Negli ultimi anni (come peraltro viene opportunamente indicato nella nota introduttiva a cura di Luigi Cannillo) si è reso ancora più importante e necessario ribadire un certo aspetto di memoria ed esperienza storica, soprattutto da parte della letteratura del nostro Paese. Si voglia per certe forme di negazionismo, per la contingente ed anagrafica, ormai, progressiva sparizione di testimonianze, rimozioni forzate o una velocità del tempo fattasi sempre più inoppugnabile, certo: i motivi possono essere molti. In questo tutto ciò è particolarmente sintomatico: Iacovella, professore di economia in una scuola superiore del Sud Milanese ed attento appassionato degli ambiti (anche più reconditi) del neoliberismo imperante, decide di recuperare la storia della sua terra d’Abruzzi, in particolare quella legata alla Seconda Guerra Mondiale. Tratto da una sezione già apparsa in una raccolta del poeta, Latitudini delle Braccia (De-comporre 2013), e rimpolpato di qualche inedito, La Linea Gustav prova non solo a riesumare vecchi reperti di quella che fu una situazione di divisione vera e propria di Italia (ad opera dei Tedeschi, tra il ’43 e il ’44, per ritardare l’avanzata degli Alleati) ma anche e soprattutto di ricordo convissuto, nella sua accezione riflessiva più presente, del tempo e dell’uomo che è emerso da quello scavo di terra e inchiostro. Come, dunque, questo panorama che aleggia ancora nella memoria dell’allora bambino Iacovella riesce ad essere exemplum o motivo di riflessione per quello che si è divenuti oggi? Scostando certa retorica più consueta e rifacendosi a voci, lettere, nomi propri e -naturalmente- esempi di vissuto, il poeta restituisce intimamente una vicenda storica, capace di essere rievocata nei suoi tratti umani, più che storici, intimi, più che solo territoriali, pacati, più che roboanti. Un territorio tracciato con l’inchiostro, sia storico che temporale, con cui oggi -da uomini- poter ancora fare i conti. “Sul paese come un’ombra la linea Gustav / tracciato d’inchiostro sulle rovine / il confine tra chi si butta a terra / prima o dopo lo sparo

 

da La Linea Gustav (Il Leggio 2019)

Per non dimenticare i nomi
ogni dito che conta è fuori posto, non tiene il computo,
la somma che invece si fa con la voce è rotta
e per questo c’è sempre l’assenza di un volto
a discolpare il pianto

 

*

 

Vorrei cambiare nome agli inverni
tenendo più stretto il ricordo del freddo
il gelo nelle dita dei soldati

Veder sparare ancora i tedeschi
a denti serrati dall’alto del muraglione
con occhi che spezzano a vivo
la coda inerme degli sfollati

E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri,
le madri come rifugi per sagome minute
(tra il seno e la spalla, insenature
come porti per piccole teste
spaurite nella burrasca)

Sul paese come un’ombra la linea Gustav,
tracciato d’inchiostro sulle rovine,
il confine tra chi si butta a terra
prima o dopo lo sparo

 

*

 

La poesia non può cambiare l’ordine
del dolore

Quella polvere non si poserà altrove,
piuttosto ricuce addosso la presenza
delle lapidi, insinuando al funambolo
che osa lo sguardo oltre la corda
che sovrasta le proprie rovine

Cercare ricordi, tra i muri anneriti
e le case abbandonate, noi tra le notti ancorate
con le unghie che vanno a fondo
ai bordi del materasso, avessimo visto i volti,
le madri tra i vuoti delle stanze,
avremmo un taglio più vistoso al collo
e come parole un filo di voce

Per questo lanciamo solo segnali di fumo
da posti sicuri e abbandonati

e se apriamo nascondigli
nutriamo un vuoto di formaldeide,
un lascito di brace che toglie il respiro

Lasciamo tepore, ma con parole di cenere
dopo ogni bivacco

 

*

 

Dissero che fu la giornata storta del cecchino,
il freddo a cristallizzare l’occhio che mirava,
eppure la testa di Maria era un’orbita
destinata alla rotta del proiettile,
l’orma di un volto già
disegnata nel fango

(Il dubbio di una traiettoria
nel trovarsi di fronte al corpo:
puntare dentro, fermarsi all’osso
oppure schivare per lo sterrato)

Quando il sibilo rasentò la carne
la ragazza cedette sulle ginocchia
come fosse già in preghiera
corpo cavo per accogliere miracoli…

Tenève l’età tè, quand’à scuppiat la guerre
mi disse un giorno mio padre
so raccòte zijete da’nterre,
ca avè viste la morte’nfacce:
nu culp javé passate a du dete da lu colle
j’avè fatte sole nu busce a la sciarpe(*)

(*) Avevo la tua età quando scoppiò la guerra / mi disse un giorno mio padre / ho raccolto tua zia da terra / che aveva la morte negli occhi: / una pallottola le era passata a due dita / dal collo, le fece solo un foro sulla sciarpa

 

*

 

Gli anni nascosti dietro la collina
ritrovati all’apice di un giorno:
adesso siamo il recinto di un giardino
dove nitido si scorge il filo spinato
A stringere questi nodi di memoria

è come mostrare il petto al nemico,
volersi ferire, rovesciando colori a terra,
far finta che non siano solo sangue

Con mani legate siamo in attesa
che si assesti di nuovo, colpo su colpo,
il battito sulla raffica

Del cuore rimane un proiettile irrisolto,
una traccia murale sfarinata.

Mentre la bocca è contro il muro
con la lingua si scioglie un sapore
di sabbia e calce viva che sa ancora
dell’attesa breve dei fucilati

 

*

 

Con l’alito delle bestie e il tepore
della paura, la guerra respira ancora
in quel ricovero, non si è spostata
di un giorno da quelle catene,
le mani chiuse dal freddo,
i muri ceduti delle case

Per questo tornerò a leccare la parte
vuota del bicchiere, unico superstite
di un tempo rovesciato sul tavolo,
che saprà di quel vino che macchia a fondo
e mostra il rosso dall’interno della giacca

Riconosco ancora i ganci del soffitto:
erano sempre stati lì per seccare la carne
o le altre cose buone da mangiare

Ma tu chiami
come se non ci fosse voce ad avvicinarsi,
fai poggiare un passo in più nel vuoto
sino a toccarmi

Rimango solo ad ascoltarti
e si chiude il cerchio attorno al buio:

la parte ruvida della corda che ti veste

mi sfiora, e ti sento quasi cadere dal soffitto

prima del silenzio definitivo

monocorde del cappio

 

Nino Iacovella è nato a Guardiagrele nel ’68. Ha una formazione socio-economica. Ha riesordito in poesia con Latitudini delle braccia (deComporre 2013). Del 2015 è la plaquette con i primi testi de La parte arida della pianura (Edizioni culturaglobale 2015). Ha curato insieme a Sebastiano Aglieco e Luigi Cannillo l’antologia Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015) (Ed. CFR 2016). È tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion, un atto di poesia. Vive e lavora a Milano. La Linea Gustav (Il Leggio 2019) è il suo ultimo lavoro in versi.

 

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