Il Piccolo dizionario della cura nasce per celebrare i venti anni di attività del Centro per le cure palliative della Fondazione Sanità e Ricerca di Roma: come mai è stata scelta proprio la poesia per affrontare il tema della cura e del fine vita?

La scelta nasce dal convincimento che tra la cura della persona, a cui è dedicata l’attività della Fondazione Sanità e Ricerca, e la poesia vi sia un legame. Le qualità etiche e sociali della cura, infatti, sono proprie anche della poesia e entrambe sono rivolte alla totalità della persona, al suo essere unità inscindibile di corpo e spirito.

Lei pensa che la parola poetica abbia proprietà curative?

No, non lo penso. La parola poetica non può guarire, non ha alcun valore terapeutico, né proprietà curative. Credo, però, sia vero ciò che il Consiglio di amministrazione della Fondazione ha scritto nella sua introduzione al “piccolo dizionario”: “Come le cure palliative, del resto, la poesia non può guarire, non può salvare, ma può aprire piccoli varchi di luce nell’esistenza di ciascuno di noi”. Ecco, penso sia davvero questa la potenzialità della parola poetica: aprire minuscoli varchi di luce, alimentare la speranza. Secondo me, non è poco.

Il Piccolo Dizionario è composto da una serie di parole (quarantadue, per l’esattezza, due per ogni lettera dell’alfabeto, affidate ad altrettanti poeti italiani contemporanei) che declinano il concetto di cura: nella loro scelta, quale criterio è stato seguito? C’è una parola in particolare che a Lei personalmente risuona forte e potente più di altre?

La prima decisione è stata la duplicazione delle ventuno lettere dell’alfabeto, per permettere di dare vita a un’ideale bipartizione tra corpo e spirito. Come dicevo, infatti, penso che la cura e la poesia siano entrambe rivolte a questa unità inscindibile che è propria di ogni essere umano (in verità, penso sia propria di ogni essere vivente, ma questo è un tema che qui non è possibile affrontare). La scelta delle parole rispetta, dunque, questa bipartizione: alcune sono maggiormente legate alla sofferenza del corpo, alla malattia (penso, tra queste, a “Alzheimer”, “Carne”, “Letto”, “Ossa”, “Referto”), altre invece (come, ad esempio, “Ascolto”, “Libertà”, “Rispetto”) tendono a introdurre un significato più ampio di cura, da intendersi come accoglienza, aiuto ai più deboli, ai sofferenti, ai bisognosi. La cura in questo senso è finalizzata a preservare la dignità della vita, che è un valore fondamentale a cui tutti hanno diritto. Mi vengono in mente le parole di Hannah Arendt: “Il diritto di avere diritti, o il diritto di ogni individuo ad appartenere all’umanità, dovrebbe essere garantito dall’umanità stessa”. Parlava di origini del totalitarismo, ma sono convinto che le parole della Arendt abbiano un valore universale e possano valere per ogni aspetto della vita umana. I temi della dignità della vita e del diritto a preservarla mi sono molto cari, e sono contento di averne potuto parlare attraverso un’antologia poetica. È “dignità”, dunque, la parola che secondo me risuona più forte e più potente di altre.

Il Piccolo Dizionario è correlato anche da alcuni saggi scritti da esperti di differenti discipline, per riflettere da varie angolature teoriche sul senso della cura. In particolare il saggio della linguista Nicoletta Maraschio traccia un breve excursus etimologico, ricordandone i molteplici significati assunti nel corso dei secoli. Qual è secondo Lei l’accezione della parola cura di cui oggi, nella nostra contemporaneità, c’è più bisogno?

Credo che nella nostra società sia necessario prestare maggiore attenzione alla sofferenza, al bisogno degli altri. La parola “cura”, quindi, non deve più essere pensata nella sua accezione “tecnica”, ovvero come trattamento medico, terapia per una malattia, ma come apertura verso l’altro, accoglienza, rispetto, aiuto. Avere cura dell’altro, prestare attenzione alle sue esigenze, non solo nella malattia, ma in ogni aspetto della vita sociale. Questa è l’accezione che secondo me oggi la parola dovrebbe avere. Tutto questo è ben riassunto in due parole che considero fondamentali: carità e solidarietà.

 

Da Piccolo dizionario della cura. Poesie e saggi (Mursia 2019), coordinato da Vincenzo Mascolo

LETTERA “D”: DOLORE

Si cade a volte
in un lutto senza cadavere.
Un’accensione di tutto
il dolore mondiale
assale senza ragione il magma
fra gola e petto e cadiamo
nelle antiche tristezze
degli abbandonati
dei reclusi in fondo alle galere
tristezze di bambini rovinati.
Allora è un popolo
che siamo e un’intera perduta guerra
grava le sue nere ali sul nostro capo.
Per tutti tornare a casa.
Essere eroi dentro il proprio sangue
ritrovare la sponda delle voci.
Fare il canto.

Mariangela Gualtieri

*

LETTERA “P”: PAURA

Come un’alba nera madornale che da est
cerca l’Atlantico nei giri
della nebbia fino alla curva,
e lì la spuma della mia presenza
frontale contro la dismisura.
Non so se resisto a questo male.
Che venga a prendermi ogni luce
o anche un giro di vento, che plachi
il silenzio della mia comprensione assoluta.

Silvia Bre

*

LETTERA “Z”: ZATTERA

il letto, da bambino, immaginavo
fosse una zattera di salvataggio
e non avendo i remi mi perdevo.
così la stanza della dipartita
che lentamente corre alla deriva,
pare una sala parto all’incontrario,
tale che chi va oltre poi non narra
quel che fu il proprio ultimo binario.

Guido Oldani

 

Il Piccolo dizionario della cura contiene poesie di: Franca Grisoni, Antonella Anedda, Alberto Bertoni, Claudio Damiani, Giuseppe Conte, Clery Celeste, Biancamaria Frabotta, Mariangela Gualtieri, Alessandro Ceni, Giancarlo Pontiggia, Luigia Sorrentino, Stefano Dal Bianco, Tiziano Fratus, Anna Maria Carpi, Giampiero Neri, Bruno Galluccio, Umberto Fiori, Donatella Bisutti, Eleonora Rimolo, Maria Borio, Anna Toscano, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Tiziana Cera Rosco, Gian Mario Villalta, Franco Buffoni, Silvia Bre, Maria Grazia Calandrone, Elio Pecora, Giuseppe Langella, Stefano Carrai, Gianni Montieri, Alessandro Fo, Vivian Lamarque,Roberto Deidier, Giovanna Rosadini, Roberto Mussapi, Matteo Fantuzzi, Vito M. Bonito, Alberto Toni, Guido Oldani, Carmen Gallo.

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