La rete a maglia

Un piccolo taccuino, fatto di appunti, transitorietà, traslochi mentali temporanei, frasi-fili sottilissimi, e ancora della metapoetica, la mia ossessione, risorse occasionali di un sillabario. Non trovi una direzione. È quello che hai davanti: l’odore di certe giornate, sfumature colte d’improvviso, il dubbio di una lotta silenziosa che non finisce. Un po’ come scrisse Raboni «Mai davvero felice e mai del tutto infelice», e lo sguardo si fa già riflessione, gesto, senza andare troppo lontano, ma senza stare troppo nel cortile. Scarti da cui fuggono intermittenze, trofismi con lento assorbimento. Scambi. Disseminazioni del tempo in cui, nei passi fuggitivi dell’attimo,«anche fra i mortali il sublime ha da farsi avvertire». Qualcosa che s’insinua nei piccoli ritmi dei giorni. Come uno che si sveglia di notte, e su questa isola fa scivolare tutto quello che può dar valore a un’inquietudine fatta di specchi. Un monologo breve, se salutare o no non so dirlo, parole come una rete a maglia, raccolta subito dopo aver issato, come in barca i pesci, i suoi significati. [Davide Zizza]

 

Da Piccolo taccuino occasionale (Edizioni Ensemble 2020)

Il mito di Filomela
                                                                a J.L. Borges

Le parole narrano da sempre
un antico errore: si sfaldano,
aprono un varco, una fossa nel recinto,
la loro sorte come pegno
al cieco che le ascolta – così ci insegna Milton.
Siamo condannati a cercare un suono
per imparare le rose della bussola,
orientarci nel bosco, in quel bosco
dove a Filomela fu tagliata la lingua.

*

Così camminiamo – con
la bufera sotto un torpore
impercettibile all’ascolto.
Scende la frontiera buia,
la pioggia bagna i balconi,
giunge all’uscio – e noi
restiamo fermi a una dogana.
Di notte questa vecchia ruggine
rinfocola un odore dimenticato
e qualche amata sillaba:
in lontananza lampi passeggeri,
unghie che graffiano il mare.

*

Cartolina di Mallarmé

la domenica
un acquerello dall’azzurro perfetto –
la pioggia di stanotte una preghiera
su tetti e lampioni:
la città odora di seppia

rifrazioni di luce sui lastricati
così il giorno accoglie la fiera

(carte geografiche, lampadari,
porcellane, libri di Camus,
ferri da stiro arrugginiti,
riviste di Skorpio, videocassette di Ben Hur
di fianco a film proibiti e, di là nascosta,
una Olivetti, forse dai tempi di Fortini)

l’occhio si rinfresca
la mente si abbandona ai rumori
il nitore dell’immagine si conserva
sull’ultimo rintocco del campanile

*

Ricomporre

Ricomporre – hai scritto –
è della poesia (se sa
rimettere i cocci insieme).
Vede oltre le ombre dei nostri occhi
come la chiarità di un pomeriggio
in un cortile, rampicanti da muro e vie deserte,
l’aria gonfia della sera che verrà.
Ci tormentiamo ignorando il motivo
perché è dell’uomo fare senza capire –

poi un qualcosa ci ferma, la brama si placa,
ricongiunge pezzo per pezzo ogni cosa
e il velo davanti agli occhi cade:

ricomporre, hai scritto, è della poesia.

*

Annuso questo tempo, questa sera –
sa di richiamo e leggerezza.
Quelle foglie cadute spazzate tutte via.
La primavera tocca il lembo della giacca:
ogni giorno chiede di sostare,
ogni ora ci soffia qualcosa nell’orecchio.

 

Davide Zizza nasce a Crotone nel 1976. Laureato in lingue e letterature straniere con una tesi in filologia romanza, collabora con Patria Letteratura e con il periodico L’Estroverso. Nel 2000 diffonde una sua plaquette tipografica, Mediterraneo, e nel 2012 per l’editore Rupe Mutevole pubblica la raccolta Dipinti & Introspettive. Il suo breve saggio «La lettura e la scrittura come etiche dell’ascolto» è stato inserito nel volume collettaneo Ascolto per scrivere per Fara Editore (2014). Due suoi contributi critici (Salvatore Quasimodo, Giorno dopo giorno e Il tormento nella poesia. Laforgue e Lowell, due ritratti della modernità) sono apparsi sulla Rivista di Poesia e Letteratura di lingua greca Koukoutsi. Suoi articoli e poesie sono presenti su Poetarum Silva e su Samgha. Ha pubblicato la raccolta poetica Ruah (Edizioni Ensemble 2016).

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