CONFINE DONNA – XX PUNTATA

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

Ho lasciato la Croazia per la prima volta dopo l’esame di maturità, nel 1996, per un senso di ricerca, per curiosità e per conoscere meglio me stessa e il mondo. La seconda volta, invece, l’ho fatto per amore.

 

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso prima di arrivare in Italia?

È stato un viaggio più di natura psicologica che geografica, vista la vicinanza dei due paesi. La prima volta ho viaggiato in treno, di notte: era molto interessante guardare i miei compagni di viaggio, di cui non sapevo nulla, immaginavo i motivi della loro partenza e le mete desiderate. Quella volta i confini esistevano ancora ed erano reali. Il passaggio da un paese all’altro, sebbene si trattasse di paesi vicini, era più un passaggio culturale che altro. La cultura slava e la cultura latina, in superficie così diverse, hanno invece legami profondi, molte storie in comune, ma anche tante differenze, alcune imposte, alcune naturali.

 

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi tempi che hai vissuto in Italia?

La lingua. Sentivo una scissione tra il mio vissuto interiore strettamente legato a un’espressione linguistica e quello che mi circondava. Per il resto mi sentivo abbastanza “a casa”. L’Italia per me era soprattutto l’arte e letteratura e su questo livello mi era molto familiare. Rimanendo in Italia, calandomi nella sua quotidianità, ho cominciato a sentire le differenze e la mancanza di certe abitudini e compagnie che avevo lasciato in Croazia.

 

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione? Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Inizialmente vivevo la scissione tra l’esperienza e l’espressione linguistica e poetica. Codificavo la realtà e il vissuto con i codici linguistici del croato. Dopo un po’ di tempo ho cominciato a sentire la confusione: il mio “dialogo” interno ormai cominciava ad alternare le due lingue.  Scrivevo esclusivamente in croato e poi auto-traducendomi in italiano riscrivevo le poesie. È il caso delle poesie che presento qui. Ultimamente invece scrivo direttamente in italiano, ma vivo questa cosa più come un esperimento: c’è sempre una parte di me che si chiede che senso ha e qual è la relazione tra la lingua e il vissuto, che cosa viene per prima?

 

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

I confini che segnano di più sono quelli interiori, i nostri limiti personali. Una volta superati quelli non si ritorna più indietro. Varcare il confine linguistico e geografico per me  ha significato varcare i confini segnati della mia identità: i confini non sono qualcosa di irremovibile, ben delineato. Si spostano in continuazione. Sono un’illusione per chi ha paura di cambiare ed essere cambiato.

 

Da Pingvin da stakl0 (Pinguino di Vetro)

Affascinante bellezza della sabbia
corrode
la mia pelle.
Lontano da questa porosità
le piante minuziose
spuntano
dai gusci protetti
delle farfalle morte.
Ipotesi polare del risveglio.
Mi sono mascherato,
oscurato
dal velo dell’umanità
e adesso non vedo:
sono uno spettro,
un fantasma
che si scioglie
fino a diventare
nulla.

Bianco di ghiaccio.

*

Sotto le gocce di vetro
le ali ghiacciate
diventano polvere.

Dentro il mio cuore è più freddo.

Il mio nome è Staklo
e per questo
non mi piace volare
sotto la pioggia.

I pinguini non volano.

Il mare è
inaccessibile grido
dal profondo.

Da solo.

Solo a pensare
di doverlo sorvolare
divento ghiaccio.
Improvvisamente.

Non volo.

*

E se tutto fosse un’illusione?
Un viaggio a ritroso
nelle viscere
del nostro pensare
il volo.
Mi scolo di dosso
le ali appiccicose
le presenze
le partenze
i treni.
Non sono pazzo:
il tuono, le immagini, pensiero.
Non sono
un insieme di cellule
suoni
provenienti dal nulla.

Nel silenzio mi spoglio
e mi ripongo
nudo
nella lingua.

E se fossi un’illusione?

La voce a cui diamo forma
desisterebbe
dall’essere
presenza.

*

Da Le impressioni notturne

I

Non appartengo a questo posto.
Questa città, i violini, gli edifici
sono una stazione gigante.
Noi ci spostiamo
tra le righe nudi
ascoltiamo
i respiri:
il mostro in noi
si è svegliato
il mare
il ricordo
è troppo vivo.

Ti amo.

*

III

Sogno il mare.
Il blu sopra di me
una luce bronzea
taglia
il cervello odora
ubriaco di vento.
L’azzurro giace
sulla superficie
calma
il respirare dell’acqua.

Come all’inizio
in cima
non c’è niente.

Il coagulo del ventre
da cui sorta
sono.

Sogno.

*

IV

Sul palmo sta crescendo l’ombra.
Morte.
Il mare è campo
di cigni.
Perché
sono vuota
la brocca
il panno grosso
la mia pelle
assorbe.

Mi unisco.

Impietrita
ti amerò
di meno.

 

Marijana Sutic, nata a Šibenik (Croazia) nel 1977, ha vissuto sull’isola di Lagosta e a Zagabria. Laureata in lingua e letteratura croata e italiana presso la Facoltà di Filosofia di Zagabria, risiede Trieste dal 2005. La sua poesia è stata pubblicata in diverse riviste letterarie croate (Quorum, Vijenac, Forum, Fokus, Poezija, Tema), inoltre la silloge poetica Gdje počinje sjena koju povlačiš za sobom? (Dove inizia l’ombra che trascini con te?) è stata segnalata nei concorsi letterari Zdravko Pucak 2003 (Matica Hrvatska, Karlovac) e Goranovo proljeće 2004. Ha partecipato a diversi incontri poetici in Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Slovenia e in Italia (Art Net Club di Zagabria, Biblioteca  Bogdan Ogrizović di Zagabria, Incontri letterari di Gradačac, Teatro Prešeren di San Dorligo della Valle, Residenze Estive 2006 Duino, Hrastovlje 2010).  Suoi testi compaiono nell’antologia letteraria Zagrijavanje do 27° (Knjižnica Bogdan Ogrizović, 2005), nell’antologia audio-visiva dei giovani poeti croati redatta da Martina Globočnik (Fade_In Studio Indipendente, 2006) e nella raccolta poetica del 3° Festival internazionale di poesia intitolata Perle na jeziku (Kigen, Zagreb 2008). Traduce dal croato all’italiano e viceversa, ed è responsabile dell’area culturale della Comunità Croata di Trieste.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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