Dalla prefazione di Fabio Michieli

[…] È uno sguardo lungo, da «occhio famelico», quello che agisce nella raccolta, volto a scandagliare con attenzione le poesie all’ombra (al nero) dell’era della disgregazione, nel quale i barlumi di luce sono radenti, impercettibili ai più, quasi presagi di salvezza o àuguri di rovina, a seconda di come vogliano essere interpretati dallo sguardo, al quale «tutto tace nell’attesa/ di irradiarsi deflorando ogni riparo oscuro,/ o disgregarsi, decostruito come una macchina.» Si consegnano le parole alle foglie, come faceva la sibilla, consegnando agli altri il compito di ricostruire il significato del discorso, salvo riconoscere sé stessi come parte di questi “altri” e quindi generando – o perpetrando – un cortocircuito necessario visto che non si può che «non parlare poi altra lingua, se non quella delle foglie» […].

 

Dalla postfazione di Sonia Caporossi

[…] L’esperienza descritta da Campi, insomma, è quella di un Io che ricerca sé stesso e nella ricerca si perde proprio in funzione del ritrovarsi: un Io che è una sorta di entità rabbassata a passione e sensazione, completamente deprivato dalle scorie quantiche di una razionalità esteriore a determinarlo una volta per tutte […]. È proprio attraverso questa Bildung che l’universo si spalanca davanti agli occhi del soggetto nella piena trasparenza del senso delle cose, colto e finalmente inteso in una visione assoluta di profondità inesplorata, toccando ogni p-brana, ogni stringa delle sue infinitesimali possibilità, quasi innocente, quasi radiante, nel pleroma estensivo ed estasiato, sostanzialmente gnostico, della consapevolezza e della luce.

 

Da Quasi radiante (Tempo al Libro, 2019)

Io l’attendevo la pioggia purché facesse
da sé tutto il nero scompiglio
di cielo severo, pomeriggio inflessibile
lucido viscerale e disperato,
per i fondi bucati nelle giacche,
gli aggettivi, eccetera
ossa, che avevano gettato la spugna.

*

A strappare l’erba nuova
c’andavano i bambini
il pomeriggio, con l’unica voce
d’abisso, ferita aperta
senz’orma di un fondo.

*

Io avrei voluto essere e non ero
ancora, le ombre fuggevoli
zigzagavano tra le rocce; era
la collina ad aspettare: lontana
come un ricordo, una bestemmia
alla notte, presso le sponde del fiume.

*

Non ci fu rito in quest’assenza
che affama di nulla polverizzato
addosso e fa il male di un’arma
un dolore indifferenziabile non
ecologico, persino i passi sono
un soffio al niente che la bussola
non saprebbe orientare.

*

Passo dopo passo l’interesse
ricade a foglia sui piedi in sequenza
volevo ascoltarti ancora non perdermi
nella distanza costante che assillava
come un dono del tempo, della notte strepitosa
di stelle e di blu, e ci spazzava via
come polvere da un libro oltre il nostro oltre.

 

Martina Campi è autrice e performer. Tra le sue pubblicazioni: La saggezza dei corpi (L’arcolaio 2016), Cotone (Buonesiepi Libri 2014), Estensioni del tempo (Le Voci della Luna Poesia, 2012 – Vincitore Premio Giorgi), e la plaquette È così l’addio di ogni giorno (Corraino Edizioni 2015). Presente in antologie, riviste e webzines. Sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo, francese e rumeno. È tra gli organizzatori del festival “Bologna in Lettere” dalla prima edizione. Da giugno 2017 partecipa a Il banchetto di Rosaspina – Di virtù e maledizioni, Spettacolo di Teatro, Poesia e Favola, di e con Alessandra Gabriela Baldoni, con Giancarlo Sissa, Luna Marie, Mario Sboarina. Co-fondatrice, con il compositore e musicista Mario Sboarina, del progetto Memorie dal SottoSuono – The poetry music experience, nel quale si fondono reading poetico, elettronica,  jazz/ambient, contaminazioni afro e accenni di musica popolare; di marzo 2016 l’omonimo album. Il progetto Memorie dal SottoSuono è oggi un vero e proprio collettivo a cui partecipano artisti di diversa formazione. Sito personale: http://www.martinacampi.it/.

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