Laboratorio di Poesia, a cura di Alfonso Maria Petrosino, esce l’ultimo venerdì del mese su ‘Poesia del nostro tempo’. Vengono commentati i versi degli aspiranti poeti del Laboratorio online e scelta la poesia del mese.

 

La poesia A una straniera di Stefano Salvatore inviata due volte ma con due piccole differenze offre l’occasione per fare della variantistica. Ecco la prima versione:

 

I tuoi occhi
entrarono, cerulei,
chiedendo dov’eri.
Sembravano lumi
teste
del cuore della morte.
La voce, conturbata,
insieme al tuo corpo,

 

affiora…
straniera vagola;
però nessuno,
occhiglauca,
vuole in fondo vederti.

 

Ed ecco la seconda:

 

I tuoi occhi
entrarono, cerulei,
chiedendo dov’eri.
Sembravano lumi
teste
del cuore della morte.
La voce, conturbata,
insieme al suo corpo,
affiora…
straniera vagola;
però nessuno,
occhiglauca,
vuole in fondo capirti.

 

Ovvero un aggettivo possessivo (“suo” vs. “tuo” del verso 8) e la scelta di un verbo (“vederti” vs. “capirti” del verso 13) che come uno zoom riducono o aumentano la distanza tra il soggetto del ritratto e il soggetto che ritrae. A enfatizzare lo scarto anche gli aggettivi (“cerulei” e “conturbata”) staccati dopo le virgole e tra le virgole come isolati. Nella poesia Arbor vitae l’allegoria scoperta depotenzia un’immagine altrimenti eterna e quindi sempre funzionante (inizio: “Nel piccolo orto della casa solitaria, / non è rimasto che un arbusto solo…” fine: “Benché nessuno più ha cura di lui, / se raccoglieste i suoi frutti spenti / ritrovereste pieno dentro il succo, / ma più aspro che mai”), un endecasillabo baroccheggiante come “i rami torti, le ritorte foglie” e un aggettivo strapoetico come “aprici”, incastonato in cima di verso, anche qui tra due virgole.

 

Anche Loriana D’Ari si concentra su uno sguardo: “Hai occhi che tutto riflettono / tranne questa realtà  / mortale” e raggiunge i risultati migliori a mio avviso quando descrive il movimento di una pressione, sia il vento (“echi guaiti di vento / salmastro che frange al tocco”) che il sangue (“E t’incalza la svolta del sangue, / nelle nocche strette / nei pugni chiusi. Gonfia / le vene, distende / al torace una / caduta”) per scelte lessicali e taglio dei versi. La seguente poesia sembra un centone montaliano:

 

Canto il silenzio d’edera preghiera
spira dentata d’artiglio che affonda
sbalza la mappa, l’intaglio preciso
su questo corpo di scogliera franta
un ribollire ai bordi, una scampata
emorragia: tocca là dove brucia,
non chiarire, non dire.

 

Roberta Truscia mette una maschera al tempo, calcola percentuali esistenziali e illustra il potere evocativo di arance e arrosticini. Come poesia del mese scelto però il suo idillio veneziano, per tutti i vaporetti attesi perduti e presi, per Brodskij, per l’incrocio tra astrattismo geometrico e vedutismo, per il chiasmo della chiusa.

 

GEOMETRIE
Sulla piattaforma che ricopre il canale
in cangiante pendenza,
seduta su una panca
che offre un supporto
per una struttura organica oggi stanca,
posso contare i minuti
che separano l’arrivo di un vaporetto
dall’arrivo dell’altro:
venti minuti, a volte dieci.
Mi passano davanti umani che
contano i tre minuti mancanti
all’arrivo del Loro vaporetto,
conoscono perfettamente il preciso punto
in cui li porterà.
“Un minuto”, dice il nipote al nonno,
un pò impaziente il primo,
mentre il secondo poi sale, ma senza fretta.
Potenzialmente, potrei salire
su ogni barca che si ferma:
dovrei fare circa cinque passi e
quel saltino breve, fondamentale,
per imbarcarmi anch’io.
Mi domando cosa mi offrirebbe
un qualsiasi vaporetto:
io lo vedo, mi offre la possibilità
di scendere alla fermata dopo
o di scendere al capolinea,
che sono entrambi,
fermata e capolinea,
modi di arrivare lì e non là;
mi offre il percorso da A a B,
cioè un punto di partenza
ed una destinazione precisa,
con un nome che è quello e non un altro.
Mi offre, in sostanza, linee e punti,
definiti.
Nel frattempo,
il vaporetto ha avuto il tempo
di chiudere le sbarre:
è ripartito a lieve velocità,
verso un lì che non è qua.
Ma qua, nel vuoto
del vaporetto ingombrante,
che vista appagante
l’acqua del canale:
luci incerte,
indefinite onde.

 

Alfonso Maria Petrosino ha pubblicato tre libri di poesia, Autostrada del sole in un giorno di eclisse, Parole incrociate (Tracce, 2008) e Ostello della gioventù bruciata (Miraggi, 2015). La sua poesia, che descrive luoghi e situazioni in relazione a un paesaggio urbano e all’umanità che lo abita, si avvale di una metrica precisa e raffinata. La redazione di Poesia del nostro tempo ha scelto Alfonso Maria Petrosino per impersonare la figura del maestro, capace di leggere attentamente e suggerire soluzioni, anche ai neofiti della poesia, proprio per la sua capacità sia di aderire al “canone”, alla tradizione, che di frequentare i nuovi palcoscenici della poesia, dagli happening e performances al poetry slam, essendo stato campione indiscusso di queste scene per molti anni.

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