Karoline Borelli è nata e vive a Genova, di origine danese e dell’estremo Ponente ligure scrive haiku e poesie da molti anni. Alcuni suoi scritti compaiono nell’antologia Genova canta il tuo canto (ZONA 2015); nel libretto celebrativo della mostra Artrè Gallery Versi in visione (2015); in Genoese Hours: Le ore genovesi di Henry James (2017). All’attivo ha collaborazioni con l’associazione di Promozione sociale Genova Voci e con il Festival Internazionale di Poesia di Genova.

Alcuni suoi componimenti sono presenti in riviste nazionali e internazionali: Le Lumachine, Harusame, Memorie di una Geisha, Incense Dreams (CNK), Haikuniverse, Haiku Column, The Mainichi, NHK e molti altri.

Nel 2018 pubblica Il Nido Vuoto e nel 2019 esce la sua seconda silloge Sogno Lucido (ZONA Contemporanea).

Ciò che colpisce e che balza subito all’occhio dal confronto delle due sillogi della haijin Karoline Borrelli è il costante e continuo cammino di crescita, al contempo personale e poetico, che l’Autrice pone in essere e che incarna perfettamente la via del fūryū indicata dai grandi Maestri di haiku. Infatti ne Il nido vuoto (2017), la sua prima silloge di componimenti haiku, risalta la maggiore aderenza dell’Autrice ai canoni propri del genere poetico dello haiku: il metro è strettamente rispettato, i componimenti sono strutturati nei tre versi canonici, così come, quasi sempre, ritroviamo il riferimento stagionale (kigo) nelle sue poesie:

filo spinato –

non resta che sognare

ciliegi in fiore

Sono componimenti che pullulano di realismo, facendo traspirare tutto quel viscerale legame che l’Autrice ha intrecciato con la propria città: Genova. Tale realismo, dicevamo, si risolve in componimenti pregni di shasei, una particolare modalità compositiva, elaborata dal Maestro Masaoka Shiki (1867 – 1902), che consiste nel ritrarre la vita così come appare agli occhi dello scrittore di haiku. Uno haiku composto con questa modalità è come il tentativo di voler dipingere, attraverso le parole, una scena ordinaria con un particolare significativo:

quando la luna

si riempie di bianco

il mondo tace

In questa sua prima raccolta poetica, la Borrelli sembra, quindi, più vicina alla prima delle tre fasi che caratterizzano il processo dello ShuHaRi: tale concetto, derivato dalle arti marziali giapponesi, prevede, appunto, questi tre gradi prima di padroneggiare pienamente un’arte. Nella prima, Shu, si impara la regola sperimentandola innumerevoli volte. In questo caso particolare ci riferiamo al rispetto di tutti i crismi che deve possedere un buon haiku, cosa che l’Autrice dà perfettamente prova di aver acquisito e assorbito. Nella seconda fase, Ha, troviamo il discostamento dalla regola: in questo caso specifico troviamo un allontanamento dai canoni propri dello haiku ortodosso come il non rispetto rigoroso del numero di sillabe o la presenza del termine stagionale (kigo). Come vedremo, anche questa fase è stata praticata e battuta dalla haijin. Alla fine del processo troviamo la fase Ri, ossia il trascendere la regola, il diventare la regola stessa.

Anche da un punto di vista più strettamente tecnico, la haijin dà prova di saper padroneggiare bene le tecniche di composizione negli haiku presenti ne «Il nido vuoto»: le immagini che troviamo nei suoi componimenti sono vivide, fortemente evocative e mai banali o astratte. La toriawase, cioè la giustapposizione di due immagini diverse in uno stesso componimento haiku, è molto ben congeniata tanto che in alcuni haiku tocca vette di assoluta maestria:

frasi di gesso –

la parole sfumano

se guardo il gelso

Non è tutto qui, è interessante notare come le scelte compositive e lo stile dell’Autrice si siano modificate ed evolute nel tempo: nella sua seconda silloge (Sogno Lucido, ZONA Contemporanea Editrice 2019) la Borrelli attua un cambio sia nelle modalità compositive sia nella forma dei suoi haiku, sperimentando la fase «Ha» (discostamento dalla regola) del processo dello ShuHaRi. Gli haiku, di questa seconda silloge, si presentano solo su due versi anziché dei tre versi tradizionali, questo per dare maggiormente risalto alla toriawase (giustapposizione di due immagini distinte in uno stesso haiku), spesso non troviamo il termine stagionale (kigo) e il conteggio sillabico non è strettamente rispettato. Per esempio:

miele –

la piccola palude dentro ai tuoi occhi

Quest’ultimo componimento non presentando il termine stagionale può esser considerato come «muki», ossia uno haiku senza kigo. Non bisogna pensare, però, che l’adozione di questi principi in tali haiku (quali quelli di non avere uno schema sillabico fisso o l’assenza del kigo) sia un elemento nuovo o estraneo alla tradizione classica della poesia haiku: già agli albori dello haiku il Maestro Matsuo Bashō (1644 – 1694) contemplava la possibile presenza di componimenti senza kigo o che non rispettassero esattamente il computo metrico. Quest’ultima silloge, inoltre, non è nemmeno avulsa da quegli elementi estetici della tradizione artistica giapponese, ma, anzi, la Borrelli fa di questi un cardine della sua silloge:

lanugine dei pioppi

gli amanti sorridono

In questo componimento, ad esempio, è evidente in tutta la sua forza e delicata pregnanza il valore estetico del «karumi»: la levità e la leggerezza dei pappi dei pioppi richiamano alla mente della haijin il sorriso delicato e tenero di due amanti.

Dal confronto e dal raffronto delle due sillogi emerge, con estrema chiarezza, il percorso svolto dalla Borrelli in un’ottica di un continuo miglioramento e un costante affinarsi delle sue capacità compositive. È questo un esempio pratico del così detto «kaizen»: il miglioramento costante e progressivo nel tempo in una data arte o conoscenza. Processo che, è bene dirlo, non conosce né fine né termine, esattamente come quel cammino di crescita artistica e spirituale che è proprio del poeta di haiku in quanto basato sulla via del fūryū:

caldo opprimente

lo sguardo sotto il burqa somiglia al mio

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