Dalla postfazione L’ERTO IRRINUNCIABILE di Filippo Parodi

 

“Lasciandosi trascinare da un componimento all’altro, emerge infatti dalla sua opera un piacevolissimo, indefesso anacronismo, una cupa intelligenza isolata. Una voce che si fa cruda testimonianza dell’esistenza, all’interno della quale vaga l’uomo, raccontato in tutta la sua impotenza e caducità. In ‘Incagliarsi’ leggiamo: «Siamo noi, fatti di grana povera, / guerrieri che andiamo avanti / fino al limite cronico e ci arrendiamo / ai comandamenti». L’uomo, “rinchiuso nell’orto umano”, “annodato”, viene assimilato dall’autore a un lichene: non ha possibilità di movimento, di slancio e di riscatto. Rimane radicato, intrappolato nella condizione di angustia e di staticità che, inesorabilmente, a livello ontologico si direbbe gli appartenga. Ne Il mondo come volontà e rappresentazione Arthur Schopenhauer dichiarava che la natura rimane algida, del tutto impassibile di fronte all’individuo e alla sua potenziale rovina, e che solo le importa, a discapito della salvezza di quest’ultimo, la continuità della specie. Anche in Mella, in maniera piuttosto accentuata, il motivo del creato feroce e inumano riaffiora nell’elemento dell’acqua e soprattutto del mare, con la sua forza impetuosa e la sua misteriosa volontà ineluttabile. Ignoto e per nulla domabile, “tratto chiuso”, il mare è dalle origini e in ogni tempo oggetto di sfida per gli esseri umani, che in esso rischiano, o trovano la morte, ma pure un segno, magari una resurrezione, nell’onda sovrastante la consapevolezza di essere vivi, pulsanti, benché senza appigli e nell’eterna mancanza.”

 

UN’APPARENZA

Mi offri un’apparenza,
un’era da girare in catamarano
e un ritorno, dopo la boa,
quando l’acqua si fa dolce
e si vorrebbe affogare piano
dentro un pozzo più profondo
del vuoto scavato nel precipizio
solo il ritornello dello scacciapensieri
intorno
l’Adriatico e uno stormo, io
credo: abbandonato, cesellato nell’azzurro.
Chiamarlo sipario si può, non si vuole.

 

ALL’INTERNO DEL CENSIMENTO

All’interno del censimento
ogni chicco di pensiero aveva un respiro.
Vedi, la crisi del nostro tempo
è tutta contenuta nell’ipotetico
sarebbe stato, che bello sarebbe stato
se avessi imparato l’inglese
gli algoritmi e a montare la maionese
sarebbe stato bello.

Ti dono l’inizio incerto condito dal vagito
l’alba fragile di un feto e il valzer
sarà lento, un quattro quarti di bonaccia
e la luce si apre larga, buona; benedice.

 

PER DISPETTO

Io credo che lo facesse per dispetto:
dire male alla madre, bestemmiare quasi
e avere il collo gonfio nell’atto di urlare,
quell’urtare l’aria attorno col braccio, braccare
l’atmosfera a bocca larga e lamentarsi.
Ma sapeva abbracciare
restava per ore attaccato, una morsa
e prendeva le parole della madre
le rivoltava, le vomitava, le cercava
dentro un cunicolo di capricci svaporati.

L’acquaragia la bevo, non la uso per i pennelli.
La madre gettava via il rossetto e metteva
un grido sul volto, più stretto del grembiule
che portava sempre, da domenica a domenica.

L’acquaragia è un solvente
io risolvo
tutte le equazioni
faccio io, come voglio.

 

Andrea Mella, nato a Pordenone nel 1977, dopo la laurea in giurisprudenza, collabora con la cattedra di diritto penale dell’Università di Ferrara e consegue il titolo di avvocato. Nel 2014 pubblica Marittimo blues (Ediciclo), un reportage che segna il suo esordio letterario. Sue poesie sono apparse su alcune antologie. Il misantropo dei Sargassi (Edizioni del Foglio Clandestino 2018) è la sua prima opera poetica. Vive a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso.

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