Nati negli anni Ottanta è un progetto a lungo termine che ha l’intento di riassumere e catalogare le esperienze poetiche individuali o collettive portate avanti da autori scriventi in italiano nati tra il 1980 e il 1989. Si tratta di poeti cresciuti letterariamente in ambiti e contesti diversi e dunque legati spesso a modi di intendere il discorso in versi del tutto differenti. Per segnalare i libri dei poeti nati negli Ottanta scrivete sul form di contatto.

 

Jacopo Ramonda (Savigliano, 1983) scrive testi collocabili in un’area di confine tra poesia e racconto. Ha pubblicato Una lunghissima rincorsa (Bel-Ami Edizioni, 2014, a cura di Silvia Lombardo), con una prefazione di Andrea Inglese e illustrazioni di Ilaria Bossa, e Omonimia (Interlinea, 2019, a cura di Franco Buffoni). Una selezione delle sue prose brevi è presente in Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2017, a cura di Franco Buffoni), con una prefazione di Umberto Fiori.
Sue poesie inoltre sono apparse sulle antologie collettive Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo (Bel-Ami Edizioni, 2012, a cura di Silvia Lombardo), con una prefazione di Simone Giusti, Abitare il deserto (Osservatorio Fotografico, 2016, a cura di Giovanni Zaffagnini) e Paragrafi (Puntoacapo Editrice, 2018, a cura di Pietro Montorfani); sulla plaquette Nicolò (Print & Poetry, 2016, a cura di Giovanni Turria e Parco Poesia). È uno degli autori contemporanei inclusi nella mostra Ritmo sopra a tutto. Cinquant’anni di storia e di arte al MA*GA 1966-2016, a cura di Franco Buffoni.

 

 

Testi tratti dalla raccolta Una lunghissima rincorsa (Bel-Ami Edizioni, 2014)

 

Equilibristi (cut-up n. 138)

Con il passare degli anni, abbiamo capito come sopravvivere in un ecosistema così profondamente compromesso e instabile come quello della nostra famiglia. Le continue correzioni di postura, necessarie a mantenere l’equilibrio, sono ormai automatismi perfettamente mimetizzati nella nostra gestualità. La precarietà ci ha stupiti, rivelandosi solida, terreno paludoso edificabile. Una delle tattiche vincenti alla base del nostro matrimonio consiste nel mantenerci reciprocamente in coma farmacologico, in modo da minimizzare gli scontri: cicatrici sottili, sartoriali, strategicamente disposte lungo le pieghe naturali della pelle, nel corso di raffinati interventi di chirurgia estetica. Riconquistiamo sempre la serenità e diamo a tutti l’impressione di essere felici. Credo che una certa indifferenza di fondo venga spesso scambiata per fiducia nei propri mezzi. Una soddisfazione parziale rientra nella media e non fa sorgere sospetti: è il posto migliore a cui tornare. Quando ne ho l’occasione, cerco diversivi altrove; li nascondo piuttosto agevolmente nel doppiofondo dei miei pensieri, e immagino che anche lei faccia lo stesso.

 

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Testi tratti dalla raccolta Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2017)

 

La stasi (cut-up n. 104)

Come un cane addestrato espleto tutti i doveri necessari a garantire il mio sostentamento, e mi destreggio con efficienza tra gli impegni della giornata. Mi sono abituato a sorridere per risultati minimi, o per sventate minacce; mi siedo comodo, a subire la vita, consapevole del fatto che certi cibi richiedono una maggiore masticazione rispetto ad altri. A volte, prima di dormire, ripenso a tutti gli errori che ho commesso d’istinto, alle intuizioni rimaste intrappolate nelle ragnatele, alle mie migliori intenzioni contaminate dalle necessità, da ristrettezze che non sono stato in grado di preventivare. Mi rendo conto che il mio passato recente è stato pesantemente condizionato da scelte invisibili, da scambi mancati che mi hanno arenato su binari morti e dalle conseguenti reazioni a catena che quelle sviste hanno innescato. Nel dormiveglia ritorno sui luoghi dei miei incidenti, mi rivedo seduto sul bordo di un cambiamento radicale che allora non mostrava ancora alcun sintomo, ma che di lì a poco mi avrebbe travolto. Ripercorro le deviazioni che ho imboccato senza rendermene conto, forse per mancanza di intuito o di esperienza, e che mi hanno portato qui, a questa vita che non mi somiglia, che sembra essere frutto di un equivoco.
Durante il giorno tutto ha un sapore completamente diverso e raramente cedo a pensieri di questo tipo. Le settimane trascorrono velocemente, rincorrendosi tra loro, ed io mi lascio trasportare dalla corrente, dalla routine che dirige le mie giornate, avanzando lungo il percorso di tappe obbligate con il pilota automatico. Seguo il corso del fiume, facendo attenzione a non esondare, fino a quando mi accorgo di alcune inezie che mi schiacciano al suolo. Non so perché, ma a volte il minimo inconveniente è sufficiente per scoraggiarmi, per indurmi a desistere; ogni ostacolo sembra essere la conferma di un errore a monte, di un progetto fondato su uno sbaglio. Queste riflessioni troncate sul nascere mi portano quasi sempre alla stessa conclusione, ad una conclusione di comodo: mi dico che, in fondo, rientra tutto nella media di incidenti ordinari e trascurabili morti quotidiane, infinitesimali parti di me che muoiono nelle mie apnee, speranze perse e poi dimenticate, piccole ischemie. Arriverà il giorno in cui mi basterò, in cui qualunque cosa sarà abbastanza, pienamente sufficiente. Alcune specie animali cambiano sesso spontaneamente quando si trovano in un ambiente monosessuale. Basterà pazientare ancora un po’ e presto, anche per me, arriverà il giorno in cui il sollievo sarà permanente, il compromesso diventerà un’abitudine, un meccanismo mentale perfettamente efficiente, un automatismo, come il battito cardiaco.

 

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Testi tratti dalla raccolta Omonimia (Interlinea, 2019)

 

Dalla sezione Nomi

 

Anna (#3)

Anna apre lo sportello della lavatrice e la svuota, trasferendone il contenuto in una bacinella. Si dirige verso il balcone che si affaccia sul cortile interno, e stende il bucato sui fili. A un tratto le scivola di mano una camicia. Istintivamente si sporge dalla ringhiera e tende un braccio per cercare di afferrarla al volo. Guardandola precipitare dal quarto piano, per un lasso di tempo che sembra dilatarsi all’infinito, Anna ha la sensazione di cadere a sua volta. Le capita lo stesso quando si sveglia di soprassalto da un incubo ricorrente, in cui sogna di essere costretta a lanciarsi nel vuoto da una grande altezza. Nonostante non abbia mai sofferto di vertigini, un brivido le attraversa il corpo da capo a piedi. Anna sente le gambe cedere e, piegando le ginocchia, scivola fino ad accasciarsi sulle piastrelle del balcone, stringendo le dita intorno alle sbarre della ringhiera, come se all’improvviso si trovasse chiusa in gabbia. Un senso di panico l’assale, quasi avesse appena assistito al cedimento e alla caduta di una parte del suo corpo, un petalo, un arto mutilato per effetto di un’amputazione spontanea. Qualcosa di simile al meccanismo che permette a una lucertola di liberarsi della coda, in caso di estrema necessità: una strategia difensiva fondata sulla capacità di automutilarsi, per trarre in inganno il predatore e tentare la fuga. Anna ripensa a tutte le parti di sé da cui è stata indotta a separarsi, a tutti i capisaldi e le aspirazioni che un tempo considerava particelle fondamentali e indivisibili di se stessa. Di recente ha scelto di mettere da parte i suoi sospetti su R. e in passato, ogni volta che si è sentita in trappola, ha preferito cedere a dei ricatti impliciti anziché far sentire la sua voce, imponendosi rinunce, facendo passare in secondo piano le sue esigenze e abbassando le sue aspettative per adattarsi alle circostanze. Anna si rende conto di aver fatto troppo spesso ricorso a una sorta di autotomia interiore, procurandosi mutilazioni volontarie di organi vitali e risorse psicologiche non rinnovabili, che hanno progressivamente limitato la sua autosufficienza.

 

Dalla sezione Omonimia

 

#14

Mi chiamo Andrea, e ho la sensazione che sarà una corrente mite quella che ci porterà alla deriva.

#487

Mi chiamo Andrea e vivo nella città in cui sono nata: un comune di confine, sospeso tra due lingue.

#506

Mi chiamo Andrea. Seduto alla scrivania, ho aperto la scatola di latta in cui conservo le lettere che mi hai scritto, tutte a matita. Ne ho rilette alcune, poi ho provato a cancellarne una; ma sono rimaste delle tracce, come cicatrici sulla carta. Se avvicino lo sguardo e osservo il foglio alla luce della lampada da tavolo, le tue parole sono ancora leggibili.

#1377

Mi chiamo Andrea. La scorsa estate abbiamo attraversato gli Stati Uniti, da una costa all’altra. Il numero non indifferente di città omonime è un particolare che mi ha colpita, mi è rimasto impresso nella memoria.

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