Fin dai primi versi de L’immagine accanto di Jacopo Curi (Arcipelago Itaca 2019), comprendiamo che questo libro è testimonianza concreta con cui «la testa s’infila nelle maglie mondo» in modo da farci toccare «l’ingombro del silenzio / una sensazione di fischio continuo» che contorna la realtà dispiegata dinanzi al nostro sguardo. Viene modellato con parole un plastico del labirinto in cui vaghiamo quotidianamente, senza scoperchiare l’intrico dall’alto ma mostrandocene brani e stralci, facendoci affacciare alle continue svolte dietro cui non sappiamo cosa ci aspetta. Le curve che la voce poetante affronta sono quelle di un farsi vivo e integrato nell’esistere, attraverso il perenne movimento del trapasso della realtà, delle metamorfosi interne ed esterne al corpo della storia: in questa inesausta cronaca traspare in controluce il continuo corpo a corpo con l’alterità del sé, la parte speculare di noi che ci guarda vivere, che riflette e giudica.
Il tempo e lo spazio sembrano esistere, quindi, ma il loro piano di manifestazione si flette all’analisi, al ripensamento che solidifica nell’unico strumento di cui possiamo giovarci, «il coagulo di fonemi sepolti sotto / il pasto consumistico delle parole». Ogni momento si sfalda e poi ricompone come se ci venisse data una seconda opzione, su cui peraltro non abbiamo il permesso di porre la nostra approvazione. Questa prospettiva alternativa, Curi la rappresenta come resilienza, come capacità di ripetere l’acrobazia di vivere («il tuorlo del sole all’alba / ci sorprende e ci avvolge / in una sindone di luce / reliquie di tempo che indietreggia / poi un colpo di spugna / e ci ritroviamo immersi / nei vapori della nostra / ridicola riservatezza»), e, in questo inesausto tentativo si dipana il cammino del poeta, quel celiniano viaggio attraverso la notte a cui si riferisce Curi in un exergo incipitario all’opera, tanto immaginario quanto costituito da immagini, quelle su cui posare dita e sguardi, da impugnare con tenacia per non lasciarci sfuggire il senso.
D’altro canto, in questa direzione, sono tanti e circostanziati gli agganci ad un’esperienza di lettura precisa e meditatamente indirizzata, con nomi che punteggiano una mappa ragionata del patrimonio intellettuale. Questa costellazione di sicurezza trova la sua salda specularità nella dedica delle cinque sezioni della silloge ad altrettanti punti fermi della Bildung di Curi: dalla cifra stilistica preziosa di Mark Strand e del marchigiano Pagnanelli (un nome che aleggia imprescindibile sopra i versi, ravvisabile in filigrana in ogni parola), alla scrittura di giganti come Camus e Pessoa, fino ad arrivare al modello principale di creazione poetica, e cioè quel Milo De Angelis, la cui versificazione vibrante di cristallina complessità rappresenta un traguardo a cui puntare con l’umiltà e la laboriosità inesausta che contraddistingue l’opera di Curi.
Da questa cura scaturisce un registro linguistico raffinato, colto e curato: la parola come un bonsai che viene condotto, con paziente ma anche ostinata attività di potatura, a mutare di forma e valenza, pur di riprodurre precisamente il soggetto verbale che incarna. Il ritmo de L’immagine accanto ha una sua peculiare personalità, che scandisce con accuratezza la fioritura dei versi l’uno dall’altro, come in una sorta di scaturigine continua dalla sorgente del pensiero, del ritorno a marcia indietro sui passi già fatti, con un processo che l’autore stesso descrive come un «vedersi vivere», ma non con malinconia o disperazione della perdita, bensì con l’intento di aprire il «doppio fondo» delle cose e attingervi le immagini che resteranno tracciate sul foglio.
Fino all’ultima pagina, quindi, quello di Jacopo Curi è un libro da toccare per sentirne la pulsazione, entrandovi come in una casa aperta al lettore, dove riconoscere le voci, le istantanee scattate e rimaste appese alle pareti, intravedere la storia e, magari, «approssimarsi alle radice dell’essere».

 

da L’immagine accanto (Arcipelago Itaca 2019)

 

SETTEMBRE

I.

L’impalcatura regge
ma finite le attese
crolleranno i nervi
e sui vetri si vedrà
il fiato condensare.

II.

Ci sarà modo di riprodurre
l’estate rimossa scavalcando
questo con quello e l’altro ancora,
di smemorarsi definitivamente.

III.

Ora si cerca di mettere a fuoco
per ritrattare, ma manca solo
una manciata di minuti.
Suona la sveglia e l’autobus
percorre già il viale.

«Per favore, aspetta ancora un po’».
«Svegliati, o farai tardi».

IV.

La sera gli arredamenti
riprendono l’interrogatorio
in un’infermità di presagio
e bisogna trattenere forte
la pressione del sangue.

 

* * *

 

Scegliere un attimo
anziché un altro
quasi sempre sbagliato.
C’è qualcosa che manca
che non c’è ancora
che per anni
non è stato detto
o è stato detto male
e non si è avverato
ma forse è solo
la solita apertura sul nulla.
Intanto quanta luce è entrata
le distanze si sono smisurate
e l’istantanea è uscita mossa.

 

* * *

 

Stacco il battesimo dalla fronte
ritorno fra le gambe di mia madre
dentro alle palle di mio padre
nel grumo della loro decisione
quando apparì così chiara e distinta
senza conoscere l’atomo dove tutti
eravamo assenti, fino al giorno in cui
tutto intorno fummo posti al centro.

 

* * *

 

Quando da tutte le direzioni
sottrarrà spazio l’altra dimensione
avverrà la trasfusione inversa
e sarà di nuovo lo scambio dei corpi,
un cercarsi inutile nel vuoto.

 

Jacopo Curi è nato nel 1990 e vive in provincia di Macerata dove è docente di lettere. Collabora con le associazioni “Versante” (anche come giurato del Premio “Poesia Onesta”) e “Umanieventi”, e si occupa di critica letteraria nelle redazioni di «Poesia del nostro tempo» e «Nuova Ciminiera». Ha pubblicato una silloge dialettale in Lingua lengua. Poeti in dialetto e in italiano (Italic Pequod 2017) e con F. M. Serpilli ha curato Poeti neodialettali marchigiani (Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche 2018). Del 2019 è la sua raccolta d’esordio L’immagine accanto, edita da Arcipelago itaca. Suoi testi sono apparsi anche su «Il foglio clandestino», «Arcipelago itaca blo-mag», «Atelier», «Inverso», «Yawp» e sono stati inseriti nell’antologia Abitare la parola. Poeti nati negli Anni Novanta (Ladolfi 2019) di E. Rimolo e G. Ibello.

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