Presso il Centro Teatrale Umbro CESARE RONCONI / TEATRO VALDOCA dal 3 al 7 luglio 2019 hanno realizzato un laboratorio a partire da Il seme della tempesta

 

Contornati ed attraversati dal linguaggio, suoi fautori ed interpreti, rimaniamo ancora zittiti davanti al gran mistero della sua potenza. Nei tempi scuri della sua banalizzazione e mercificazione, quale potere risiede nella parola? Qual è l’alternativa alla parola prostituta? Come evocarla – con rispetto e devozione, come maneggiare questa bestia possente e mansueta allo stesso tempo?
Lo spettacolo del Teatro Valdoca Il seme della tempesta viene riproposto in sede di residenza in alcuni suoi frammenti mantenendo, però, l’integrità del suo scopo: la sacralità della parola.

 

 

Sofocle! Presente! Samuel
Beckett! Presente! Vladímir
Vladímirovič Majakóvskij!
Presente!

 

I corpi sono giovani, esili. In numero di venti circa corrono in cerchio, impiastrati d’argilla. Le mani sono tinte di rosso ed anche le gole, sulle palpebre segni scuri. L’inizio della restituzione è un rito di memoria e ringraziamento. Chiamando a gran voce i nomi di alcuni grandi uomini e grandi donne del teatro l’intento è propiziatorio e l’atmosfera è d’essere grati a Qualcuno per Qualcosa. Uno di loro dà un nome ed il coro tutto risponde. Pina Bausch, Carmelo Bene, Euripide e Artaud, Eduardo de Filippo.
Poi il cerchio si rompe, il momento muta, è sempre liquido, si uniscono e si alzano le voci. I canti dai toni forti ed il sentore tribale accompagnano la piccola processione d’interpreti e spettatori dallo spazio ampio e prospettico della valle ad un interno. Il suono dei corpi che si muovono al chiuso cambia, si fa più minuto, devoto. L’ambiente è di rispetto e silenzio. E’ qui che trova luogo il pianto funebre, il saluto dolce a chi se n’è andato piccolo ed innocente. Il corpo attoriale si raccoglie intorno ad un capezzale, porge delle ginestre al corpo disteso.

 

‘Ciao Samir, ciao Nasserdine, ciao Boumedienne ciao algerini,
arabi, srilankesi, indiani, cossovari ciao albanesi ciao, cinesi
ciao, polacche e ucraine ciao ragazze rotte ciao, ciao ragazze,
che ve ne state chiuse con vecchietta, ciao con nonna, con zia,
grazie e ciao ciao ragazze con fighe rotte, realistiche ragazze
macellate, ciao. Ciao Mustaffà, ciao Pamir, ciao Alì (…)’

 

Incede lentamente, con cadenza lamentosa, addolorata. E’ un addio, fermo nel suo eco di richiesta e di giustizia.
Ronconi è regista dagli anni Ottanta, dice: ‘L’arte è l’unico modo per cantare il mondo, amarlo ancora una volta’ La sua scena conosce una fortissima simbiosi con la parola poetica, circa la quale lui dice di una fede assoluta nel nulla. Perché nel nulla? ‘Perché la parola fede è accostata sempre a strutture religiose, non è quello ciò di cui parlo. La parola poetica è la parola verticale, s’alza su tutto, spacca le nuvole. Può essere la rivolta. E’ la mia fede assoluta nel nulla’
Il momento teatrale trova la sua conclusione nella forza. Nella rivendicazione impetuosa del vero. E’ invocata la rivolta, in una declinazione specifica e nuova. I corpi si abbassano a quattro zampe, fanno gruppo, la disposizione è quella d’un branco, con i musi volti verso un indefinito alto recitano con veemenza:

 

‘destare voglio / la rivolta delle mani il mio
poter fare qualche cosa fare bene voglio /
fare per bene / fare il mio fare quello che mi
tocca / il fare mio l’azione scritta/ nella mia
testa / nelle mie mani.

Spaccare voglio/ questa convinzione di concretezza la
dittatura dell’apparenza / della misura del vendere ed
acquistare/ dell’avere quell’agio superiore che ripete: è
tutto qui / cosa vai a cercare?’

 

R. pacato aggiunge: ‘Bisogna sentire quando c’è da fare e quando non c’è da fare nulla, non bisogna fare. Non bisogna fare sempre qualcosa.

Non c’è un sipario, gli attori si alzano ed a semicerchio ringraziano.

Il verso visionario, gremito di inversioni, spezzature, picchi in ascesa e violente ricadute di Mariangela Gualtieri si lascia dare corpo e voce dalla regia di Ronconi; sui monti del Centro Teatrale Umbro vive e rivive nei corpi, l’esperienza della parola incarnata. La parola poetica vissuta, sofferta, sudata, portata in scena. La parola verticale.

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Dal sito del Valdoca: qui

Le foto del laboratorio su Fb: qui

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