Frequentando i tanti incontri culturali dedicati alla poesia che si svolgono ogni settimana tra Friuli e Veneto Orientale, capita spesso di incontrare un piccolo gruppo di autori (tra gli altri, Francesco Tomada, Guido Cupani e Piero Simon Ostan) che, visto dall’esterno, sembrerebbe essere prima di tutto una compagnia di amici che si conoscono da tanto tempo. Mi sembra, però, che ad accomunare questi poeti ci sia anche qualcos’altro oltre all’amicizia, qualche cosa che riguarda il loro scrivere e la loro idea di che cosa dovrebbe essere il fare poesia. Non ho alcuna intenzione di mettermi ora a cercare di dare una definizione della loro poetica (non credo sarei in grado e neppure ritengo sia così fondamentale farlo); semplicemente, vorrei provare a dare forma a un’impressione che da sempre ho riguardo ai loro versi, ovvero che essi nascano per dare sostanza e consistenza a parole o a concetti che, di fatto, questi poeti già conoscono e hanno in mente prima di scrivere (in quanto spesso sono parole e concetti che riguardano le esperienze umane più comuni) ma che ancora non sono riusciti a fare propri vivendoli e dando loro una fisionomia personale. Porto come esempio questa poesia di Tomada dal titolo Non ci sono più le stagioni di una volta:

 

Non so nemmeno cosa speravo per lui
che diventasse ingegnere
oppure biologo come me
invece Alessio adora le rose

quando in giro ne vede una bella
strappa via un getto e lo pianta in giardino
lo bagna e lo cura perché attecchisca

quando fiorisce qualsiasi colore va bene
se è quello che prevedeva perché gli piace
se invece è diverso lui si sorprende e sorride
“non si può imporre il colore ad una rosa”

così io che ho vissuto
per tante volte la mia primavera
adesso scopro la sua.

 

Alle spalle di questo testo, a monte di questo scrivere, mi pare ci siano alcune parole come stagione (presente anche nel titolo), padre, figlio, primavera o crescere che Tomada conosceva dentro di sé ben prima di comporre la poesia in questione (forse perché lette e studiate in altri poeti o perché sentite pronunciare da qualcuno) ma di cui ancora non aveva avuto modo di fare esperienza in prima persona, vivendole e sentendole nell’accadere delle cose di ogni giorno. Questi versi, insomma, sembrano nascere come una sorta di approfondimento esperienziale di alcuni concetti che già erano presenti nella mente dell’autore ma ancora necessitavano di essere sperimentati e di essere scritti nella loro più umana e quotidiana meraviglia.

Lo stesso discorso credo si possa fare prendendo in considerazione i testi contenuti nell’ultima raccolta di Piero Simon Ostan, Il verde che viene ad aprile (Qudulibri, 2019). Partendo dal titolo, infatti, è possibile isolare tre parole fondamentali: il sostantivo verde, il verbo venire e il nome proprio di un mese, ovvero aprile.

Utilizzando come esempio solo la prima sezione del libro (dal titolo Attesa), già a partire dalla poesia iniziale (I mese) si può individuare un percorso semantico interno al testo costruito intorno al concetto di verde (troviamo ad esempio verde al verso 2, erba al verso 3, fieno al verso 11, erba al verso 13, terra imbrattata al verso 15) che va poi connesso con tutti quei termini associabili invece al verbo venire. Se poi si estende lo sguardo all’intera sezione, ci si rende conto di come in essa l’atto del venire possa essere considerato come qualche cosa di legato a termini come nascere e ricrearsi della vita (e qui ritorna aprile, il primo mese primaverile): la sezione vuole infatti raccontare il percorso di attesa per la nascita di un figlio (tanto è vero che le singole poesie sono numerate come i nove mesi di gestazione). Una nascita che inizialmente non sembra neppure possibile pensare («da questa terra imbrattata/ che non dà più figli» a p. 13), successivamente diventa qualcosa che si può solo rappresentare attraverso un’immagine che si conosce come quella del nido (la poesia II mese Pasqua a p. 14) e infine lentamente si trasforma in un chiaro definirsi di tratti fisici e umani del corpo di un bambino («adesso sono un germoglio/ ma so già dei capelli la sfumatura/ e che colore gli occhi» a p. 15, «ho le mani piene di dita e le braccia piene di mani» a p. 17) e in un insieme di gesti preparativi dei genitori («invece per noi è tempo di ordinare la cameretta,/ trovare altro posto alle cose,/ misurare la distanza tra il letto e la scrivania,/ tra la parete e la porta» a p. 20). Interessante poi come nell’ultima poesia della sezione (IX mese Natale) faccia la sua comparsa anche il dialetto. Come sottolinea giustamente Francesco Tomada nella prefazione della raccolta, Ostan già nel suo primo libro (Il salto del salvavita edito da Campanotto) aveva fatto ricorso al linguaggio dialettale; qui, però, l’uso del dialetto al posto dell’italiano si accompagna all’emergere di un noi come soggetto poetico (in realtà viene introdotto già nel componimento precedente VIII mese) che introduce il lettore in un ambiente interno al testo prettamente familiare e comunitario («Semo qua, ta la luce stramba del saloto,/ serai i barconi e fora un caigo grando/ a spetar tuti siti el putel che se svei/ sol che cussì na giornata nova scuminsia» a p. 21).

Se poi si amplia l’analisi considerando anche il primo componimento della sezione successiva (è così anche il nostro stare qui), si può notare come anche qui tornino preponderanti i riferimenti semantici al verde: giardino nel titolo, erba al verso 1, prato al verso 1, gialla al verso 2, erbacce al verso 3, eden al verso 5, giardino al verso 6. Inoltre, sono presenti ancora momenti testuali legati al concetto del venire: rassegnati al verso 3, i buchi da coprire al verso 4, e non sarà al verso 6. A questo punto, riflettendo sui due testi iniziali delle sezioni, si può forse finalmente cominciare a dire qualcosa a proposito delle caratteristiche di questo verde (che nel titolo, ricordo, è Il verde che viene ad aprile): esso appare come il simbolo di un sogno sperato e atteso di rigenerazione che fa da contrappunto allo stare di adesso (in cui invece l’erba è giallastra, ci sono i buchi nel giardino e si sta tra «squarci e spaccature» che sono «il nostro stare qui»). Ecco che il verde si connette con aprile e con l’eterna attesa di un venire.

Carlo Selan

 

 

 

Dalla sezione Attesa

 

I mese

Il tuo piede in fallo nel buco vecchio
scavato dal cane, investito dal verde:

il cadere scoordinato sull’erba,
un respiro profondo e l’allargare
le braccia, per sentirla infastidirti
un poco la pelle, lo sgranchirti
ad occhi chiusi, con le palpebre
rosse, invase dal sole.

Saresti rimasta più di quel solo istante.

Ti vedo saltare su in piedi, i resti
di fieno toglierli in fretta, pensando
ai pesticidi e a tutti i veleni
impregnati tra l’erba.

Ma più che altro era il fuggire
da questa terra imbrattata
che non dà più figli

 

 

***

 

 

Dalla sezione è così anche il nostro stare qui

 

V. meteo

c’è un tagliaerba per ogni famiglia
con trenta metri quadri di giardino
riempiamo a malapena due tre sacchi.

Abbiamo in molti degli honda potenti
i migliori – dicono – sul mercato
sono costati quasi uno stipendio
ma nel borgo solamente due fratelli
spartiscono il roboante rasaerba.

Nella trifamigliare o nel palazzo
le nostre vite sono lontane un muro
ma corrono parallele, per caso
si imbattono fuori sul terrazzino:
sono parole di rito sul tempo.

Ma una mattina, dopo la bomba
d’acqua, ci siamo domandati come
stavamo, se c’era bisogno, abbiamo
ascoltato sull’attenti la risposta
e come fosse potuto accadere
tutta quella pioggia in una volta.

Le solite previsioni sul meteo
che spesso ci diciamo, per inondare
il silenzio, stavolta non sono state.

Nessuno infatti aveva indovinato
che l’acqua si sarebbe infiltrata
nelle nostre vite fino a riempirle

 

 

***

 

 

Dalla sezione La consistenza delle nuvole

 

VI. il ciglio delle nostre vite

lascio che la macchina scompaia
lungo la strada che mai arriva
inghiottire i chilometri, l’asfalto
consumarlo come queste ruote
che girano dentro la testa,
butto tutte le parole dal finestrino
e solo vorrei non pensare agli scontri
frontali che dentro mi accartocciano,
sul volante tenere salde le mani
nelle raffiche di vento, e scorra
sul parabrezza questo dolore
lo porti lontano la corrente
fino a sparire dallo specchietto.
Questo cielo d’estate vorrei solo
con me i miei figli, non chiedere
nulla nemmeno tu, stammi
solo accanto come questi alberi
che segnano il ciglio delle nostre vite

 

 

***

 

 

Dalla sezione Il mio nome

 

I. AR 6643426

Ottenere l’identità digitale
avrebbe richiesto pochi passaggi:
dati personali, password, poco altro.
La procedura richiedeva infine
il caricamento di un documento
d’identità valido per conferma.
Ho ripetuto l’operazione ore
ed ore, immaginando di essere
caduto in un bel buco del sistema
o la mia identità fosse finita
prigioniera, bloccata nella rete.
La strada era chiamare l’assistenza
in attesa del primo operatore
disponibile a liberarmi presto
dalla ragnatela in cui ero finito.
Il responso a pomeriggio inoltrato:
lei sta operando con un documento
d’identità che non dovrebbe esistere.
Ho chiesto una verifica alle forze
dell’ordine: risulta una denuncia
di smarrimento della sua tessera
a Pignataro Maggiore, Caserta.

La carta era ferma nel portafogli.
A Pignataro Maggiore, Caserta
i piedi non ce li avevo mai messi.
Ora avevo finalmente la prova:
l’esistenza di un altro me al di fuori
di me, che viveva nonostante me:
lo smarrimento della mia identità
la perdita lampante del mio nome

 

 

***

 

 

Dalla sezione La foto delle ferie

 

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l’attimo in cui sciolgono gli ormeggi
le cime liberate dalla bitta,
arrotolate dagli addetti a poppa.

Il traghetto saluta la banchina
abbandona piano il porto, la terra.

Qui dentro sta tutta la mia estate.

Ho visto allontanarsi Spalato
dal molo ancora salutava un uomo
un altro me, lasciato sulla terraferma

 

 

***

 

 

Dalla sezione Lenti nuove

 

II. settembre

al parco i ragazzi social provano pose
coreografiche per fotografie da affibbiare
sulle bacheche amiche

i genitori ai blocchi di partenza
con polpacci in poltrona pronti allo scatto
per acciuffare l’argento vivo nelle vene
dei figli allungati verso l’altalena dei giorni.

In un settembre qualunque
quando l’aria comanda i peli d’oca
agosto sgattaiola ormai tra le tasche
e la telenovela delle notizie.

Qualcuno si chiede il sapore dell’aperitivo
prima di essere padre, un altro sogna
di appendere tutte le parole
e mandarle all’aria, a un altro capita
di riprendersi dalla ruota del mondo:

Papà, gli occhiali per vedere l’arcobaleno!

 

 

 

Piero Simon Ostan è nato nel 1979 a Portogruaro, dove vive. Ha pubblicato Il salto del salvavita, Campanotto, 2006. Nel 2011 pubblica Pieghevole per pendolare precario per Le Voci della Luna con prefazione di Gian Mario Villalta, sempre nel 2011 vince il premio Cetonaverde e nel 2013 il Premio Antonio Delfini. Nel marzo 2015 è uscita la plaquette È così anche il nostro stare qui per le Edizioni Culturaglobale di Gorizia. Le sue poesie sono state pubblicate in varie antologie e riviste tra cui Atelier, Incroci, Nemla Italian Studies, L’Italia a pezzi, Quadernario 2015 (LietoColle) a cura di Maurizio Cucchi e nel Bisestile di poesia 2016 (Edb Edizioni). Fa parte dell’Associazione Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro con la quale organizza il festival di poesia Notturni Diversi e il Premio Teglio Poesia.

 

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