Nota critica di Fabio De Santis

Le possibili vite

Ho accolto con piacere l’avere incrociato la mia attività di lettore con il libro nuovomondo di Tomaso Pieragnolo. Un’opera di spessore insolito, certamente lontana da un modo prevalente di scrivere “sacrificato” ad un minimalismo che da un lato investe sulla scrittura lineare, prosastica, affascinata dai richiami della fruibilità del testo, dall’altro su una poesia fatta di trovate contingenti, fondata sulla capacità di innescare emozioni immediate. La poesia di nuovomondo svolge invece un ordito intenso, realizzato come un resoconto progressivo sulla condizione umana, oramai gravata dal peso delle sue malefatte, inficiata dal peccato originale. Un tema che, più che collocarsi sul piano morale, preferisce toccare sorprendentemente la questione essenziale della sopravvivenza della specie umana, collegandola alla necessità del cambiamento imposta dal nostro tempo.

Ma non si pensi ad un’osservazione lucida, scientifica dell’uomo odierno; a trainare la poesia di Pieragnolo è un astratto anelito, un amore incolmabile, una chimera attesa ed inverosimile, l’urgenza di un luogo dell’immaginazione che trova fondamento nella dissolvenza dell’uomo in bilico, oggi, forse come mai nella storia. Volendo semplificare, il libro dà l’impressione che la poesia viaggi su un doppio binario: il realismo dell’insoddisfazione dell’uomo; lo slancio dell’immaginazione del poeta. Indirizzato dalla percezione di un’apocalisse imminente, Pieragnolo avverte la necessità di ripercorrere il creato attraverso un immaginario poetico, disfacendo l’uomo simultaneamente alla sua affermazione, conducendolo progressivamente ad una nuova fase iniziale, ancora nudo, ma non costretto a ripetere l’errore primordiale, sostenuto da una certezza universale rappresentata dall’amore. Questo luogo chimerico è chiaramente un luogo poetico, dove si realizza l’esistenza di qualcosa di essenzialmente vitale e che passa inosservato nel vivere quotidiano.

Un’ansia di cambiamento pervade il libro. E se l’incalzare di tale desiderio espone l’autore a schietti vagheggiamenti, ad evidenziarsi in particolare modo è il coraggio di scrivere un poema necessario, che tocca il fondamento dell’esistenza, per approdare ad un luogo sostanzialmente sovratemporale, nominato con una lingua intensa, distante dal facile abbandono alle leggi della comunicazione, un luogo che intende compendiare il viaggio umano, per arrivare a spronarlo in direzioni imprevedibili, ma verso un futuro di sopravvivenza, di pacificazione, verso una salvezza imprescindibile. C’è, in sostanza, un’idea di futuro, di costruzione di una storia e perciò di sopravvivenza della poesia stessa.

Difatti questo mondo dell’immaginario in realtà si afferma principalmente nella poesia ed in tal senso il nuovomondo, da anelito utopico, passa a realizzarsi nei versi attraverso la meticolosità del racconto, che come dicevo resiste alla tentazione della prosa o di un verso illuminante, colto da improvvise verticalizzazioni, per lasciare spazio ad un’architettura linguistica che aspira ad essere la misura stessa del mondo descritto. L’ordito è compattato da un uso serrato e poco appariscente di corrispondenze sonore e da questa densità il lettore riceve la tensione adatta per proseguire in una narrazione sistematica, dove il nucleo esclusivo è l’uomo nel creato, il suo rapporto particolare con il mondo.

La sensazione che Pieragnolo voglia giungere a qualcosa di primordiale la si ricava da ogni pagina. Sembra che la sua impresa sia dedicata allo scioglimento di un nodo iniziale, senza mai mettere il piede nel buio di un’investigazione sull’essere, ma rimanendo dentro il fenomeno, attento sempre al destino dell’ente. La visione antropocentrica del mondo fa sì che egli accolga la versione biblica del peccato frutto della perversione umana, dal quale nasce la profonda dispersione dell’uomo e su di lui il presagio di una catastrofe giunta a maturazione, che in certi frangenti sembra pervenire dall’analisi sociale ed economica del mondo contemporaneo, invasato di materialismo e di smania consumistica, in altri – e sembrano i momenti più frequenti – la sofferenza esistenziale pare essere la condizione da riabilitare, quella che con più impellenza attende di essere lenita.

Bisogna sottolineare che Pieragnolo sembra motivato dalla necessità di ordinare e lo fa ricapitolando e compendiando la vicenda dell’uomo all’interno di un mondo nitido ed informe allo stesso tempo, dono e condanna. Un luogo che egli deve per forza rappresentare con una poesia di alta intensità. Di questo mondo ne deve rappresentare la vastità, il mistero, il terrore della sua forza: «la formica su cui pende il piede/del pachiderma», dunque anche la dissonanza irrimediabile e la casualità di un ordine/disordine che rimanda a certe teorie scientifiche: «casuale sbrecciatura/nel quotidiano spasimo tra bestie/corpose». Come in un magma iniziale e creativo deve nominare la fragilità della vita, la profusione dei corpi, una vasta e misteriosa esattezza: un mondo sconfinato dentro una notte che continua anche al di fuori di un luogo compatibile con la nostra percezione ed immaginazione. Pieragnolo svolge il compito di riepilogare la vicenda umana con tutta l’incertezza del caso, come appare chiaro in questo inizio messo anche in copertina: «Forse il primo uomo e la prima donna/di colpo due colombe nella fitta/orditura, due strappi nella ripetizione/del castigo, scalzi appena eretti allo sbaraglio/della precaria luce immaginano/precipui un luogo futuro, bestiali/e spaventati ancora da improvvise/estinzioni e pazze circolazioni/di stormi, metalli e distanze». L’apparizione misteriosa dell’uomo, due strappi alla regola con la loro peculiarità di immaginare il futuro. Una bestia, tuttavia, ancora soggetta al rischio di estinzione.

Su tale slancio si riavvolge il nastro di un’evoluzione dove vengono identificate la persistente insensatezza del sacrificio, legittimata però dall’esistenza dell’incomprensibile a cui l’uomo dichiara sottomissione e la nascita della tecnica, con la quale intende sottomettere le cose, la natura, fissandone limiti ed orizzonti. Il rapporto tra uomo e natura, l’essenza della tecnica, pare – provo ad azzardare – ci conducano ad Heidegger, nell’alveo del suo pensiero. Ma è la centralità del rapporto tra l’uomo ed il luogo a suggerire le più efficaci suggestioni. La vicenda umana è inquadrata come esodo permanente, ricerca spinta dall’amore, dentro il quale trovare rimedio all’imperfetto. È un nomadismo insistente, dentro un mondo percepito come una grande madre nella quale abitiamo e lottiamo nel tentativo di dominare la materia nel presagio di essere da essa soggiogati. In questa crisi si introduce anche il richiamo alla dimensione sociale, con l’accento posto ad un uomo fagocitatore di cose, colto da nuove malattie e dalla solitudine, dentro un finto benessere, isolato nel vuoto e nello scollegamento dalla natura, un ospite definito ingrato, richiamando questa volta Franco Fortini ed il titolo di una sua opera epigrammatica.

Ma la vera crisi che intende cogliere Pieragnolo parte dalla convinzione che l’uomo, pur nella sua straordinaria evoluzione, non ha ancora raggiunto l’abilità di essere felice: «ancora/esperto di poca felicità», dove l’ancora apre ad un divenire, ad uno spiraglio positivo, seppure l’enjambement spezza il connubio con il termine esperto che sembra porsi in dissonanza, lasciando intendere una navigata consuetudine a perseverare nella propria condizione.

È a questo punto che l’autore assume con forza la convinzione di sperare nell’amore come misura che supera la grandezza umana, unica specie disponibile alla belligeranza, ad essere minaccia per il creato, ma soprattutto per se stessa. Ne nasce un richiamo alla fratellanza, ad un uomo che impari a vivere nella consapevolezza anche di fronte al pericolo dell’ignota vastità. Il verso «un popolo di foglie/che al vento parlano» ricorda un’immagine ungarettiana, ma ora in versione propositiva. Il nuovomondo che Pieragnolo lascia intendere sembra realizzarsi nell’affermazione di un nuovo uomo, che viene ulteriormente giustificato dall’esigenza del poeta di rifiutarsi e di rifugiarsi: «Così sprovvisto di pace/termina un giorno, sospeso, lapidario,/indifeso tra improvvise colluttazioni/e occulte sguinzagliate guarnigioni,/chiedendo verso quale lettera accorrere/o quale esito opporre a quotidiane/orazioni, se lapidario è il moto/degli ultimi».

Dall’affermazione dell’amore come rimedio nasce un ulteriore rivolgimento, quasi una regressione ad un rapporto originario, dove diviene possibile ripartire da una nuova nudità, svincolati dalla costrizione di ripetere l’errore primitivo. Ma questa dichiarazione è da ricondurre in primo luogo ad un coraggio non scontato di palesare un desiderio che conduce ad una poesia fortemente utopica, incanalata nella prospettiva di una proliferazione di uomini nuovi che sembra non trovare fondamento nella realtà quotidiana se non nella convinzione di essere davanti ad uno snodo, dove il disastro e la rinascita sono opportunità, il cambiamento la necessità. A tale scopo la coincidenza tra fine ed inizio, esplicitata dalla ripetizione della stessa poesia invertendone i titoli all’inizio e alla fine del libro, appunto, trova senso dove l’uno nasce dalla rivelazione dell’altra e dove l’apocalisse non è subita come imperativo, ma diviene, invece, plausibile aggrapparsi ad una «possibile vita».

Da nuovomondo (Passigli 2010)

pagina 14

Forse il primo uomo e la prima donna
di colpo due colombe nella fitta
orditura, due strappi nella ripetizione
del castigo, scalzi appena eretti allo sbaraglio
della precaria luce immaginano
precipui un luogo futuro, bestiali
e spaventati ancora da improvvise
estinzioni e pazze circolazioni
di stormi, metalli e distanze;
così nudi addiacciano in strapiombi di gole
indurite e nel prodigo divenire
in frammento, mentre un bilico rapido
d’urgenze minaccia la disgregata
moltitudine e un perenne vento verde
colma franate frontiere e nascite
continuamente offerte. Caparbiamente
avanzano fra tutte le cose prescelti
con fortunale criterio, erranti giorno
dopo giorno e sopravvissuti al possente
stallo innescano l’impronta numerosa
che l’aperta asprezza muta, il corpo scricchiolante
contro l’ora e l’ereditato disordine,
bruciando ancora la netta cicatrice
che il giorno definisce in precipitosi
vertici. Ma gioioso è il creato nei suoi
molteplici fermenti, dilunga lingue mute
e selve commoventi.

pagina 15

Ma dimmi che cosa abbandona
cedendo l’ultima frontiera
l’itinerante nell’orma dei suoi piedi,
ogni momento sconvolto nella sua precedente
metà e la timorosa sopravvivenza
di ogni giorno come una memoria appena
afferrata nell’aria; un corpo conteso
e masticato dal grugno ritorto
del mare, sputato con resti
di zattera dalla plumbea gola dell’acqua,
sollevato cento volte con schiaffo
fragoroso nel saldo legame del sale,
riparato infine in mutevoli geografie
con verbo scardinato e scomposte ossa.
E nel culmine di fiumi respinti,
di scosse selve demolite, di un’orbita
che consueta frana riluttando uomo
e roccia, si decima il costante esodo,
l’orma plantare rimossa dall’urlo
del vento, il delirio culminante
sulla pietra che giunge ogni notte
macchiata dal siero di nuove estinzioni.
Ma sempre torna la luce come un lido e l’ombra
come una palpebra verde continua
a fermentare colori e reca labile
la pioggia i suoi celesti crini;
nell’interezza cresce il tempo e sogna
il recente popolo che la vita
non si smarrisce.

pagina 30

Così un vano e vittorioso giorno arranca
nel fondo di fiumi infecondi, sotto le nuove
città dolorose e nella rauca sete
di spaventati territori, isolati
in bocche che si amarono; divergenti
con solo contuse risposte, insieme
però soli contenuti in terrestre
girone nell’ora che strema con fragore
d’astro scalzo o d’ultimo orpello, continua
in mano sinistra l’eccedente e l’assillo
appena uscito da un respiro smembra spesse
mura, odore stipato di certe labbra dove
la voce non giunge e di un futuro
che di nessuno chiede, non un sudore
di petali o un vagito nel folto della selva
che renda le linfe più alte, le notti
con marine e fiori, l’amore con la sua pazza
fecondità che riconoscendoci
ci gridi, congiunti scordati sulla terra
tra nomi e sottratte continuazioni.

pagina 33

Scalzante è il passo, il muro appena
levato già rantola a valle e scoppia
la nuova falla sopra l’ultimo rattoppo;
incolume al bene, impermeabile
alla fortuna che cieca ti cerca
per evitarti, non c’è confine sufficiente
che contenga questo vagolare in terra
d’altri che non è più rotonda
ma sale verticale e dura
senza appiglio, perché possa concludersi
il giorno in mani escoriate e inutilmente
appese alla punta. Ma nella mancanza
dove solo prolifica il dolo sarà
così nascente la nuova coscienza
come ruga nell’occhio accecato da troppo
rapido appagamento, perché senza
fondare il fondo crolla il maestro
edificio e così la sorte di nascere
in buoni tempi allevati sulle macerie
del perdente e poco dopo sulla fame
dell’infante, ingurgitando tutto
nel sovrappeso di dolenti generazioni
senza più occhi che per il breve orto
e l’appagato interruttore.

pagina 37

Mio simile nella notte recente
con voce d’ospite ingrato e soliti
domini che soli non schiudono durevoli
spazi, non immagini così il giorno
per giorno portato a termine e ancora
esperto di poca felicità temi
la lenta pratica dell’abbandono,
accumuli cose, nascondigli e stipati
mattoni, soglie che sostano astri
e immobili fasti che s’accomiatano,
rumini per nascere in tempi di avversa
corrente, comunque in fuga tra salate
muraglie per mai congiungere
destinazioni e scalcinati miraggi.
Ma sosta per un tempo in diseguale
attitudine e con vasta resina
componi la frattura e il seguito
di controversa attesa, con nette parole
esonera il malanno e il senno avaro
che in case e chiese numericamente
solo accalca su due piedi scomodi.

pagina 43

Ma è questo l’ultimo uomo o il primo
se con deteriori forme e ripartito
errore disarticola il futuro in sboccato
rumore e permanente gorgo che precario
rende l’idioma e urgente, recando
intransigente miseria che dura
comprime e senza rotta l’ultima
palpitante stella nel vuoto che balza
eccessivo devolvendo il proprio declino;
e un minimo dubito può nascere
e nascosto, alla vista inabitato
affacciarsi, andando in cerca d’ombra essere
fronda, perché imbizzarrita appare la vita
e a volte precaria scalciando striglia
l’uomo che giace inerte nel suo orgoglio.
Cerca terra per un nuovo legno o solo
il possesso di un successivo
giorno, il luogo dove nessuno uccise
la colomba o errando d’incatenare
la programmata sventura con perseveranza
sterminata, perché l’uomo sia terrestre,
terrestre l’avvenire e una memoria
che non si offuschi, perché un giorno possa
nascere in origine dell’amore
contro stridi di smodato rumore, inetta
sovranità e abulica crescita
di sola materia che per se stessa
prova compassione e rimedio.

pagina 50

E che nelle tue mani io senta stridere
il bosco, la stilla costante che appura
come un astro la crescita del movente,
l’odore che notturno arrampica d’invisibili
linfe, o il rigurgito dell’ape sulla lingua;
e un mattino di recente autunno siano
i tuoi baci lungamente attesi per notti
di solo una immobile stella, stordisca così
il mio grido contro il minerale del cielo
e precisati in questa folle rocca senza
sentinelle sull’albero cieche giungano
le vivenze ai tuoi piedi, donna
dolce la tua testa mi sfoglia il petto
come un’iride caduta al fondo, descrivi
petali con la tua saliva ed è
un paese intero l’amore, è un indugio
attraverso il tempo, possiamo
tornare ad essere i primi con solo
un pudico abbraccio se percorrendo
il parallelo incolume un bilico riduce
la nostra distanza, così io avrei
più mani per toccarti, dita
per raccoglierti, braccia per accoglierti
e nomi per destarti, potremmo essere
dove i pesci lisciano via, raggiante mia,
salto di gioia se tu mi distrai,
come una sete mi abbevero a questa
sola stilla che non si stacca, considera
le mie parole come un dono e fanne
un fascio di rami verdi ancora, affinché
dal mio sonno io veda accomiatarsi gli inganni.

pagina 51

Ma ho avuto un dono, ho avuto due occhi e le mani
erranti per conoscerti, piante
per raggiungerti e gole dov’eri
già discesa, una bocca per versarti
e se non mi bastavano le labbra
potevo sempre cogliere i tuoi denti,
stendere i pensieri fino a stogliere
le distanze ancora ancorandomi al filo
d’oro delle tue ascelle, mia verde,
quando aspro delimita il fulcro senza
direzione e di noi rimane solo
un luogo nato prima, così dovremo
assistere, coesistere e talvolta
lesinare, se la mesa in affabile
gergo promette future salvazioni
che sempre tardano, comunque mai
rispondono al chiaro intento, guidami
dunque tu alla riscossa del senso,
alla scoperta di un luogo cerchiato
a lungo ma che all’istante dimentico,
indica il mio daffare come cosa
buona per un possibile mondo e ancora
così salendo gomito a gomito
per le strade potremo sgridare
del giorno la nomenclatura,
chiudere la bocca verso l’acida
pioggia e macchiarci come ruggini,
sotto la morsa durare un cuore
che non si cumuli al collettivo
nugolo della negligenza.

pagina 60

Ma stride un rifiuto e snida luoghi
abbandonati, stringe nelle sue secche
mani contro la crudezza solo
una rosa che dissuona fin qui e l’equivoco
verbo a tutti sbraita con disabile
idioma, rivolge il suo costante
rovescio e in quantità trasparsa replica
al giorno una forma d’oblio che non termina,
uno stesso finale, la millesima
mostra di vana forza che divide
il colore, divarica il mese, istiga
il nesso e volge promesse; forse è il declino
di molti secoli, o l’arresa permanenza
nel senno di limiti e nella terra,
le età diversamente accumulate
in necessarie metà che sole
non s’aprono ed errando cercano
il disperso tatto. Ma è nello scoppio
rapido d’un seme la fronte del nitido
giorno, il frutto di fallibile
specie o forse solo il luogo che per te
voglio eternamente conservare.

pagina 67

Ma è questo forse del nuovomondo il tempo,
l’atteso verbo che scalfisce l’illusione
d’illimitatamente perdurare e del possesso
l’onnipotenza che d’un tratto ogni bellezza
degrada e nell’arco del giorno disfa
ciò che i secoli nell’ombra custodivano
con parsimonia di madre che moltiplicare
vuole le proprie vivenze e in operose specie
edificare l’immane disegno e il futuro
colore, lo spessore ogni giorno guadagnato
con epurati sforzi; perché un miraggio
è l’abbondanza, è una resa attraverso
il tempo, un depistato equilibrio
come se già per le strade andassero
svuotati indumenti e nel mare un naviglio
di strumenti logoro che senza fine
imbarchi la sconfitta del nuovomondo
tardamente avvistato.

 

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e dai primi anni novanta vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli ha pubblicato il suo ultimo libro Viaggio incolume (novembre 2017) e nel 2010 nuovomondo, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti raccolte Lettere lungo la strada (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano di Belgirate), L’oceano e altri giorni (2005, finalista ai Premi Libero de Libero, Guido Gozzano di Belgirate e Ultima Frontiera di Volterra, vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (Poesía escogida, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si è svolta dal 2007 in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale ha proposto principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, non ancora tradotti in Italia, e con alcune case editrici che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (Questo è il bosco e altre poesie, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Premio Camaiore per la traduzione, e Come le rose disordinando l’aria, Passigli 2015 in collaborazione con Rosa Gallitelli, finalista Premio Città di Morlupo e Premio Città di Trento), di Laureano Albán, (Gli infimi crepuscoli, Via del Vento 2010 e Poesie imperdonabili, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione) e di Juan Carlos Mestre (Non importa ormai vivere bensì la vita, Arcipelago Itaca, marzo 2019, Menzione Speciale Premio Camaiore per la Traduzione).

 

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