Dall’introduzione di Antonella Sarti Evans

La poesia di Hone Tuwhare è uno splendido esempio di interpretazione e conciliazione delle due anime della cultura neozelandese: Māori e Pākeha (di origine europea). Il poeta amava dare carica drammatica ai propri versi, animandoli tramite recitazione in scuole e università, gallerie d’arte, centri di vita comunitaria, festival letterari e addirittura pub e prigioni. Durante la sua lunga carriera artistica, Hone Tuwhare diede voce a una profonda umanità, compassione e comicità, ma anche a una fiera protesta contro l’intolleranza, l’ingiustizia e la spoliazione.
In stile drammatico e dialogico, la poesia di Hone Tuwhare spazia dalla protesta antinucleare all’anti-apartheid, dall’obbrobio del razzismo (“Martin Luther King”) e della guerra (“The Holy Cities”) alla lotta maori per la riconquista della terra (“Rain-maker’s song for Whina”, “Maniapoto”) ed è trapuntata di memorie d’infanzia, elegie e note sensualissime, fra giochi di parole e originali giustapposizioni dall’effetto mordace. Tuwhare sperimentò costantemente in ritmo, layout e stile (inclusi il colloquiale e il quasi prosastico); la maggior parte delle sue poesie richiedono annotazioni per i lettori stranieri per le fitte allusioni culturali, facendo altresì appello ai lettori neozelandesi per i temi e i luoghi familiari. Molta ispirazione di Tuwhare è legata al mare: trascorse gli ultimi anni a Kaka Point, nella regione di South Otago, rifugio di gabbiani, albatros e pinguini. Si dice che il suo temperamento, come pure espresso nei versi, fosse mutevole quanto il clima della Nuova Zelanda, di cui cantò ripetutamente il vento e la pioggia (ad esempio, in “Wind, song and rain”, “Importune the East Wind”, “Not by wind ravaged” e nella famosa “Rain”). Amava la mitologia Maori, di cui la sua opera è permeata (ne sono esempi “Papatuanuku”, “We, who live in darkness”), in accostamenti affascinanti con le storie e le cadenze della Bibbia, il libro che il padre gli leggeva da bambino. La musica, specie il jazz, e l’arte, specie quella neozelandese contemporanea, sono suggestioni altrettanto avvincenti nelle sue poesie (come in “Hotere”). […] Le poesie di Hone Tuwhare sono scritte per la maggior parte in lingua inglese, ma la cultura maori offre indubbiamente la prospettiva più profonda al suo lavoro, come si evince da quella religiosità animistica e venerazione della natura, dall’attaccamento all’iwi (tribù) e al marae (luogo sacro, comunitario) e dal culto degli avi, che conferiscono valenza simbolica e rituale al vivere quotidiano. Il sentimento di identificazione con la natura e la sua personificazione – specie dell’acqua (mare, fiumi, torrenti) – è evidente […] Essendo le poesie di Hone Tuwhare costellate di parole e di espressioni in lingua maori, sono state apportate diverse note con la traduzione dei vocaboli maori più comuni, diventati parte integrante dell’inglese neozelandese, mentre ho deciso di non tradurre frasi di uso non ordinario, mantenendo l’intenzione originaria del poeta di introdurre fra i versi inglesi nuove suggestioni dalla lingua nativa. Nella raccolta sono state incluse tre poesie in traduzione integrale in lingua maori elaborate da amici del poeta, come omaggio dopo la sua scomparsa. Caratteristici della poesia di Tuwhare sono i meravigliosi giochi linguistici (i pun), i neologismi, le onomatopee e le metafore, oltre all’intreccio di vocaboli aulici e colloquiali e le ricorrenti “licenze poetiche”, che rendono sia la lettura che la traduzione particolarmente intriganti. […]

 

Da Piccoli buchi nel silenzio (Ensemble, 2018; trad. di Antonella Sarti Evans)

 

Non dal vento devastato

Sfregiata nel profondo
non dal vento devastata né dalla pioggia
né dal torrente rissoso:
spogliata di tutto tranne la breve sciccheria
di arbusti spinosi e ginestre; schierata
sentinella di fronte alla tua spartana solitudine
l’erba a ciuffi –

O terra senza voce, fammi eco della tua desolazione.
Il mana* della mia casa si è dileguato,
il marae** è un prato di cardi.
Vengo da te con un’amarezza
che solo le tue pieghe sbiadite possono lenire
perché so, so
che i miei canti malinconici si perderanno
nell’urlo del vento fra le gronde che marciscono.

Distribuisci la mia nudità –
Disadorno vengo senza alcuna inestimabile
offerta di giada né d’osso: eppure
alle bacche selvatiche donerò
un’amarognola salacità; accrescerò per un immortale
spazio il rossore fragile di manuka***…

* ‘Mana’, in lingua maori, ‘prestigio, autorità, potere spirituale’.
** ‘Marae’, luogo sacro d’incontro per le comunità maori.
*** ‘Manuka’, pianta originaria di Nuova Zelanda e Australia.

 

Not by wind ravaged

Deep scarred
not by wind ravaged nor rain
nor the brawling stream:
stripped of all save the brief finery
of gorse and broom; and standing
sentinel to your bleak loneliness
the tussock grass –

O voiceless land, let me echo your desolation.
The mana of my house has fled,
the marae is but a paddock of thistle.
I come to you with a bitterness
that only your dull folds can soothe
for I know, I know
my melancholy chants shall be lost
to the wind’s shriek about the rotting eaves.

Distribute my nakedness –
Unadorned I come with no priceless
offering of jade and bone curio: yet
to the wild berry shall I give
a tart piquancy; enhance for a deathless
space the fragile blush of manuka…

______

 

Wai-o-Rore (Te Kaha)

Corrugati e rosi dalla ruggine
i fornelli e i tavoli
senza sportello sbilenca la dispensa
a Wai-o-Rore*.

Il pesco e il fico
il noce il susino e il melo
nella loro stagione qui
germogliano selvaggi.

Toihau (la casa d’incontro del clan)
affacciata sul mare butta un occhio
a Whakaari**
Whakaari con le sue cosce bianche
paffute e spalancate.

A Wai-o-Rore Wai-o-Rore
un cipresso moribondo sminuzza
il vento in foglie di lino: due notti
di fila ho sentito il ruscello gonfiarsi
e il tonfo della pioggia: il mare
che gridava imprecazioni infinite
alla terra.

* Bay of Plenty, Nuova Zelanda.
** White Island, isola vulcanica nella Bay of Plenty.

 

Wai-o-Rore (Te Kaha)

Corrugated and rust-smitten
cook and eating place
doorless lean-away earth closet
at Wai-o-Rore.

Peach tree and fig
walnut plum and apple
in their wild season
burgeon here.

Toihau (clan meeting-house)
seaward pops an eye
at Whakaari
Whakaari with her white-puffed
thighs outspread.

At Wai-o-Rore Wai-o-Rore
a dying macrocarpa shreds
the wind to flax: two nights
running I heard creek-swell
and thump of rain: sea
shouting endless imprecations
to the land.

______

Pioggia

Ti sento,
fai piccoli buchi
nel silenzio
pioggia

Se fossi sordo
i pori della mia pelle
si aprirebbero per te
e si richiuderebbero

E io
dovrei riconoscerti
dal tuo sapore
se fossi cieco

quel tuo odore
un po’ speciale
quando il sole cuoce
la terra

il suono battente
come rullo di tamburo
che fai
quando cala il vento.

Ma se io
non sentissi il tuo rumore
né il tuo odore né il tuo tocco né ti vedessi
tu

tu ancora
mi definiresti
mi disperderesti
mi inonderesti
pioggia

 

Rain

I can hear you
making small holes
in the silence
rain

If I were deaf
the pores of my skin
would open to you
and shut

And I
should know you
by the lick of you
if I were blind

the something
special smell of you
when the sun cakes
the ground

the steady
drum-roll sound
you make
when the wind drops

But if I
should not hear
smell or feel or see
you

you would still
define me
disperse me
wash over me
rain

________

 

Noi, che viviamo nelle tenebre

Per molto, moltissimo tempo
ci siamo contorti e dimenati nella palude della notte.
Cos’era il tempo, tuttavia? Intensità nere
di nero su nero su nero che si nutriva di sé?
Cosa immensa? Immensurabile?

Niente di più.
Doveva pur esserci un principio.
Poiché raggiunta la cima d’una lenta salita all’improvviso
occhi che non sapevo di possedere ne furono pizzicati
costringendomi a nascondere il viso nella terra.

Era la luce, fratelli miei. La luce.
Una vista sublime filtrava
fra i peli delle ascelle di nostro padre. Pensate, vedevo
al punto da contarmi le dita delle mani
in controluce; vedevo la chiazza – la presa della
buona terra sopra.

Ma poi si mosse.
E scese un buio ancor più opprimente
mi sembrò e mi tirai indietro teso; arrabbiato.

Fratelli, uccidiamolo – spingiamolo via!*

 

*La poesia si riferisce al mito maori della creazione. Si narra che fosse Tāne, il dio delle foreste, a separare a forza la madre terra, Papatūānuku, e il padre cielo, Ranginui, liberando i fratelli dallo stretto abbraccio e consentendo alla luce di brillare nel mondo. Ebbe da quel momento origine la vita sulla terra.

 

We, who live in darkness

It had been a long long time of it
wriggling and squirming in the swamp of night.
And what was time, anyway? Black intensities
of black on black on black feeding on itself ?
Something immense? Immeasureless?

No more.
There just had to be a beginning somehow.
For on reaching the top of a slow rise suddenly
eyes I never knew I possessed were stung by it
forcing me to hide my face in the earth.

It was light, my brothers. Light.
A most beautiful sign infiltered past
the armpit hairs of the father. Why, I could
even see to count all the fingers of my hands
held out to it; see the stain – the clutch of
good earth on them.

But then he moved.
And darkness came down even more oppressively
it seemed and I drew back tense; angry.

Brothers, let us kill him – push him off.

_________

Sfaccettature

Nel buio d’un tratto
i miei occhi fanno clic come un interruttore:
non mi affretto

attentamente delineo il contorno
del tuo viso: le tue labbra sono pigre

Ma son felice che tu abbia messo su
qualcosa anche se è solo
un cipiglio

Il buio si è ritirato
in zone indefinibili: muto e molle
il tuo viso riflette la luce della strada
fuori: il tuo viso

che illumina e ravviva la stanza
e il lato oscuro di me

Al tuo battito leggero di falena
mi volgo ancora per il sollievo d’una piccola morte
e rinnovamento.

 

Facets

In the dark suddenly
my eyes click like a light-switch:
I do not hurry

Carefully I trace the contours
of your face: your lips are slack

But I am glad you are pulling
something on even if it is only
a frown

The darkness has retreated
to indefinable areas: mute and soft
your face reflects the street-light
outside: your face

which lightens and lights up the room
and that which is the dark side of me

To your light moth-like thudding
I turn again for a small-death’s ease
and renewal

 

Hone Tuwhare è considerato uno dei maggiori poeti Maori. Ha pubblicato quattordici raccolte poetiche e ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. Nato nel 1922 e scomparso nel 2008, è stato senza dubbio il poeta più importante della tradizione neozelandese. No Ordinary Sun (1963), la prima raccolta, ebbe un successo strepitoso quanto inaspettato, essendo scritta da un operaio maori sprovvisto di istruzione secondaria e vendendo le prime 700 copie in soli dieci giorni. Erano le prime poesie a essere indirizzate a un pubblico maori, provenienti da un autodidatta in letteratura, assolutamente anticonvenzionali nel modo di ritrarre il paesaggio, l’amore e le questioni di attualità politica e sociale. Da allora, Tuwhare partecipò a letture, conferenze e festival, e la sua voce contribuì con forza al movimento di rinascita della cultura e identità maori; i suoi versi sono stati ampiamente tradotti e antologizzati. Nel 1999 fu il secondo poeta neozelandese a essere insignito del titolo di poeta laureato, nel 2003 partecipò alla Arts Foundation of New Zealand Icon Artists in qualità di uno dei dieci più grandi artisti neozelandesi viventi; nello stesso anno fu insignito del Prime Minister’s Awards for Literary Achievement per il suo imponente contributo alla letteratura del suo Paese. Nel 2005 ricevette un’ulteriore riconoscimento dall’Università di Auckland, che lo descrisse come New Zealand’s most distinguished Maori writer.

Antonella Sarti Evans è una traduttrice, scrittrice e insegnante italiana, esperta di letteratura neozelandese. Ha tradotto le selezioni di racconti La laguna di Janet Frame (Fazi, 1998), La gente del cielo di Patricia Grace (L’Argonauta, 2000), Joshua e la luna di Robin Hyde (L’Argonauta, 2001), il romanzo di Patricia Grace, Potiki ( Joker, 2017) e il compendio di narrativa, teatro e poesia di Vivienne Plumb, Tutto l’oro che puoi ( Joker, 2017). Il suo primo libro è stato una raccolta di interviste ai maggiori scrittori neozelandesi contemporanei, Spiritcarvers (Rodopi, 1998), ed è inoltre autrice di una breve storia della letteratura neozelandese dagli anni Cinquanta ai Novanta per l’Enciclopedia Il Milione (De Agostini, 2000) e di un romanzo storico di ambientazione resistenziale, Dalle Cime al Mare (Effigi, 2012). Vive attualmente a Wellington, NZ, dove collabora con la Victoria University e il Circolo di Lingua e Cultura Italiana (Società Dante Alighieri).

 

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