma anche pagine di letteratura che si manifestano come sfondi necessari. Montieri, evidentemente, trova nella letteratura, sempre o molto spesso e a modo suo, un fattore moltiplicativo per “narrare”, per poterci “raccontare”. A modo suo, sì, tanto che forse potremmo meglio dire: la sua letteratura, le sue letture. Lo dico proprio per sottolineare come questa proprietà sia davvero costitutiva della dichiarazione d’amore che nel suo complesso questo libro rappresenta. Un solo esempio su tutti: «Stasera è Cormack McCarthy che viene / a tendermi la mano (…)». L’atto della lettura dunque è stata ed è per l’autore, nel tempo come oggi, edificante, vivificante: un vero gioco di specchi, che è servito e serve sempre, per continuare la strada. L’amore che Le cose imperfette manifesta è per la vita, la propria certo, ma insieme alle vite degli altri, ad esse cioè legata a doppio filo. Può sembrare banale detta così, ma non credo sia invece così scontata la questione. Questo legame amoroso avviene un po’ ovunque, nella sfera più privata come dentro «il Sudamerica di Affori», o «dietro San Beneto», a Venezia, e allo stesso modo dai «luoghi del Brasile dove / sposti il passo» a una Roma avvertita dolorosamente.
Nella seconda sezione, in particolare, intitolata Le persone rimaste, la tessitura della tela, rispetto alla prima parte del libro, si modifica leggermente ed ecco comporsi un’aria ancor più pensosa, un amalgama di osservazioni minime che di fatto forma alcuni bellissimi affreschi sul corpo: si tratta di piccoli gesti, movimenti, un braccio, un palmo, un pollice. Fino a quest’apertura: «Mi interessa il futuro», scrive Montieri, quasi a invitarci – ancora una volta – ad amare, amare quel che sarà e non sappiamo. È così che memoria e tensione verso il domani si tendono amorosamente la mano.
L’imperfezione, allora, ci serve. L’imperfezione è nelle cose? È nella vita, sicuramente, è della vita anzi, ed è una condizione che tracima dal passato sul futuro. «L’imperfezione è la cima», secondo un grande poeta, Yves Bonnefoy. È da sempre un traguardo, una conquista. O ecco, potremmo dirlo anche con altre parole, quelle di un’altra grande poetessa, Wisława Szymborska: «a noi è negata / l’idiozia della perfezione».
Per chi ha un corposo passato alle spalle, il futuro è il tempo che rimane, mentre per tutti, giovani o meno, è una domanda. E per ciascuno il campo di gioco è sicuramente imperfetto, continua a esserlo, come in passato, ma ci chiede comunque di continuare la partita e di fare squadra, perché è la tela della memoria a tenerci in gioco.
E se Milano è la città del continuo ritorno («la mia città»), Venezia è luogo di elezione e approdo, del presente e dell’amore vivo. Così la terza e ultima sezione s’incastona nella città di San Marco e si compone di sole sette poesie, affascinanti nel loro costituire un piccolo corpus narrativo e poetico. S’intitola Previsione di marea e si muove intorno, circolarmente direi, alla «padrona di casa che è l’acqua». Ecco allora Venezia alle prese con la sua “schiavitù”, ritta in piedi sul caranto, laguna che sciaborda e punisce, per dirla con Brodskij; acqua che fa restare svegli la notte spostando «il domani più in là»; paura che finisce «quando cambia il vento». Come tanto delle nostre vite, forse tutto.

 

 

da Le cose imperfette (LiberAria Editrice 2019)

 

L’abitudine della testa
appoggiata nello stesso punto
del cuscino, nel centro affonda
nei lati un po’ meno, la mano
che si allunga dove il lenzuolo
è perfettamente testo, integro,
si ritrae, torna dietro la nuca
finge indifferenza e fallisce.

 

*

Il braccio piegato ad angolo
nel movimento di chi porta
qualcosa, la mano chiusa
sulla spalla. Un sacco, si pensava
portasse. La frase in dialetto
era: Aggia partì.
Chilometri su e giù per il paese
se penso a lui lo spero
partito e mai arrivato.

 

*

Pollice e indice, li unisco
poi li separo e dico.

Il resto del mio peso
è una carcassa che mostro
come ultima protesta.

 

 

Gianni Montieri è nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (LiberAria Editrice 2019) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.

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