Laboratorio di Poesia, a cura di Alfonso Maria Petrosino, esce l’ultimo venerdì del mese su ‘Poesia del nostro tempo’. Vengono commentati i versi degli aspiranti poeti del Laboratorio online e scelta la poesia del mese.

Simone Ventura invia due brevi testi: il primo s’intitola L’ondina e parla appunto di una creatura (donna e/o fata) bella e minacciosa come solo le ondine della mitologia germanica sanno essere (“Terribile, vestita di luna, / gioielli di mare sulla pelle”), presentata più attraverso le sue azioni che per attributi (…”tu che sovrana comandi il sonno. / Ch’esalti la luce della notte / e pieghi l’anima come pioggia / la tempesta”): in assenza (in attesa) di uno sviluppo narrativo, non sarebbe male come descrizione di un personaggio su una carta di Magic. Il secondo, Coscienza, arieggia l’haiku: “So essere le nuvole a / fare e disfare il cielo. / Solo v’è la tortora a scandire / con la voce il tempo”. Con una dolce esitazione tra primo e secondo verso, senza la struttura metrica del genere e con un surplus di filosofia trascendentale.

Nelle poesie di Vernalda Di Tanna tornano alcune immagini con regolarità: occhi, pianto, cielo, anima e su tutti, ça va sans dire, amore. Un esempio: “respiro” torna in tre testi su cinque: 1) “… spericolata perfezione / conservo esplosa nel respiro / tuo, pianto / d’iridi accese e melanconiche”; 2) “…mi / cerco rappresa nel tuo / miele un’anima che mi / anneghi il respiro”; 3) “Quando manchi / è sgomento, e amoroso respiro”. Non mi pare un limite, però, quanto il sintomo (ma occorrono altri esami, altri pareri) di una bella e sana coerenza ossessiva. Più ancora che questo si nota un’enfasi sui pronomi di prima e seconda persona e i relativi aggettivi possessivi: è tutto un pullulare di “me” “in me” “a me” “mi” “mie” “mio” “io” e “tu” “tuo” “ti”, persino in punta di verso, qua e là, con insistenza. Anche per questo, valga quanto detto sopra: un vezzo applicato con metodo può diventare un carattere.

Come poesia del mese una poesia di Lorenzo Fava: gli enjambement sensati tra quarto e quinto verso e tra sesto e settimo; il “corpo posacenere”, variante interessante del memento di Genesi ed Ecclesiaste; tra il raggio che trapassa e il cuore (qui pulsante) della Terra, le tracce residue di Quasimodo.

Ecco quindi l’intuizione palese, immacolata,
detta i tempi alla falcata, ricuce la distanza,
non ha scontrino, non è un acquisto, si compara
al valore di un sorriso di chi gira
l’angolo. Mi ha trapassato come un raggio
senza spettro, come una fattura di un mondo
altro. Ormai mi è indispensabile come
ad un cieco il suo bastone, come il fiuto
ad un cane e l’orecchio ad un poeta.
Chissà se l’intuizione, superatomi, cercherà
altri fortunati bersagli, chissà se colpirà
schietta e senza preavviso altri cinici,
chissà chi le avrà detto di trovarmi, se un dio
di roccia o il cuore pulsante della Terra,
chissà se completato il tour de force,
stanca, chiederà il permesso di abitarmi
fra le braccia, dormiente, serena come un salice.
Magiche fatture di altri mondi, date
la pienezza ai fiori invece di sparare
a testa bassa sul mio corpo posacenere,
obiettivo casuale, forsennato paroliere
che canta quella luce fino al vomito.

Alfonso Maria Petrosino ha pubblicato tre libri di poesia, Autostrada del sole in un giorno di eclisse, Parole incrociate (Tracce, 2008) e Ostello della gioventù bruciata (Miraggi, 2015). La sua poesia, che descrive luoghi e situazioni in relazione a un paesaggio urbano e all’umanità che lo abita, si avvale di una metrica precisa e raffinata. La redazione di Poesia del nostro tempo ha scelto Alfonso Maria Petrosino per impersonare la figura del maestro, capace di leggere attentamente e suggerire soluzioni, anche ai neofiti della poesia, proprio per la sua capacità sia di aderire al “canone”, alla tradizione, che di frequentare i nuovi palcoscenici della poesia, dagli happening e performances al poetry slam, essendo stato campione indiscusso di queste scene per molti anni.

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