Foto di Dino Ignani

Alessandro Brusa è poeta e romanziere per vocazione estetica, militante LGBT per chiamata politica, ortodontista per professione e soprattutto…bolognese per declinazione esistenziale. Cerchiamo di indagare più da vicino la sua multiforme versatilità con alcune domande di vita e di poetica, scavando nelle pieghe delle sue più intime motivazioni.

Alcune volte, nell’ambito poetico, si incontra in certi autori un interesse non esclusivamente riferito al verso: in effetti, la scrittura in prosa narrativa è per te una tentazione continua e fu anche il primo amore…tra il romanzo che ha segnato il tuo esordio e la tua ultima fatica L’essenza stessa c’è separazione o continuità?

Il mio primo amore per la verità è sempre stata la poesia, ma il romanzo Il Cobra e la Farfalla del 2004 resta il mio esordio editoriale. Sebbene rimaneggiato e riscritto anche sotto consiglio di Mariacarmela Leto, L’Essenza Stessa è un romanzo che nasce già une decina di anni fa, faccio quindi fatica a pensare che non ci sia alcuna contiguità con il primo. Sicuramente due punti fermi del mio scrivere e che si ritrovano quindi in entrambi i lavori sono una certa cura della lingua e l’attenzione allo spessore psicologico dei protagonisti che non sono mai semplici attori di un canovaccio più o meno complesso: sono sempre più persone e sempre meno personaggi. Altra caratteristica che li lega è la ricerca spasmodica del proprio “io”, senza mai accontentarsi di una risposta facile o di comodo. Il titolo stesso L’Essenza Stessa esprime l’obiettivo, il fine ultimo di questa ricerca.

Sul piano del contenuto, la tua poesia può essere definita come espressione omoerotica del corpo-poesia che si fa presenza sensoriale coestesa alla percezione del reale come incisione profonda e sanguigna nella superficie delle cose, una sorta di tracciatura del senso che oggetti e persone assumono nel mondo. Marco Simonelli, nella postfazione a In tagli ripidi, ha sostenuto che la poesia brusiana «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». Quali sono le ferite che ami riaprire poeticamente più spesso?

La ferita è innanzitutto una lacerazione attraverso la quale fisicamente qualcosa che ci è esterno può entrare nel nostro corpo. Se ciò è davvero completamente esterno il nostro corpo lo rifiuta, lo espelle, se invece in qualche maniera ci appartiene allora entra sempre più in profondità e comincia a far risuonare il simile che ci abita: da qui nascono i miei testi e la cosiddetta “ispirazione”. A livello più generale posso dire che le ferite sono “segni” fondamentali nella storia di un essere umano. La ferita è un piccolo segno di morte, un monito, un limite che però può essere valicato, ma solo se lo si ascolta. In medicina, nel caso delle ferite, si parla di guarigione per prima o per seconda intenzione; la cosa che mi ha sempre colpito è l’utilizzo della parola “intenzione”: mi ha sempre fatto pensare ad una presenza attiva del corpo, ad una volontà. In un mio testo contenuto nella prima silloge La Raccolta del Sale parlo di lacrime da non disperdere, ma da raccogliere in una giara, da conservare. Questo è il segreto: non (dis)perdere nulla, cercare di guarire le ferite con coscienza ed intenzione, ricordando però che la guarigione completa c’è solo nella morte. E così torniamo a Freud, all’Eros che citavi tu all’inizio ed al Thanatos che onestamente non ho mai visto in contrapposizione al primo. Sono entrambe pulsioni e principii costruttivi in un modo o nell’altro; altra cosa è l’istinto di realtà che nella scrittura (poetica o meno) è decisamente letale. Per rispondere quindi alla tua domanda è quindi esattamente questo il meccanismo attraverso il quale il corpo si fa poesia.

La tua militanza LGBT definisce solo parzialmente la tua natura e la tua cultura di uomo e di poeta, eppure è stato un momento importante della tua presa di coscienza personale e politica. Senza scendere in facili slogan e in idiosincratiche definizioni di genere e topica, cosa ti ha lasciato il senso identitario d’appartenenza a un gruppo minoritario che, purtroppo oggi, in Italia, sembra dover essere di nuovo protetto dall’avanzata di nuove barbarie discriminatorie?

Allora… sono bolognese e per noi tutto è politica, ma nel senso più alto del termine: tutto è occupazione della polis, dello spazio in cui viviamo ed in cui creiamo. In questi tempi, che non mi vergogno a definire bui, per respingere la barbarie si cerca di concentrarsi su ciò che ci accomuna mentre credo che dovremmo dare grande attenzione soprattutto a ciò che ci contraddistingue e rispettarci proprio per le nostre differenze. Perché tanto o siamo tutti uguali o siamo tutti diversi e, come sai, una sola di queste due affermazioni è vera. Se cerchiamo di convincerci che siamo tutti uguali allora ci sarà sempre qualcosa che non ci tornerà in questo discorso e alla fine svilupperemo l’idea che ci si sta prendendo in giro. Quindi la mia presa di coscienza personale che diventa però politica è proprio quella della diversità: se sono politica i nostri pensieri come possono non esserlo i nostri corpi? E questo, ovvero l’accettazione continua di ogni mia diversità è il mio percorso sia umano sia letterario.

Il tuo stile è asciutto, formalmente impeccabile, ritratto e lavorato per continua sottrazione lessicale e dislocazione strutturale del verso, caratterizzato dall’utilizzo sui generis di segni d’interpunzione e dall’ariosa spaziatura delle parole. Cosa significa per te sperimentare sulla pagina? 

Io fatico a vederla come sperimentazione la mia. Ci sono poeti sperimentali ben più seri e bravi di me e che affrontano la sperimentazione con scienza e coscienza: il loro lavoro nasce da una continua indagine e da una precisa ideazione mentale. Il mio è più che altro un inseguire la mia irrequietezza, la mia evoluzione umana anche e soprattutto fisica. Il mio corpo è cambiato negli ultimi anni e non poteva non cambiare anche la mia scrittura, sarebbe stata una forzatura “trattenerla”. Quindi la mia sperimentazione, che c’è, è più che altro inconscia e non ha mai una programmaticità, quanto una necessità di adesione fisica, emotiva e sensoriale. Poi è vero, tutto questo va poi tradotto in quei segni sulla carta che ci ostiniamo a chiamare letteratura e per questo devo ringraziare mio padre, con quel suo amore per l’asciuttezza e quel fastidio per il superfluo.

Tuo padre, Maurizio Brusa, è stato un poeta importante e significativo, di rara profondità espressiva, che occorre ricordare e riconoscere. Dopo la sua dolorosa dipartita hai messo mano alle sue carte: stai pensando di curarne per caso l’editio maior? E a cos’altro stai lavorando?

A dire il vero non sto lavorando affatto alla sua Editio Maior: conosco i miei limiti. Come sai, abito questo mondo letterario in punta di piedi, consapevole dei miei punto di forza, ma anche delle mie mancanze. Però ho la fortuna di avere intorno amici con strumenti ben più potenti dei miei. Tra questi ci sono Matteo Fantuzzi che per mio padre ha sempre avuto un amore poetico ed un affetto umano che non posso dimenticare mai. E poi anche Fabio Michieli che sarà coinvolto in qualcosa di cui al momento non voglio svelare nulla. Poi certo, in un secondo tempo vorrei trovare il modo di metter insieme tutto il lavoro di mio padre così da poter costruire, con il rispetto e l’amore che merita, quel suo, citando Walcott, mattone nella cattedrale. Al mondo lui ha sempre detto di poter lasciare me e le sue opere… insomma, devo prendermi cura dei miei fratelli!

Quattro inediti di Alessandro Brusa

Alessandro Brusa è nato a Imola nel 1972 e dal 1976 vive a Bologna. Il suo esordio letterario è il romanzo Il Cobra e la Farfalla (Pendragon – Bologna 2004), cui sono seguite due raccolte di poesia La Raccolta del Sale (Perrone – Roma 2013, premio Orlando) e In Tagli Ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) (Perrone – Roma 2017). Nel 2015 insieme a Martina Campi e Valerio Grutt si è fatto promotore di un progetto sulla scena poetica bolognese che ha portato alla pubblicazione di Centrale di Transito (ceci n’est pas une anthologie) (Perrone – Roma 2016). Il suo ultimo lavoro è il romanzo L’Essenza Stessa (L’Erudita – Roma 2019). Suoi testi poetici ed in prosa sono apparsi su antologie e riviste, cartacee ed online, sia in Italia sia, in traduzione, negli Stati Uniti, Francia, Belgio, Romania, Spagna ed America Latina. Accompagna il lavoro di scrittura a quello di traduzione dall’inglese con testi pubblicati su riviste online e cartacee (Testo a Fronte e Le Voci della Luna). Con rare eccezioni gli autori scelti sono giovani poeti rintracciati non attraverso le linee ufficiali dell’accademia, ma attraverso un lavoro di ricerca soprattutto nelle librerie del territorio tra Stati Uniti, Gran Bretagna ed India. Tra gli autori tradotti: Brian Borland, Kayo Chingonyi, Kamala Das, Jemima Foxtrot, Colin Herd, William Letford, Stephen Mills, Seth Pennington. Fin dalla prima edizione del 2013 fa parte del comitato organizzatore del Festival Letterario a prevalenza poetica Bologna In Lettere.

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