da La crepa madre (Pietre Vive 2020)

I
LA CASA

L’abitazione di mia nonna paterna – nella quale, durante l’infanzia, trascorrevo il periodo estivo – era sita in un vecchio palazzo a due piani, nella cittadina di Erba, in provincia di Como.
Era collocato nella zona storica del paese; fra le antiche costruzioni, per lo più scalcinate, ne spiccavano alcune signorili e la sera, dalla strada, guardando le camere illuminate attraverso le finestre, si rivelavano soffitti finemente decorati, a differenza del nostro, in modeste travi imbiancate, che le infiltrazioni insozzavano al primo temporale.
La radio e la televisione di nonna persistevano nel loro ronzio valvolare, l’impianto elettrico difettoso galvanizzava anche la cucina a gas. I segni della modernità fra quelle mura.
Un’estate restò impressa nella mia memoria, per due avvenimenti straordinari: una domenica, al lago coi miei genitori, cadendo mentre inseguivo farfalle armato di canonico retino, un fondo di bottiglia nascosto fra l’erba mi squarciò il ginocchio destro. Il medico che mi prestò soccorso all’ospedale ebbe un eccesso di zelo nel dosaggio dell’antibiotico e l’intossicazione mi procurò violenti urti di vomito – subito dopo i pasti – fino a che un attento farmacista non si accorse dell’errore. Il secondo evento memorabile di quella estate mi cambiò l’esistenza: nei giorni di sofferenza causata dalle cure per il taglio, durante il pranzo, sentimmo un frastuono provenire dalla casa di fronte.
Ricordo distintamente il rumore di una frana; scrosci di pietre accompagnati da un rombo.
Io e mio padre andammo a vedere. Entrammo nella casa dei vicini (amici di famiglia, frequentati abitualmente) e trovammo uno squarcio tremendo nel muro: partiva dal primo piano e irrompeva di sotto, nella spaziosa sala da pranzo. Il vecchio della famiglia, seduto al tavolo con altri curiosi immediatamente accorsi, raccontava di altri episodi accaduti in passato.
Nella casa albergava una crepa viva.
Nella purezza dell’infanzia, quando i sensi non distorcono le immagini, notai l’analogia fra la ferita nel mio ginocchio e quella nel muro. Questa associazione, negli anni a seguire, divenne convinzione e certezza.

 

1
Le finestre lucevano
sui vicoletti bui.
Noi gli stucchi sbirciavamo,
meraviglie, dalla strada,
dentro i palazzi antichi
– le sontuose tavolate
patrizie e degli dèi,
i miti incorniciati
negli appesi lacunari –
ché avvezzi noi si era
ai nostri e più modesti
plebei soffitti bianchi.

 

2
I lunghi giorni piovosi
imbibiscono gli aloni,
sulle tempere vetuste,
di vive infiltrazioni.
Bimbo sempre m’avviavo
al solaio timoroso,
sopra soffici tappeti,
polverosi, secolari,
tele rapprese a strati;
s’ascendeva, con mio padre,
ricurvo sotto i tetti,
a racconciare i coppi.

 

3
Cose antiche, dal forno
alla tremula lucina:
irradia il fioco lume,
corron intrichi celati,
nelle mura, capillari,
come ragna, ma di rame.
Lì mia madre ben sovente
al fornello s’inchinava,
dalla scarica trafitta,
che la percorre infame,
voce gracida, frattanto,
dallo schermo valvolare.

 

Carlo Tosetti (Milano, 1969), vive a Sirtori.
Ha pubblicato le raccolte: Le stelle intorno ad Halley (LibroItaliano 2000), Mus Norvegicus (Aletti 2004), Wunderkammer (Pietre Vive 2016).
Blog: musnorvegicus.it

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