L’amata e universalmente riconosciuta Emily Dickinson pubblicata in un’edizione che riunisce il meglio della vasta produzione poetica della celebre poetessa americana. La mia lettera al mondo, antologia con testi a fronte tradotti e curati da Andrea Sirotti, offre uno sguardo inedito sulla scrittura e i grandi temi dickinsoniani: l’amore, la morte, il silenzio, la natura, l’altro, l’America, il mondo letterario.

Dalla prefazione di Andrea Sirotti

Semisconosciuta in vita, Emily Dickinson rivendica per sé un ruolo formidabile e marginale al tempo stesso, quello di inascoltata sacerdotessa della poesia in un mondo prosastico e indifferente, affaccendato in altro. È proprio in questa tenace professione di fede poetica che riconosciamo la modernità della Dickinson. La convinzione che la parola sia importante e che sia vitale rispettarla, isolarla, levigarla per opporsi al conformismo, per resistere al pensiero-linguaggio unico e normalizzato. Una poesia-culto che ha lo scopo di contrapporsi alla piatta prosa, quella delle convenzioni perbeniste e borghesi del New England avito. La posizione del poeta, per Dickinson, è quella di una «diversità resistente», che si discosta dalla mentalità dominante per riappropriarsi, attraverso l’arte poetica, delle possibilità del qui e ora («Abito la possibilità – / casa più bella della prosa –»). Per Dickinson donna e artista la poesia è anche uno spazio di libertà e di espressione autonoma, fuori dalla gabbia del metro e della normatività «maschile». Una poesia fatta di metafore ribelli, inaudite, spiazzanti. Di sintassi plasmata e forzata. Di silenzi e pause inopinate. Di immagini sovversive nella loro tagliente limpidezza. […] La lezione di Dickinson sta innanzitutto nella distillazione. Nella concentrazione di senso, silenzio e suono. Una poetica fatta di spazi limitati, ma anche di immense aperture. Una poetica in cui il mondo interiore è infinito quanto è apparentemente ristretto l’orizzonte quotidiano della casa di Amherst. Dove quell’orizzonte, però, si fa sia essenza che esistenza. Microcosmo necessario e sufficiente per le riflessioni liriche «mineralizzate» in purissima, adamantina, parola poetica. […] Tradurre Emily Dickinson è arduo poiché il suo uso della lingua letteraria è personale e sperimentale, l’argomentare ellittico e ambiguo, le metafore insolite e dense. Il senso è spesso nascosto, obliquo, enigmatico. […] Nella traduzione ho cercato innanzitutto di ritrovare un «grado zero» del dettato dickinsoniano, riportandolo alla scarna «letteralità» senza offrire alcuna sovrastruttura teorica o ermeneutica, senza avere in mente una particolare poetica o una teoria. […] Una traduzione che aspira a farsi portatrice di una fedeltà, ma non al significato e nemmeno alla forma, quanto piuttosto all’assertività e all’autorevolezza di una voce poetica unica. Le poesie qui presentate (ordinate secondo la tradizionale numerazione dell’edizione critica di Thomas H. Johnson) rispondono a vari criteri di selezione. Innanzi tutto l’intenzione è stata quella di fornire un’idea il più ampia possibile della varietà dei modi e dei temi della scrittura dickinsoniana, della sua tavolozza variegata e ampia. Si è poi provato, pur nello spettro limitato di sessanta testi sulle quasi milleottocento poesie, di far apprezzare al lettore l’evoluzione dello stile e del ricco immaginario dell’autrice. A fianco di alcuni testi selezionati per il puro gusto e piacere personale del sottoscritto (o dell’editore) sono state scelte molte delle poesie più note e antologizzate proprio nel tentativo, dettagliato in precedenza, di renderle in qualche modo nuovamente gradite e, per così dire, «diversamente evocative» al lettore italiano.

 

Da La mia lettera al mondo (Interno Poesia, 2019) Testi di Emily Dickinson, traduzione di Andrea Sirotti

88

As by the dead we love to sit –
Become so wondrous dear –
As for the lost we grapple
Tho’ all the rest are here –

In broken mathematics
We estimate our prize
Vast – in it’s fading ratio
To our penurious eyes!

Quanto ci piace sedere accanto ai morti –
divenuti meravigliosamente cari –
Quanto ci aggrappiamo ai perduti
pur avendo tutti gli altri qui con noi –

In franta aritmetica
valutiamo il nostro tesoro
vasto – nel suo tasso declinante
ai nostri occhi indigenti!

*

135

Water, is taught by thirst.
Land – by the Oceans passed.
Transport – by throe –
Peace – by it’s battles told –
Love, by Memorial Mold –
Birds, by the Snow.

L’acqua s’impara con la sete.
La terra – con gli oceani solcati.
Il trasporto – con la pena –
la pace – coi racconti di battaglie –
l’amore, col marchio del ricordo –
gli uccelli con la neve.

*

254

“Hope” is the thing with feathers –
That perches in the soul –
And sings the tune without the words –
And never stops – at all –

And sweetest – in the Gale – is heard –
And sore must be the storm –
That could abash the little Bird
That kept so many warm –

I’ve heard it in the chillest land –
And on the strangest Sea –
Yet, never, in Extremity,
It asked a crumb – of me.

“Speranza” è la cosa con le penne –
appollaiata sull’anima –
che canta melodie senza parole –
e non smette mai – proprio mai –

E s’ode – dolcissima – nel vento
e terribile dev’essere la tempesta –
che possa confondere l’uccellino
che tanti ha tenuto al caldo –

L’ho udita nella terra più gelida –
e sul mare più remoto –
eppure, nemmeno all’estremo,
ha chiesto una briciola – di me.

*

341

After great pain, a formal feeling comes –
The Nerves sit ceremonious, like Tombs –
The stiff Heart questions was it He, that bore,
And Yesterday, or Centuries before?

The Feet, mechanical, go round –
Of Ground, or Air, or Ought –
A Wooden way
Regardless grown,
A Quartz contentment, like a stone –

This is the Hour of Lead –
Remembered, if outlived,
As Freezing persons, recollect the Snow –
First – Chill – then Stupor – then the letting go –

A una gran pena subentra un sentimento formale –
posano i nervi composti, come tombe –
il cuore rigido domanda “è stato lui, a soffrire,”
o “è stato ieri, o secoli fa?”

I piedi, meccanici, s’aggirano –
in un percorso legnoso
di terra, d’aria, o d’altro –
ormai incuranti,
appagamento di quarzo, come una pietra –

È questa l’ora del piombo –
ricordata, se si sopravvive,
come gli assiderati rammentano la neve –
Prima – il gelo – poi lo stupore – poi il lasciarsi andare –

*

501

This World is not Conclusion.
A sequel stands beyond –
Invisible, as Music –
But positive, as Sound –
It beckons, and it baffles –
Philosophy, dont know –
And through a Riddle, at the last –
Sagacity, must go –
To guess it, puzzles scholars –
To gain it, Men have borne
Contempt of Generations
And Crucifixion, shown –
Faith slips – and laughs, and rallies –
Blushes, if any see –
Plucks at a twig of Evidence –
And asks a Vane, the way –
Much Gesture, from the Pulpit –
Strong Hallelujahs roll –
Narcotics cannot still the Tooth
That nibbles at the soul –

Questo mondo non è conclusione.
Oltre ci sta un seguito –
invisibile, come la musica –
ma concreto, come il suono –
attira, e sconcerta –
la filosofia, non lo conosce –
e attraverso un enigma, alla fine –
la sagacia, deve procedere –
a indovinarlo, confonde gli studiosi –
per ottenerlo, gli uomini han sopportato
il disprezzo di generazioni
e messo in atto la crocifissione –
la fede scivola – e ride, e si rianima –
arrossisce, se qualcuno la vede –
si aggrappa a un fuscello di evidenza –
e chiede alla banderuola la direzione –
un gran gesticolare, dal pulpito –
forti alleluia rullano –
i narcotici non calmano il dente
che mordicchia l’anima –

*

613

They shut me up in Prose –
As when a little Girl
They put me in the Closet –
Because they liked me “still” –

Still! Could themself have peeped –
And seen my Brain – go round –
They might as wise have lodged a Bird
For Treason – in the Pound –

Himself has but to will
And easy as a Star
Look down upon Captivity –
And laugh – No more have I –

Mi chiudono nella prosa –
come quando, da piccola
mi mettevano nello stanzino –
perché mi volevano “ferma” –

Ferma! Avessero potuto spiare –
e vedermi il cervello – frullare –
tanto valeva confinare un uccello
per tradimento – in un recinto –

A lui basta volerlo
e libero come una stella
guarda dall’alto la prigione –
e ride – come ho fatto io –

*

932

My best Acquaintances are those
With Whom I spoke no Word –
The Stars that stated come to Town
Esteemed Me never rude
Although to their Celestial Call
I failed to make reply –
My constant – reverential Face
Sufficient Courtesy.

I miei migliori amici son coloro
a cui non ho rivolto parola –
Le stelle che puntuali arrivano in città
non mi hanno mai giudicato scortese
benché al loro celeste richiamo
mancassi di dar risposta –
Il mio costante – reverente volto
è cortesia sufficiente.

*

1765

That Love is all there is,
Is all we know of Love;
It is enough, the freight should be
Proportioned to the groove.

Che l’amore è tutto quel che c’è
è tutto quel che sappiamo dell’amore,
ed è abbastanza, purché il carico
sia proporzionato al solco.

 

Emily Dickinson (1830-1886), poeta americana tra le più amate, considerata tra i più grandi lirici moderni, ha trascorso l’intera esistenza a Amherst, nel Massachusetts, isolandosi volontariamente, nella propria stanza, durante gli ultimi anni della sua esistenza. Non ha mai pubblicato in vita alcun volume, tranne sette poesie su riviste. Il lascito di 1775 componimenti poetici, pubblicati dopo la morte, ha sancito nel corso del tempo l’assoluta grandezza e unicità di questa poeta.

Andrea Sirotti è nato nel 1960 a Firenze, dove insegna lingua e letteratura inglese. Fa parte della redazione di «Semicerchio», rivista di poesia comparata e di «El Ghibli», rivista online di letteratura della migrazione. Ha collaborato come critico e traduttore a svariate altre riviste letterarie tra cui «Pagine», «Le voci della Luna», «Sagarana», «La Rivista dei Libri», «Smerilliana», «Testo a Fronte», «Soglie», «451», ecc. Dal 1999 svolge l’attività di traduttore letterario freelance, soprattutto di poesia e di narrativa postcoloniale. Opera da anni come promotore di iniziative culturali e letterarie; ha infatti collaborato all’organizzazione di svariati festival di poesia internazionale tra cui “Indiapoesia” (Roma 2000), “DiVersi Racconti” (Vietri sul Mare 2002 e 2003), “Voci Lontane, Voci Sorelle” (Firenze 2003-2004-2005-2006-2008), “Parmapoesia” (2008). Dal 2000 al 2008, insieme a Vittorio Biagini, ha curato per il Comune di Firenze le iniziative sulla poesia giovanile “Nodo sottile”. Ha tenuto corsi e singole lezioni di traduzione letteraria ed editing presso varie università (Bologna, Arezzo, Pisa, Venezia) e altre agenzie formative (AISLI, CSL Toscana, NTL, «Semicerchio», ecc.). Dal novembre 2007 collabora al Master di II livello in traduzione postcoloniale dell’Università di Pisa, insegnando traduzione poetica, e seguendo i tirocini formativi. Insieme a Shaul Bassi ha pubblicato nel 2010 Gli studi postcoloniali. Un’introduzione, per i tipi de Le Lettere, Firenze. Negli ultimi anni si è dedicato, da freelance, alle attività di scouting letterario e di consulenza editoriale.

 

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