La raccolta di poesie Preîma d’el sul a monto (Prima del tramonto, EDIT, Fiume 2011) raccoglie l’intera produzione poetica – edita e inedita – di Libero Benussi. Nato a Rovigno nel 1946 e laureato in Biochimica presso l’ateneo di Zagabria, insegna chimica alla SIMI del suo paese natale dove si occupa con passione della salvaguardia del dialetto rovignese. Salvaguardare il dialetto, per Benussi, significa anche e soprattutto non far perdere nell’oblio la cultura popolare del passato, sia essa canti popolari, usi e costumi, attrezzi di lavori che oramai non si svolgono più, racconti della cultura orale. Tutto ciò che si rivolge al passato merita di riaffiorare tramite la parola poetica, fatta di analogie e metafore.
L’epigrafe al testo è già una dichiarazione di poetica: «sta faviela ca sà da garùmo ca sà da tiera sudada e da ràiule in fiur: inpuseîbile daòmantagàla» («questa favella che sa di salmastro che sa di terra sudata e di salsapariglie fiorite impossibile dimenticarla»). Si tratta di poesia di sensi, di odori, profumi, colori, sapori e suoni che – come madeleines proustiane – riportano alla memoria emotiva, alle ‘intermittenze del cuore’ non del singolo, sia chiaro, ma di una comunità che sembra non esistere più, di un luogo di sfollati, di esiliati, dove i pochi rimasti sono essi stessi stranieri in una terra stanca, dissanguata, abbandonata (Dasteîn, Destino).
In Marteîni (Giovani gabbiani) c’è, incisiva, la prima invocazione al lettore: “osservate”, esorta il poeta, ciò che diventerà parola poetica. Cita poeti di Rovigno e ciò a sottolineare l’importanza della parola come ponte che unisce le persone e le generazioni (delle quali i gabbiani sono la metafora) nell’atto di raccontare la Grande Storia che è fatta di cose naturali, vitali, come il volare sicuri e il parlare.
In A Biàgio (ossia Biagio Marin) Benussi utilizza il gabbiano (figura cara anche al poeta gradese) come simbolo della parola poetica che si fa ponte verso il passato e verso il futuro, sorvolando un presente annacquato dove la parola non è più autentica, ossia non sa più raccontare la grande storia; e i poeti, pochi e depositari di quel mondo autentico, non tacciono, però piangono o dialogano con chi non c’è più. Il poeta ha il compito fondamentale di insegnare a ‘sentire’, ma per ‘sentire’ bisogna capire la lingua e la storia, trovare brace vitale sotto la cenere. Invece tutto viene appiattito a cibo per turisti. La parola è anche ricordo per far sopravvivere un tempo passato che sembra agonizzare nel presente. D’altro canto il tempo odierno ha una sua metafora nelle inferriate (Cariera, Carriera), ossia la solitudine dell’incomunicabilità. Il passato è una lacrima (dunque un sentire vivo e vitale) ma muta, perché pochi capiscono le parole di quella terra, di quel mondo che sta svanendo. Il poeta ha il dono della ‘favella’, della parola che possiede già tutto il mondo e che sola sa raccontarlo. Purtroppo, però, quel mondo ha il suo luogo nel passato e pur essendo un passato importante e imponente, sta morendo come le porte di Rovigno si stanno ingiallendo d’autunno (Le puorte da Rouveîgno, Le porte di Rovigno).
In Sant’Ufièmia A.D. MM, Benussi si rivolge al lettore per la seconda volta. C’è tanta storia da raccontare ma la parola del poeta si ferma all’inizio mitologico, quasi mitopoietico, alla perfezione di quell’attimo in cui tutto ha inizio e prima che questo mondo tramonti del tutto, sarebbe bello (quasi utopistico) riavvicinarsi all’Ovest, a Chioggia, e ‘parlare’ quella lingua che un tempo vedeva quelle terre vicine come un’unica famiglia. Di quel tempo rimane solo il pianto dei vecchi comignoli, poi non sarà più nemmeno quello. La terra si frantuma in nuovi confini e anche la lingua muore in quanto non rappresenta più la realtà mutata.
La poesia di Benussi è illusione che la morte si possa sconfiggere con la parola poetica, con l’universale spinta d’amore che sprona il poeta all’atto creativo, lo scontro mitico tra Eros e Thanatos dove il primo – divenuto canto per mano del poeta – vince la seconda in quanto supera la storia individuale. Il tema della vita-parola poetica che si contrappone al silenzio mortifero è ben delineato nella presenza di colori, terra, profumo, sangue. Sono presenti i sensi tutti, a cantare una poesia panica che si vuole contrapporre al silenzio mortifero e rarefatto.
La poesia di Benussi non è l’atto solipsistico in cui si rinchiudono spesso i poeti, una poesia lenitiva della sofferenza individuale data dalla convinzione di non essere compresi dal mondo esterno: essa è piuttosto giuntura, ponte di immagini e parole per unire il poeta agli altri esseri umani. Il poeta è il musico della vita, è il creatore di canto a contrapporsi al silenzio della morte, è l’ideatore del tempo dell’amore che dà la vita. E il tempo è ben presente in questa raccolta, quasi a sottolineare lo scorrere incessante della vita che non è più solo tempo individuale ma naturale, ciclico, universale.

 

da Àqua da veîta («La battana», 133, 1999)

 

A Biàgio

Sa ti ma suviegni,
Biàgio,
teîo e quil ciapo grando
ca nisoûn ʃì squʃi pioûn
e ca, cineîni,
i nda vide brancà
a dascuri da li nostre faviele insanbrade!
Sièculi da ustrai,
sièculi da canti,
sièculi da livantiere;
e anca da fan.
Nu ma fà da deî riʃeîe s’i deîgo
ch’el càndido de i tuovi cavìi
e ch’el bianco d’el tuovo “corcàl”
uò fato ʃbulà
anca ’l nostro cucal,
quil da Leîgio,
quil da ʃoûsto
e quil da nui doûti
da quista granda famìa sparnisada.
Sparansa nda viva dà la tuova vuʃita s’cita.
Ma quisto duman d’ancui,
invise da cavàghe ’l maragoûʃ,
invaneî l’uò fato li nostre faviele!
Bavanda, ʃarman graviʃan,
bavanda intanparada cun àqua
vignoûda d’in ca ʃa d’el diavo.
Ma, fuorsi,
el tuovo “corcàl” d’in alto el vido
sti puochi samieri da stu master ramiso
ca i nu pol tàʃi!
Làgrame in bianco, sa nu ga riesta altro,
e favalà cui cameîni dastudadi e
inpalpà la siènara sparnisada
par sinteîghe l’udur,
uduri ca quista stagion vol dastrigà
par sempro!

A Biagio – Se mi sovvieni, / Biagio, / tu e quella schiera / che non c’è quasi più / e che ancora acerbi / ci avete indotto a discorrere delle nostre favelle intrecciate! / Secoli di australi, / secoli di canti, / secoli di forti venti di levante ;/ e anche di fame. / Non mi sembra un’eresia se dico / che il candido dei tuoi capelli / e il bianco del tuo gabbiano / hanno fatto volare / pure il nostro di gabbiano, / quello di Ligio, / quello di Giusto / e quello di noi tutti / di questa grande famiglia disseminata. / Speranza ci dette la tua voce schietta, / ma questo domani diventato oggi, / invece di lenirne l’amaro, / avvizzire ha fatto le nostre favelle! / Vino annacquato, cugino gradese, / annacquato con acqua / venuta da chissà dove. / Ma, forse, / il tuo gabbiano d’in alto ravvisa / questi pochi somari dal mestiere dismesso / che non sanno tacere! / Lacrime insipide, se non rimane altro, / e dialogare coi comignoli spenti, / palparne la cenere dispersa / per sentirne almeno l’odore, / odori che questa stagione vuole annientare / per sempre!

 

da Ancui marteîni, duman cucai (AOP, 1995)

Ruveîgno

El ʃì biel,
gruote bianche,
sul ca broûʃa e mar lanbastro.
Ma drento, Ruveîgno el ʃì tieragreîga
d’el Boûʃ de la Baluota,
el ʃì oûna Mareîna piena da guoghe,
da pisuchi, da s’ceînche, buòsuli e tondi;
el ʃì s’ciponi rabiuʃi d’el Boûʃ d’i Fulpi,
e balene in Purtisol, turno la Casiela, 11
a la Baluota o là d’el Fuleîn;
e el ʃì siruochi bianchi pieni da prufoûmo da mangreîʃ
o da prufoûmo da mel d’i varni infiureîdi
o da quil d’el santuònico d’el scùio da Vistro,
ca’l nu ʃì cume ’l santuònico da Saleîne;
e ride soû’ li cavariade
e pascaduri ca consa cantando qualco viècia canson,
sensa sabagà intul caleîgo;
e travaʃi pieni da riʃuòlio
cun cari ca sa ranpaghìa soûn par Muntalban.
El ʃì muriedi dreîo d’oûna bàla da calsa
e udur da marinoûn incastrà intui purtoni;
cun li viècie da Dreîocastièl, soû’ la scalita da pera,
ca li ʃoga la tònbula
e cun bitinade ca paricìa ste albe culur d’i prasiepi.
ʃuta la siènara tanto buleîstro
ma da fora: sul ca broûʃa, gruote bianche
e mar lanbastro!
Diʃgnà p’i furiesti!

Rovigno – È un bel paese, / sasso bianco, / sole cocente e mare limpido. / Ma Rovigno, dentro, è l’argilla / dell’antro della “Baluòta” 12, / lo spiazzo di “Mareîna” piena di buche per il gioco delle biglie, / di tracciati per i giochi salterini, di giochi con le monetine, di biglie e di cerchi; / è spruzzi infuriati del “Buco dei Folpi”, / è rincorrersi a nuoto in “Purtisol”, attorno alla “Casiela”, / alla “Baluota” o là del “Fuleîn”; / è pure l’australe del bel tempo, pregno del profumo dell’alicriso / o dell’odore mellifluo degli orni fioriti / o di quello dell’artemisia dolce dello scoglio di Vestre / che non è come quella di Saline; / e reti sulle capriate / e pescatori che canticchiano qualche vecchia canzone, / senza dover indugiare con lo scandaglio nella nebbia; / e travasi pieni di nettare / con carri che arrancano fin su per Montalbano. / Rovigno è pure ragazzi intenti a giocare con una palla di calza / e profumo di mare intriso nei portoni; / le vecchie di Dietrocastello, sulla scaletta di pietra / che giocano alla tombola / e “bitinade” che arredano questi tramonti dal colore dei Presepi. / Sotto la cenere c’è tanta brace / ma dall’esterno: sole cocente, sasso bianco / e mare limpido! / Desinare per turisti!

 

Li puorte da Ruveîgno

(1998)

Siete puorte in anteîco
viva Ruveîgno,
siete cume Tièbe e siete cume Ruma.

La preîma, quila d’el Ponto,
la gira ubligata
par cheî ca d’el scùio in tiera ʃiva

e par cheî ca d’in tiera riviva,
dasculsi o malandadi,
“LO REPOSSO DEI DESERTI” i cativa.

Vier livante dui nda gira,
quila in Maldabora,
ca nama ’l paso g’uò rastà,

e quila da la Pascareîa Viècia,
Arco da i Balbi, ʃì davantada,
mustrando vierta la Vituòria d’el Lion.

In tramuntana, li scalite
in quila da Dreîocastièl li maniva,
par ʃeî in San Tuman d’el vento,

e, baʃade d’el sul in uòstro,
tri ancura li fà muostra:
ʃutamoûr la preîma,

ca da sièculi in quadrato la nda vàrda,
daspuoi San Banadito, la pioûn viècia,
ca d’el Mul Grando, par la scala,

feîn ʃuta i Vuolti la ta ciàma;
oûltima Santa Cruʃ,
intrincada soû’ l’Arno de la Santa,

la leîca el salmeîtro d’i runpenti,
cul stiema da Ruveîgno
ca ben ga cunpareîso in fronto.

E moûre gruose e ture e castai
doût’inturno l’inbraghiva,
par salvà stu puòpulo da batane,

frustà e da bora e da garbeîn.
Ma ’l ʃalo uramai uò ciapà la fòia
e puoco fià el g’uò lasà.

Le porte di Rovigno – Sette porte in antico / aveva Rovigno, / sette come Tebe e sette come Roma. // Quella del Ponte, la prima, / era obbligata / per chi dallo scoglio andava sulla terraferma // o per coloro che dalla terraferma arrivavano / scalzi o malandati; / “LO REPOSSO DEI DESERTI” trovavano. // Verso levante due, / quella di Valdibora, / della quale rimane la calle e il passo, // e quella della Pescheria Vecchia, / che Arco dei Balbi è diventata, / palesando aperta la Vittoria del Leone. // Verso tramontana, la scalinata portava a quella di Dietrocastello, / per andare in San Tommaso del vento // e, baciate dal sole a sud, / tre fan ancora bella mostra: / Sottomuro la prima, // che da secoli ci guarda dalla sua architrave quadrata, / poi San Benedetto, la più antica, / che dal Molo Grande, per la scala // fin sotto i portici t’invita / e ultima Santa Croce, / impettita quasi sull’Antro della Santa, // imperlata di salmastro delle mareggiate, / con lo stemma in fronte. // E a far corona tutt’intorno una spessa muraglia, torrioni e castelli, / per salvare questo popolo di battane, // frustato dalla bora e dal libeccio. / Ma il giallo ha già tinto le foglie / e poca vita ancora lor lascia.

 

Libero Benussi (Rovigno, 1946) ha frequentato la scuola elementare e il liceo italiani nel paese natale. Laureatosi in biochimica, insegna chimica presso la scuola media superiore di Rovigno.
Saggista e poeta, i suoi versi editi e inediti sono stati raccolti in Preîma d’el sul a monto (EDIT, Fiume 2011). La sua ricerca è mirata al recupero della terminologia dialettale relativa anche alle tradizioni della sua terra. Per riferimenti più ampi sulla sua biografia si segnalano La poesia dialettale dalmata a cura di Bruno Rosada e Tullio Vallery (Alcione, Venezia 2006) e Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento a cura di Nelida Milani e Roberto Dobran (EDIT, 2010).

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