Caro Bernardo,

ti scrivo perché recentemente, sulle pagine di La Balena Bianca (NdR, Sonia Caporossi si riferisce all’articolo di Bernardo Pacini, Il cuore ‘disarmato’: l’inermità nella poesia contemporanea Il cuore ‘disarmato’: l’inermità nella poesia contemporanea Il cuore ‘disarmato’: l’inermità nella poesia contemporanea) anche un filologo intelligente e acuto come te è caduto nell’errore della seduzione categoriale a tutti i costi.

Partendo da alcune estrapolazioni della prefazione di Dal Bianco a Progetto per S. di Simone Burratti,  hai generato per partenogenesi concettuale un predicato anapodittico, di quelli che non hanno bisogno di dimostrazione perché, appunto, creato a priori apposta per introdurre all’interno dell’insieme cantoriano di turno un listato più o meno aderente, più o meno confacente, più o meno coestensivo, di nomi di poeti delle cui poetiche, in base alla ben nota teoria dei sei gradi di separazione, si tenterebbe invano  di quantificare il numero di  Erdős-Bacon. Questo predicato è l’inermità, da te pretestuosamente individuata come modus poetico di un insieme di nomi estesamente elencati e discussi all’interno dell’articolo in questione. Il problema è che ad ogni poeta nominato, si definisce l’aderenza al concetto di inermità come anche lo shifting categoriale di significato, quel quid logicamente stridente che lascia percepire come in realtà se ne sarebbe potuto dire davvero tutto e il contrario di tutto.

Come saprai, Bernardo, all’interno della teoria dei grafi, divertente e con risvolti decisamente semiseri è la teoria del mondo molto piccolo detta anche dei piccoli mondi, studiata notoriamente dallo psicologo Milgram, in base alla quale in un sistema di reti complesse (quale, poniamo, il panorama letterario o poetico nazionale), esistono nodi di relazione che danno luogo a una rete di collegamenti relativamente breve. Al di là delle applicazioni concrete di un tale procedimento, il problema è prendere una qualsivoglia categoria, un predicato o un categorema (che è il predicato di un predicato), da inermità a sbaragnaus, appiccicarlo a mo’ di etichetta ad una lista più o meno estesa di soggetti il cui azzeccarci è archimedicamente  ὅπερ ἔδει δεῖξαι, e generarci apposta una dimostrazione, in certi casi addirittura con tanto di lemmi, corollari e scolii in elencatio (da cui tu, almeno, ti sei esentato) a coronare un teorema autotelico, autosignificante, talmente tanto autosignificante da non significare altro da sé e quindi, ben poco d’altro. Un po’ come fece il collettivo Wu Ming con il New Italian Epic: crearono prima la definizione della tendenza, che fondamentalmente faceva capo ai testi di alcuni di loro; poi inserirono nel predicato creato ad hoc anche scrittori e prosatori che non c’entravano poi tanto con la definizione postulata e che erano assolutamente autonomi sul piano dello stile e delle poetiche, giusto per fare gruppo, perché tanto se una farfalla sbatte le ali in Cina poi sbaragnaus pure a Forlimpopoli.

Se persino un #filologonondelcaxxo come te cade nell’inganno assiomatico, sembra di nuovo incombere il rischio dell’immobilismo sedicente, che subodoravo già diversi anni fa e che consiste, ancora e sempre, nel pericolo di ristagnare «nelle secche castranti dell’autodeterminazione categoriale, nella pratica aberrante del gruppo in quanto, a ben vedere, forma paradossale di riconoscimento ed autoriconoscimento proprio nell’indistinzione».

Insomma, quella in cui hai indugiato è una pratica critica che lascia decisamente il tempo che trova. Ma allora, Bernardo, probabilmente a questo punto mi chiederai: come se ne esce?

Continuavo, anni fa, scrivendo che «in larga parte, il quadro desolante che ho appena tracciato dipende da ciò che si intende per textus e dalle differenti accezioni che questo termine fondamentale della critica letteraria racchiude. Richiamarsi alla centralità del textus come ad esempio la intendo io significa far salva la necessità che il verso sia il primum» in quanto, «molto spesso, troppo spesso, c’è tutto un universo d’intorno che influisce e devia la natura naturante del poetare, e che si manifesta» generando «questioni di lana caprina in fibra sintetica, messe in campo perché, come insegna Pagliarani, se si sta zitti poi passa l’onda, e allora tocca parlare, dire pure qualsiasi cosa ma intanto, che diamine, dire!, e scendere in campo e fare e far parlare, “perché sennò sulla coda ci mettono il sale”» (S. Caporossi, Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, Marco Saya Edizioni 2017, pp. 23-25).

Certo, converrò con te che questo non significa che determinate categorie, anche neologistiche, non possano essere individuate e utilizzate come strumenti di studio e di conoscenza: ma mai a priori, bensì sempre a posteriori, dopo un periodo più o meno lungo di osservazione del fenomeno letterario in atto e soprattutto, senza accozzarle a forza in una lista preregistrata. Del resto, in senso contemporaneistico un uso oculato delle categorie si registra, ad esempio, nella prassi metodologica delle antologie tematiche, che riuniscono una serie di testi intorno a un tema. Infatti un tema, oltre che un contenitore, è anche legittimamente una categoria. Il problema è che, al contrario, le categorie non sono meri temi o meri contenitori, e sappiamo bene quanti problemi siano sorti, nel corso della storia del pensiero umano, quando sono state semplicemente pensate come tali. Una delle conseguenze più immediatamente rilevabili dello scambiare indifferentemente i due termini è l’indistinzione categoriale (quella che da anni, con una metafora matematica, chiamo “la polvere di Cantor”). Questa indistinzione inevitabilmente conduce a esiti paradossali: per esempio, agire criticamente in modo ingenuo come se x, y e z fossero accomunabili perché parlano tutti del tema dell’inermità nelle loro opere, cosa facilmente riscontrabile anche solo sul piano statistico andando a rintracciare le occorrenze dei lemmi derivati o dell’argomento nelle rispettive opere degli autori in elenco. Non credo proprio, Bernardo, che questo fosse il tuo intento originario. Dico male?

Insomma, caro Bernardo (e sai bene che caro a me sei davvero, senza piaggeria): di fronte a dubbie operazioni metodologiche di incasellamento della poesia contemporanea in base a predicati anapodittici di cui sembra francamente exemplum il tuo articolo, noi critici impuri non possiamo che rimanere inermi. E pure un po’ imbambolati.

Tua, con stima

 Sonia Caporossi #criticaimpura

*

Cara Sonia,

ti ringrazio di questa lettera, che ho letto con piacere grazie alla mediazione di Christian Sinicco (NdR, la redazione di Poesiadelnostrotempo dispone della rubrica Lettere, a cura del Direttore editoriale, per favorire lo scambio di opinioni tra autori)  e Giuseppe Nibali. Non sapevo se rispondere, perché penso che il saggio in sé abbia già al suo interno gli argomenti che servono a difenderlo o ad affossarlo definitivamente. Inoltre non mi piacciono queste dinamiche dialettiche, perché lasciano sempre spazio ad equivoci e difficilmente approdano a una sintesi utile. Però ti rispondo perché il tuo tu quoque mi pare benevolo e generalmente costruttivo, e perché credo che in fondo il dibattito possa giovare a qualcuno.

Comincio mettendo le mani avanti: spero apprezzerai il mio candore nel confessarti che non posseggo gli strumenti per sostenere dialetticamente con un te una discussione sul piano che desidereresti: non conosco nessuno (se non superficialmente o intuitivamente) dei temi filosofici che hai posto alla base del tuo discorso, né ho alcuna dimestichezza con questo tipo di linguaggio. Mi viene da dire che per comprendere a fondo tutte le premesse che hai fatto avrei bisogno di 24 CFU integrativi di filosofia e anche un ripassino di teoria matematica (se ho ben capito). Non ho il tempo di farlo né, temo, l’interesse, date le contingenze della mia vita privata e professionale e in generale per diversa estensione del mio campo di studio ed interesse nella letteratura. Tuttavia, credo di aver capito il tuo richiamo, e quindi mi perdonerai se per risponderti uso l’unico linguaggio di cui sono capace.

Ti ringrazio anche di aver individuato per me il ruolo di “filologo intelligente e acuto”, il che mi fa pensare che tu – ma non ti accuso di questo, è il risultato di un bias cognitivo che non posso controllare – ti sia fatta del sottoscritto un’idea precisa quanto imperfetta, assegnandomi una qualifica, un “categorema” se vogliamo (il che già rischia di invalidare la tesi, ma lo vediamo dopo). Ti dirò che – se davvero devo ritagliarmi un ruolo culturale pubblico, io mi considero uno scrittore di versi, un poeta, avendo principalmente pubblicato poesie in volume. Niente, o poco più. Sono un filologo per formazione, certo, ma nessuno lo sa. Da anni non produco testi di stampo scientifico, semmai qualche sporadica e anarchica analisi testuale monografica in riviste non specializzate (penso allo studio sulla poesia di Socci su Formavera o di Iacuzzi sempre sulla Balena), che per me è stata più un divertissement che altro. Temo infatti che non possa bastare una laurea in filologia moderna a fare di qualcuno un ottimo filologo vita natural durante (una laurea non è una condanna, spero!) e forse nemmeno una spicciola e illegittima definizione pubblica da parte di un altro scrittore (sì, mi riferisco proprio al #filologodelcazzo di Lello Voce a La Spezia). Insomma, per come si sono messe le cose nella mia personale vicenda (che non interessa a nessuno) sono un filologo esattamente come so nuotare perché ho fatto un corso di nuoto, e ciò non fa di me un nuotatore professionista – converrai. Si parla di acquisizione di strumenti, non di un determinismo esistenziale. In effetti sono stato anche un pianista per 10 anni della mia vita, ma ad oggi ho perso del tutto la tecnica musicale semplicemente per una mancata frequentazione della disciplina. Tu, da musicista, sai bene a cosa mi riferisco.

Questa è la premessa. Ora tiro indietro le mani e comincio a darti ragione e torto. Il tuo è un ottimo ragionamento, solido e condivisibile in assoluto, e credo che venga accettato da tutti (o quasi) quantomeno nella sua formulazione teorica. Sappiamo benissimo che parlare di poesia partendo da categoremi – concetti più o meno astratti, più o meno fertili dà la possibilità a tutti di dire tutto e il contrario di tutto. Il che è un male ma anche un bene, perché se il lavoro di critica e retorica è buono possiamo capire il valore sia del “tutto” che del “contrario di tutto”. Possiamo inoltre senza dubbio trovarci d’accordo sulla necessità di rintracciare criteri e metodi validi per l’individuazione di poetiche o poeti di valore nel contemporaneo. Tu stessa, con il tuo blog sulla poesia Ultracontemporanea fai un lavoro di antologizzazione. A guardarlo da fuori, però, anch’esso pare del tutto arbitrario ed elencativo, senza un apparente criterio che non sia strettamente soggettivo, enciclopedico, autogiustificativo. È un lavoro prezioso, ma discutibile. Inoltre su Critica Impura, anni fa, dopo il convegno di Mitilanti, sono usciti alcuni pezzi, tra cui il mio, che avevano esattamente lo stesso taglio del saggio per la Balena.

Direi che a questo punto occorre contestualizzare il tuo richiamo a partire proprio dallo status dello scrivente e soprattutto dal tipo di contenuto prodotto, che è fondamentale. Perché se è vero che sono un filologo per formazione universitaria e per forma mentis, è altrettanto vero che il mio saggio non è uno studio filologico. Il mio articolo non è nemmeno lontanamente una crociata crociana fuori tempo massimo: è il prodotto del lavoro di un poeta-lettore con una formazione filologica, non di un filologo con una produzione poetica della domenica. Identifico il mio saggio in una definizione che molte persone (incluse o meno nell’indagine) in privato ne hanno voluto dare: uno “sfizio”, un “capriccio” autoriale. Più correttamente, considero il mio testo un saggio d’autore militante, il saggio di un poeta, senza che questo lo elevi o lo squalifichi.

Nel 1956 T.S. Eliot, durante una conferenza all’Università del Minnesota dal titolo Le frontiere della critica ha affermato: “La mia critica ha questo in comune con quella di Ezra Pound, che i suoi pregi e i suoi limiti possono essere esattamente valutati soltanto quando li si consideri in relazione alla poesia che ho scritto”. Eliot in quell’intervento chiamava la “critica di poesia fatta da un poeta” con il nome di “critica di bottega” e ne riconosceva certamente i limiti naturali, mettendo però in risalto la differenza tra “critico e critico letterario”: “il critico è letterario unicamente se il suo interesse dominante, nell’esercitare la critica, è di aiutare i lettori a capire e gustare la letteratura. Ma è chiaro che egli deve portare interesse ad altro, né più né meno che il poeta; perché il critico letterario non è semplicemente un bravo tecnico esperto delle regole cui debbono uniformarsi gli scrittori che egli va esaminando; egli dev’essere un uomo completo, possedere convinzioni e principi propri, scienza ed esperienza di vita”.

Non credo sia sfuggito a nessuno dei lettori meno inermi il fatto che nel mio saggio non siano stati utilizzati criteri rigorosi e scientifici nell’argomentazione: non intendevo mettere a sistema alcunché, proprio perché l’indagine non è sistematica né metodologicamente impostata su basi filologiche. Non voleva (o poteva) esserlo, proprio perché prendeva le mosse da uno sfogo di Stefano Dal Bianco, una postilla informale alla prefazione di un libro. Lo sfogo è sempre irrazionale, nevrotico o emotivo a prescindere dal valore argomentativo del contenuto. Il mio testo voleva indagare da una specola soggettiva la possibilità di applicazione del criterio di Dal Bianco al di là della circostanza in cui era espresso. Miravo in sostanza alla problematizzazione di uno spunto interessante e serio, ma generico e arbitrario. Uno spunto di poetica.

Il mio non è uno sfogo, ma più correttamente (spero) un’indagine obliqua, capricciosa e arbitraria, come del resto ogni indagine critica: capricciosa perché impiastricciata della mia sensibilità di scrittore con i suoi gusti e le sue idiosincrasie; arbitraria perché insiste e si fonda sul tracciato personale, accidentato delle mie letture disordinate, è sostenuta da idee soggettive sulla poetica, da convinzioni e ossessioni personali e da un bagaglio imperfetto e anarchico di conoscenze e studi impossibile da correggere retroattivamente. Mi ripeto: il problema qui è legato proprio al genere, alla tipologia di scritto critico: io riconosco la validità della tua posizione in senso assoluto, ma non riesco a comprenderla pienamente nel caso in oggetto perché è sbagliata la tua tesi di partenza. Se è vero che io sono per te un filologo, non è altrettanto vero che di conseguenza il mio sia un testo con una intenzione o un metodo filologico. Quindi come tale non può essere giudicato. È stato destinato alla Balena Bianca perché era affine a una determinata linea editoriale (gli stessi redattori hanno avuto le loro riserve sul contenuto, ma alla fine lo hanno pubblicato per ragioni qualitative che non devo spiegare io), sappiamo benissimo tutti e due che una rivista accademica me lo avrebbe tirato dietro. E pure il sito di Critica Impura, ne prendo atto. Non mi scandalizza però. Siamo nel piano della discrezionalità, che non è un feticcio comodo del relativismo del pensiero critico. Il mio testo si rifà a un tipo di discorso sulla poesia che si nutre di precisi modelli (senza che io abbia la presunzione di eguagliarne la profondità! Sto parlando di tipologie testuali): penso ai saggi dello stesso Eliot e dei connazionali Charles Simic e Ben Lerner, penso a George Steiner, Iosif Brodskij, Witold Gombrowicz o, per rimanere in Italia, agli scritti sulla poesia firmati da Raboni, Montale, Luzi (tra gli altri, numerosissimi) fino ad arrivare, per vie traverse, al saggismo letterario di Manganelli come modello irraggiungibile.

Esiste un’ampia letteratura di questo tipo, indagata anche in campo accademico (si veda Anna Dolfi che, ne La saggistica degli scrittori, Bulzoni 2012, usa parametri calviniani come “leggerezza, esattezza, rapidità” per evidenziare la “funzionalità di una saggistica non codificata”). Ma dirò di più: tra i miei modelli c’è anche Oreste Macrì, uno studioso di chiara fama che, proprio a partire dal testo, procedeva filologicamente nell’argomentazione tramite criteri assolutamente arbitrari e autosignificanti elevati spesso a sistema (il fonosimbolismo dei nuclei sillabici, ad esempio, era un argomento fondante nella cosiddetta “macritica”). Un po’ come le categorie sbaragnaus e inermità, per citarti. Insomma, sostengo fermamente che esista una libertà espressiva nel lavoro poetico, in quello critico e persino in quello filologico-testuale, a patto che si separino bene i settori e si valuti ciascun lavoro con la moneta corretta.

Non mi riconosco invece nell’accusa implicita che mi fai in una frase sulla determinazione di categorie, che – tu dici – non dovrebbe essere fatta “mai a priori, bensì sempre a posteriori, dopo un periodo più o meno lungo di osservazione del fenomeno letterario in atto e soprattutto, senza accozzarle a forza a una lista preregistrata.” In primis, non parlerei così categoricamente di categorie (ma ci arrivo dopo). Poi mi chiedo con quale criterio tu possa stabilire se il tipo di riflessione che ho fatto sia più a priori che a posteriori (non saprei farlo nemmeno io), e su quale base tu possa sostenere che la riflessione non parta dall’analisi e dal confronto con il testo poetico, la centralità del quale non è mai stata da me messa in discussione. Ho difficoltà anche a capire il concetto di lista preregistrata: la mia lista preregistrata, se esiste, è la mia biblioteca, sulla quale rifletto da sempre in modo ovviamente deduttivo (se così vogliamo dire). I libri citati nell’articolo sono una parte di quelli che ho incontrato, sono alcuni tra quelli mi piacciono o mi interessano: raramente nel saggio ho espresso giudizi di qualità, limitandomi a descrivere la poetica di riferimento e l’”azione” dei testi che mi sembravano più funzionali alla ricerca in questione. Poi, se proprio vogliamo, possiamo anche ammettere che il discorso del mio saggio sia su base induttiva, ma è una conclusione ovvia e non incriminante, dal momento che ho indagato una parte della poesia contemporanea a partire da un concetto che viene dall’esterno, in un certo senso, dall’alto. Ma il tema dell’inermità – che poi è il tema del soggetto, del rapporto tra vita e poesia, tra preletterario e letterario, tra onestà e disonestà – è un segnale di allarme che si accende sempre quando leggo, quando “osservo il fenomeno”.

Infine, noterai che le conclusioni a cui arriva il saggio si muovono tutte nel campo della metafora bellica che sostiene l’intera argomentazione retorica (il che già dice molto del metodo, che può piacere o meno ma non è filologico, bensì “concettuale”): delineano una tendenza senza voler fondare una generazione poetica o una teoria della letteratura, prendono atto di una inevitabile duplicità in senso contrastivo dell’“inermità” senza che essa debba essere per forza elevata a sistema. Nega in fondo che l’inermità sia una categoria, riconoscendola come carattere comune a poetiche divergenti e intergenerazionali, che vengono messe in relazione secondo una dinamica soggettiva. Anch’essa condivisibile o meno, che è il buono e il giusto del dibattito sulle lettere.

Insomma, Sonia: cosa possiamo concludere? Che in fondo siamo d’accordo su molte cose, e su altre no, ma che il tuo giudizio dipende forse da premesse errate. Che le categorizzazioni sono sbagliate solo fin quando non ne troviamo una che invece ci convince ed è utile a fare un discorso di poetica (ma bisogna capire se è davvero una categorizzazione). Che ogni oggetto impone un metodo, e che ogni metodo impone un giudizio. Che forse sono davvero diventato un #filologodelcazzo, più #delcazzo che #filologo. Che non sono certamente un critico impuro, ma nemmeno un critico puro. Sono un critico? No, per fortuna, mi vien da dire. Sono un lettore, un “colto lettore, non uno studioso”, come mi disse la mia professoressa di tesi quando le chiesi se avrei potuto avere un futuro nell’accademia (no, in effetti).
Io penso che prima di tutto si debba parlare di un’operazione solo quando se ne sono comprese le finalità e il metodo, senza che accettarle implichi per forza un’approvazione tout court.
Un abbraccio, grazie dello spunto e della lettura. Scusa se mi sono dilungato.

Bernardo Pacini

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