A metà strada tra l’attrazione e la paura, in Mandato a memoria (Interlinea 2019) di Stefano Pini l’inverno, con ogni sua manifestazione metereologica o sentimentale, rappresenta un tempo ambiguo, luogo di un passato scomparso tra le strade di una città o, al contrario, condizione presente che spinge a guardare verso un’infanzia vivacissima e muta. Quasi volesse mostrarne il contenuto dietro un vetro ghiacciato di protezione, l’autore affila la distanza tra il presente e il passato acuminandone i contorni, creando un baratro non praticabile, neppure con i mezzi del linguaggio.

Un’impraticabilità della parola che impone, perentorio, un monito al silenzio. In questi testi si tace continuamente qualcosa, quasi non si volesse correre il rischio di rivelare un segreto. Le parole vengono piuttosto sotterrate nella mente che effettivamente dette. Questo impedimento della voce si ritrova soprattutto in quelle poesie che hanno per titolo nomi di strade reali, probabilmente frequentate a lungo da chi scrive o comunque per qualche ragione familiari. La presenza delle città contribuisce a generare stacchi temporali dovuti alla continuità dei luoghi contro il passare necessario degli uomini e degli eventi. La condizione attuale del soggetto, infatti, è quella di chi non può più esistere senza memoria, se quello che manca alle immagini cristallizzate, eppure in moto perpetuo, dell’infanzia è proprio il peso di ciò che è stato prima di noi.

Sebbene recuperi frammenti in cui l’infanzia è sempre quell’attimo di totale inconsapevolezza vitale, e però inquietante, di assenza dalla storia, nella seconda sezione del libro si prova a pronunciare parola, a ricordare situazioni e persone con una maggiore volontà evocativa. È il caso di Paolo, immobilizzato in una delicatissima metamorfosi di ghiaccio che forse dà vita ai versi migliori dell’intera raccolta.

Le cinque sezioni, poi, funzionano sia nell’ordine scelto che isolate le une dalle altre (Pini aveva già pubblicato la prima sezione sul Tredicesimo quaderno italiano nel 2017), ma di certo solo alcune tra queste restituiscono piena unità alla raccolta. È però grazie allo stile riconoscibile e uniforme dell’autore che anche queste ultime riescono a reggersi all’interno dell’insieme e a non oltrepassare la linea di tenuta complessiva.

 

Milano, via Ippocrate

 

Dove tagliano i prati
accadevano seconde e terze vite,
orbite scese da altezze sterminate.
«Lì correvano i matti»
ma non è questa la storia sotto gli archi
del nosocomio, ora non è l’ora dei tabulati.
Il verde è alto dov’era la fossa delle preghiere.
Non è oggi che cadremo al confine:
abbiamo siglato una tregua, il permesso
per le stagioni e un sabato.
Stesi qui si preme l’erba,
ogni corsa dovrebbe essere muta
tra i rami, non eludere, non sapere.

 

Milano, via Conchetta

«Non parlare»
ci riconosceremo nel tracciato
di questi canali
il riverbero dei tetti nelle increspature.
Nell’inverno da fare
la stagione trattiene un calore
agli angoli dei mercati, nei sottopassi:
«Non chiamare»
la storia è già data, la città piega in silenzio.

 

Da Nomi

Nelle fotografie si vedono i palmi
rossi di neve, sulle dita dell’inverno
quando non c’era la pagina
al centro dei pomeriggi, la lingua immobile
all’ingresso della scuola, le ginocchia graffiate.
Sul bavero del cappotto di Paolo cresceva
una grammatica di cristallo, la tosse faceva tremare
verità liquide a bruciapelo.

 

Stefano Pini è nato nel 1983 a Treviglio. Ha pubblicato la silloge Sentimentale Junged in Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, Milano, 2017), Anatomia della fame (La Vita Felice, Milano, 2012) e Mandato a memoria (Interlinea 2019). Dal 2007 al 2017 è stato condirettore di Trevigliopoesia – Festival di poesia e videopoesia.

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