Foto di Giandomenico Papa


Poeti neodialettali marchigiani
è uscito nel 2018 tra i Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, a cura di Jacopo Curi e Fabio Maria Serpilli. Si tratta di un’opera fondamentale per far luce sui poeti marchigiani, nati tra gli anni Trenta e gli anni Novanta. Nel 2019 l’antologia si è aggiudicata il 38° Premio Nazionale Frontino Montefeltro per la sezione Cultura marchigiana.

Poesiadelnostrotempo intervista Fabio Maria Serpilli e Jacopo Curi. Innanzitutto una curiosità: com’è stato lavorare insieme, visti i quarant’anni di differenza? Quali le opinioni che hanno idealmente contribuito al volume, che vi siete scambiati?

In realtà i quarant’anni di differenza sono stati un vantaggio: nell’entusiasmo per il progetto si è creata una sinergia tra esperienza, conoscenze e volontà di approfondire gli strumenti del metodo critico. Ogni scelta è stata valutata insieme ed è maturata in seguito a un dialogo serrato che abbiamo portato avanti, quasi giornalmente, per oltre un anno.
Innanzitutto siamo partiti dall’idea di neodialetto mutuata dalle riflessioni di Pasolini e Dell’Arco confluite in Poesia dialettale del Novecento (Guanda, 1952), passando per Poeti italiani del Novecento (Mondadori, 1978) di Mengaldo – che accanto ai poeti in lingua ha antologizzato Giotti, Tessa, Marin, Noventa, Pierro, Guerra e Loi restituendo al dialetto pari dignità rispetto all’italiano – e soprattutto per il Brevini di Poeti dialettali del Novecento. Dalla seconda metà del Novecento, infatti, si diffonde il concetto di neodialetto: l’abbandono di vecchi stilemi bozzettistici e macchiettistici impregnati di passatismo e di realismo comico lascia progressivamente spazio a una poesia dialettale tematicamente evoluta, che non teme di confrontarsi con la modernità, e basata su un linguaggio che a sua volta si rinnova. In secondo luogo avevamo la consapevolezza che, dopo i lavori sui poeti in italiano di Carlo Antognini e Guido Garufi, alle Marche mancasse un’antologia di neodialettali che facesse luce su quanti hanno raccolto l’eredità di grandi maestri. Un vuoto che quindi è stato colmato da un’opera necessaria, come hanno scritto, tra gli altri, gli studiosi Manuel Cohen e Fabio Ciceroni.

È possibile fornire un quadro dei poeti e relativi dialetti di provenienza, vista la differenza tra i dialetti della costa e dell’entroterra, la vicinanza con la Romagna?

Prima di presentare gli autori antologizzati, nell’introduzione ci è sembrato logico proporre una mappatura ragionata dei vari dialetti, date le note differenze interne di questa «regione al plurale», come rilevava Piovene in Viaggio in Italia. Nelle Marche i dialetti non si diversificano solo in senso latitudinale (dalla costa  all’Appenino), ma anche longitudinale, seguendo grosso modo i confini provinciali (tranne per la provincia di Ancona che è la più disomogenea). Di conseguenza è possibile individuare quattro gruppi dialettali: gallo-romanzo (provincia di Pesaro-Urbino e Senigallia, in provincia di Ancona), dialetti mediani della provincia anconetana, dialetto di ascendenza umbra (nell’area maceratese-fermano-camerte) e dialetto con forti elementi nord-abruzzesi parlato dalla Val d’Aso alla Val Truentina (provincia di Ascoli Piceno). In essi cambiano, in base alle varie aree di appartenenza linguistica, sia gli accenti che il lessico.
Sempre nell’introduzione, inoltre, abbiamo presentato le generazioni che hanno tracciato il passaggio dalla vecchia alla nuova poesia dialettale, individuando poeti di tradizione e di transizione fino a giungere ai neodialettali, tra i quali i primi a testimoniare il cambio di rotta sono stati Scataglini (già propriamente definito “neovolgare” da D’Elia e per cui è riduttivo parlare semplicemente di dialetto anconetano), Ghiandoni (dialetto fanese), Mancino (dialetto osimano) e Fontanoni (dialetto di area pesarese-urbinate). Essendo stati, soprattutto i primi tre, già ampiamente storicizzati, abbiamo deciso di includerli in qualità di padri letterari, per poi lasciare spazio ai nuovi. Tra questi abbiamo inserito i pesaresi-urbinati Germana Duca, Rosanna Gambarara, Michele Bonatti e Ambra Dominici; i senigalliesi Antonio Maddamma e Andrea Mazzanti; gli anconetani Anna Elisa De Gregorio, Nadia Mogini, Massimo Vico, Gabriella Ballarini, Luca Talevi e Francesco Gemini; gli jesini Floriana Alberelli e Massimo Fabrizi; la maceratese Diana Brodoloni; i fermani Marco Pazzelli e Gianluca D’Annibali; gli ascolani Mariella Collina, Angelo Ercole e Piero Saldari. Ogni area regionale risulta dunque debitamente campionata non solo a livello geografico, ma anche anagraficamente, visto che sono rappresentate ben quattro generazioni di poeti.

Avete verificato la presenza di idioletti, o c’è aderenza al parlato? L’italiano ha modificato, nell’ampia porzione temporale scelta, il dialetto, o ciò emerge solo nelle ultime generazioni?

Certamente. È necessario prendere atto del fatto che il dialetto, come ogni altra lingua viva, subisca dei mutamenti. Ma questo non deve essere motivo di rimpianto. Infatti per quanto sia importante documentare il vecchio dialetto e preservarlo, non è altrettanto funzionale per la poesia fossilizzarsi su una lingua da museo. Di questo si occupano gli storici della lingua e i dialettologi. Lo scarto che invece abbiamo notato è proprio quello avvenuto nell’ibridazione tra l’italiano e un dialetto che comunque non rinuncia al recupero di termini tradizionali e alla sua caratteristica prosodia. Tuttavia la scolarizzazione di massa, lo spostamento dalle campagne alle città con il conseguente assottigliamento dei divari socio-economici e la diffusione dei linguaggi massmediatici, nel tempo hanno determinato un sostanziale cambiamento. Ogni autore, nel senso etimologico del termine, è chiamato ad aggiungere qualcosa contribuendo con il suo personale idioletto o con il suo modo di attingere a un nuovo genere di linguaggio parlato. Ed è possibile riscontrare tale fenomeno, con le dovute proporzioni o personali attitudini, un po’ in tutti i neodialettali marchigiani, a prescindere dalla generazione.

Quali sono i temi principali? È possibile raggruppare attorno ad alcuni concetti i poeti o c’è molta differenziazione tra le poetiche?

Per quanto riguarda i temi, si passa dal dialogo con la concreta realtà domestica alla pura astrazione metafisica, da un piano temporale presente o futuro al ricordo, dagli spazi cittadini agli scorci naturalistici marini o di campagna, dall’intimismo esistenziale e psicologico ai risvolti collettivi delle piaghe sociali, dalla sottile ironia nei confronti del vivere alla satira contro le ingiustizie sociali, dalla realtà quotidiana alla contemplazione di un vago leopardiano che sembra essere la matrice che accomuna tanti scrittori marchigiani. Pur tenendo conto delle condivisibili tesi sostenute da Gezzi e Ruggieri, ma anche da Nota, in base alle quali non esiste una precisa linea marchigiana, si potrebbe comunque ricordare, nonostante gli esiti differenti di ciascuno, l’ipotesi di Carlo Antognini in merito all’influenza esercitata sui marchigiani dal paesaggio, appunto riconducibile a una matrice comune e condivisa: la cosiddetta funzione leopardiana.

 

da Poeti neodialettali marchigiani (a cura di Jacopo Curi e Fabio M. Serpilli, Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche 2018)

 

Mariella Collina

Primavera a San Marco

De bbotta la vita e la morte
se ‘ngandétte.
Pe’ ‘nu memènde me parette
che l’eternità
fusce ‘nu fiore.

Primavera a San Marco – Di colpo la vita e la morte / si fermarono. / Per un momento mi sembrò / che l’eternità / fosse un fiore.

(Dialetto di Ascoli Piceno)

 

Anna Elisa De Gregorio 

Salva con nome

Furtuna l’artigiano, che comèda
le parole come le bambole vechie:
ce taca n astigo che je fa mòve,
da novo, i braci, le gambe e cumbina
corpo de parole vive.
Lu fa l ruvescio dî tarli,
salva con nome voci
antighe de dialeto
che ce scancela l tempo.
Ncora memoria resta,
materia giuvineta contr’a la morte.

Salva con nome – Per fortuna c’è l’artigiano, che accomoda / le parole come le bambole vecchie: / inserisce un elastico che fa muovere, / di nuovo, le braccia, le gambe, e combina / un corpo di parole vive. / Lui fa il contrario dei tarli, / salva con nome ogni voce / antica del dialetto / che il tempo vorrebbe cancellare. / La memoria ancora resta, / materia sempre nuova contro la morte.

(Dialetto di Ancona)

 

Rosanna Gambarara

Cert matin

Cappita de sveghiass cert matin
sa ‘n sens confus intrus de straniament,
tla bocca l’impalpabbil sediment
d’un sogn’, de restè in billich tel confin

del sonn’ (dedentra com ‘na spec de spin)
a cerchè calcò ch’en t’arvien in ment,
mentre t’ s’apra davanti a tradiment
l’atesa stupefatta dla rutin.

Ma pó’ senti la luc’, senti de fora
tel silensi sospes i mulinell
frusciant dle foi, qua e là i prim vers di ucell.

E s’arcompon la geografia dla stansa
pian pian da la penombra. E s’arcolora
fedel puntual el palpit dla speransa.

Certe mattine – Capita di svegliarsi certe mattine / con un senso confuso intruso di straniamento, / nella bocca l’impalpabile sedimento / di un sogno, di restare in bilico sul confine // del sonno (dentro come una specie di spino) / a cercare qualcosa che non ti ritorna in mente, / mentre ti si apre davanti a tradimento / l’attesa stupefatta della routine. // Ma poi senti la luce, senti fuori / nel silenzio sospeso i mulinelli / fruscianti delle foglie, qua e là i primi versi degli uccelli. // E si ricompone la geografia della stanza / pian piano dalla penombra. E si ricolora / fedele puntuale il palpito della speranza.

(Dialetto di Urbino – PU)

 

Nadia Mogini

Fase male da sé

A spaségiu pe la cità
‘n ochio aj anúnci dî morti
cu la paura d’èse scrito.

Autolesionismo – A zonzo per la città / uno sguardo agli annunci mortuari / con la paura del proprio nome scritto.

(Dialetto di Ancona)

 

Massimo Vico

panta rei

el fiume scóre
anza dòpo anza
cuscì la vita
anzia dòpo anzia
‘riverà ‘ntel zuo mare
una ròba nun zo
sarà ‘na libertà
o solo cunfusió?

panta rei – il fiume scorre / ansa dopo ansa // così la vita / ansia dopo ansia / arriverà al suo mare // una cosa non so / sarà una libertà / o solamente confusione?

(Dialetto di Ancona)

 

Germana Duca

Horae nocturnae – Hora quarta

Me mord ma la galornia la voja
d’ fuggia, ma en c’ho piò la sveltessa
per saltè distant da la vena
del su’ col, dai vissi del cor:
lo’ me procura carta e inchiostre
e i’ li lavor volentieri; po’,
tel silensi’, scappa fora ‘na paggina.
El scur cala a la svelta: en importa
a nesun se no’ due, caminand
vers la piassa, a bracet e discorend,
sem del post opur de pasagg’.
Maturità improbabbil, tut
è discutibbil. Polpa d’i giorne,
ora per ora, sem per sem,
la strada se scorda subbit de chi
è pasat: en conta el ritorne
dl’identica impronta e traciat.
El nostre, tla not, ce porta
al Super, al Ducal o al Nova Luc’?
Al cinema, la prima volta insiem,
è stat per La caduta degli dei; dop
en nutti Zabriskie Point, Arancia
meccanica, Ultimo tango a Parigi
E stasera, sa i capei grigi?

Horae nocturnae – Hora quarta – Mi morde alla caviglia la voglia / di fuggire, ma non ho più sveltezza / per saltare lontana dalla vena / del suo collo, dai vizi del cuore: / lui mi procura carta e inchiostro / e io li lavoro volentieri; poi, / tacita, si inalbera una pagina. / II buio cala rapido: non importa / a nessuno se noi due, camminando / verso la piazza, a braccetto e parlando, / siamo del posto oppure di passaggio. / Maturità improbabile, tutto / è discutibile. Polpa dei giorni, / ora per ora, seme per seme, / la strada si scorda subito di chi / è passato: non conta il ritorno / dell’identica impronta e tracciato. / Il nostro, nella notte, ci conduce / al Super, al Ducale o al Nuova Luce? / Al cinema, la prima volta insieme, / fu per La caduta degli dei; poi / vennero Zabriskie Point, Arancia / meccanica, Ultimo tango a Parigi… / E stasera, con i capelli grigi?

(Dialetto di Urbino – PU)

 

Maria Gabriella Ballarini

Nun se ferma

Nun se ferma tut’intero
‘sto penziero,
nun ciài ‘l tempo
de fàte sovenì
‘ndu è c’hai visto qul culore
belo de viole
e chi t’ha fàto sentì
qul’udore beato.

Ma è sciguro
che c’è stato…

Non si ferma – Non si ferma tutto intero / questo pensiero, / non hai il tempo di farti tornare in mente / dov’è che hai visto quel colore / bello di viole / e chi ti ha fatto sentire / quell’odore beato. // Ma è sicuro che c’è stato…

(Dialetto di Ancona)

 

Floriana Alberelli 

‘L maggiolì

Nero,
t’ho visto cascà sottosopra,
eroe all’incontrario.
Sgranfigni l’aria
eppure voresti trabaltà ‘l monno.
Ma ‘l caso ha trabaltado te,
meschino sognatore,
te finirà ‘l destino.
Oppure,
roscio a puà, rpijerai ‘l volo
pe’ ‘na magia…
de la ma’ mia.

Il maggiolino – Nero, / ti ho visto cadere sottosopra, / eroe all’incontrario. / Graffi l’aria / eppure vorresti rivoltare il mondo. / Ma il caso ha rivoltato te, / meschino sognatore, / ti finirà il destino. / Oppure, / rosso a pois, riprenderai il volo / per una magia… / della mia mano.

(Dialetto di Jesi – AN)

 

Diana Brodoloni 

02 lujo (in bici ‘ntra i campi)

Lettere sperze
de penzieri sparnicciati
se ‘nfilene a caso
n’tra i fili del ventu

E se le nninnene
e se le nnannene
a le spighe gravide

Daggià el tempu l’hanne fenitu

Sarà pino de pula
quannu che se ‘rlèa el zole
      dumà!

02 luglio (in bici tra i campi) – Sillabe sperse / di sparuti pensieri / s’infilano a caso / in fili di vento // Ninnano nenie / tra le spighe gravide // Già il tempo è maturo // Satura di pula / sarà l’alba / domani!

(Dialetto Porto Recanati – MC)

 

Luca Talevi

Cunfusió

Cum’è che me ritrovo a sparte
i sogni, poghi,
al tanto de la malasorte
chi a pogo a pogo m’ha ‘costato i scuri
spento la voce al zole lasciando solo crepe
che se rincore tra ‘sti quatro muri
chi è c’ha gambiato el senzo a le parole
chi l’ha cunfuso e m’ha fato schivo
che le persone, sogni, cose, prima era ‘n verbo
amare
adè amare me l’ha ridoto solo
a ‘n agetivo.

Confusione – Com’è che mi ritrovo a dividere / i sogni, pochi, / al tanto della malasorte / chi a poco a poco mi ha accostato le persiane / spento la voce al sole lasciando solo crepe / che si rincorrono tra queste quattro mura / chi ha cambiato il senso alle parole / chi l’ha confuso e m’ha fatto schivo / che le persone, sogni, cose, prima erano un verbo / amare / adesso amare me l’ha ridotto solo / a un aggettivo.

(Dialetto di Ancona)

 

Massimo Fabrizi

Sotto ‘l velo che la mente fascia

Se pe’ lancinante languore
sotto ‘l velo che la mente fascia
‘na spinta, ‘n soffio, ‘n bajôre
tènne come ‘n arco la freccia
e se scâja contro
la dura corteccia
èrta, che schiude ‘n rabbioso
lamento come ‘na preghiera
su la balaustrada de ‘n fosso
secco a la speranza,
allora ecco come pure
tutto appare e se dissolve.

Sotto il velo che la mente fascia – Se per lancinante languore / sotto il velo che la mente fascia / una spinta, un soffio, un bagliore / tende come un arco la freccia / e si scaglia contro / la dura corteccia / spessa, che schiude un rabbioso / lamento come una preghiera / sulla balaustrata di un fosso / secco alla speranza, / allora ecco come pure / tutto appare e si dissolve.

(Dialetto di Jesi – AN)

 

Francesco Gemini

*

Hî fato ‘n’ombra
‘tacata al corpo mio

L’hî vuluta fà
per fàme nudu
davanti a la luce
dei giorni

A lungheza de cervelo
strombeta e sfiata
‘n’antra metà
che io vurìa

Hai creato un’ombra / attaccandola al mio corpo // Hai voluto farla / per farmi essere nudo / nei confronti della luce / della vita // Pensandoci bene la mia mente / è felice e sfinita / ma io un’altra metà / vorrei accanto

(Dialetto di Ancona)

 

Antonio Maddamma 

La bendula e ‘l lum

La bendula n-t-l regn
d’n lum ch. s. spegn
ch. vurìa fa’ la vaga
d.l lum e s’imbriaga
e coc l. lal e mor
n-t quel ch dic amor,
ma me m. par cumpagna
ma l’annima ch bagna,
ma l’annima ch molla
‘l corp n-t-la pescolla
d.l fium d. la mort
sa ‘n occhi apert e stort
e bocca drent’al fum
com si foss ‘n lum.

La farfalla e il lume – La farfalla nel regno / di un lume che si spegne, / che vorrebbe fare la vaga / del lume e s’ubriaca / e si brucia le ali e muore / in ciò che lei dice amore, / a me sembra simile / all’anima che bagna, / all’anima che ammolla / il corpo nella pozza / del fiume della morte / con un occhio aperto e storto / ed entra dentro quel fumo / come se fosse un lume.

(Dialetto di Senigallia – AN)

 

Marco Pazzelli 

Notte

La notte ha gghjià sgraffiato
l’utumu candu de sole. L’affanni,
purtroppo o pe’ ffurtuna, ormà è ffiniti.
Ll’addìi m’ha salutato da lu trenu
co ffazzulitti vianghi.
Tra li capijji su la foderetta
re ssettima va sembre a ssol minore.

Notte – La notte ha già graffiato / L’ultimo canto di sole. Gli affanni, / purtroppo o per fortuna, ormai sono finiti. // Gli addii mi hanno salutato dal treno / con fazzoletti bianchi. // Tra i capelli sul cuscino / re settima va sempre a sol minore.

(Dialetto di Monte San Pietrangeli – FM)

 

Gianluca D’Annibali 

La nebbia

La matina
la nebbia su le strade se tè’ vassa,
striscenne ‘gni tando àza la coccia:
a le porte e a le fenestre vussa,
ma ppó’ rrendro a le case n’gé bbòcca…

E mmendre che ‘ttraerso ‘ste stradelle
penzo che jjé ‘ssumijo, che ppur’io
se cciaéssi consistenza de noèlle,
rendro a la vita dell’atri
forse n’gé bboccherìo.

La nebbia – La mattina / la nebbia sulla strada si tiene bassa, /strisciando ogni tanto alza la testa: / bussa alle porte e alle finestre, / ma poi dentro le case non entra… // E mentre attraverso queste stradine / penso che le assomiglio, che anche io / se avessi consistenza di niente, / dentro la vita degli altri / forse non ci entrerei.

(Dialetto di Porto Sant’Elpidio – FM)

 

Andrea Mazzanti

Dria Marina

Intigna la cagnara ch la magna
sa l mar ch la sconquassa e la scojona
mozzigata e messa sott come cagna
de pietre fa corazza e c’ha corona.

E n’n dà né appigli o approdi a chi se bagna
né posti p’i ombrelÓn, né aria bona
ch l’Api raffinata l’accumpagna
e grezza e ostil arman a ogni persona.

E l mar c’ha ‘rvumitat su n’accozzaja
de plastighe, marcium e de mondezza
p.rché j segass le gamb pr rappresaja.

E ntel cercà scavand la b.lezza
pr terra, nte sta terra ch m’eguaglia
io artrovo la mia stessa debolezza.

Dria marina – Insiste nella litigata che la consuma / con il mare che la sconquassa e l’abbatte / morsa e sottomessa come una cagna / con le pietre si fa una corazza e una corona. // E non dà né appigli né approdi ai bagnanti / né posti per gli ombrelloni, né aria salubre / che l’Api (la raffineria) raffinata le è compagna / e risulta grezza e ostile ad ogni persona. // E il mare ci ha rigettato sopra un’accozzaglia / di plastiche, marciume e di immondizia / per segarle definitivamente le gambe (per toglierle ogni speranza) per rappresaglia. // E nel ricercare scavando la bellezza / lungo questa terra, in questa terra che mi eguaglia / io ritrovo la mia stessa debolezza.

(Dialetto di Senigallia – AN)

 

Michele Bonatti

El carbunè

Sta ferm e dritt el carbunè
j’occhi rossi d’la vampa di tizoni
ent’la nott d’fum e senza luma.

I grilli de fer conten el temp
che camina senza discurra
e le su men secch brucen
cum la legna che cumida,
stessi taj, stessa materia
un sol corp sopra l’altèr.

Dritt e ferm sta el carbunè
t’la speranza che ‘l mont rischieri
da lì a póch.

Il carbonaio – Sta fermo e dritto il carbonaio / gli occhi rossi della vampa dei tizzoni / nella notte di fumo e senza lume. // I grilli di ferro contano il tempo / che cammina senza discorrere / e le sue mani secche bruciano / come la legna che accomoda, / stessi tagli, stessa materia / un solo corpo sopra l’altare. // Dritto e fermo sta il carbonaio / nella speranza che il monte rischiari / da lì a poco.

(Dialetto di Piobbico – PU)

 

Ambra Dominici 

Oltr la Truginella

C’era la santa e c’era la putana,
c’era chel por Crist e c’era l pret,
c’era pcat nt nicò
e alora oltr la Truginella spiavi ‘l paradis
ch c’ha per toppa l’orizzont
se chi’l varda è l’occhi grand d’un fiol.

Oltre la Truginella – C’era la santa e c’era la puttana, / c’era quel povero Cristo e c’era il prete, / c’era peccato in tutto / e allora oltre la Truginella spiavi il paradiso / che ha per toppa l’orizzonte / se chi lo guarda è l’occhio grande di un bambino.

(Dialetto di Fratte Rosa – PU)

 

Fabio Maria Serpilli (Ancona, 1949) ha studiato filosofia e teologia presso la Pontificia Università Lateranense a Roma. È stato docente di scrittura creativa all’Accademia delle Belle Arti di Urbino e dal 1996 è coordinatore del premio “Poesia Onesta”. Svolge attività divulgativa con laboratori di scrittura poetica e in qualità di presidente dell’associazione culturale “Versante”. Tra le sue raccolte si ricordano: Castalfretto nostro (Tarabelli 1989), Mistero in cartapesta (Guardamagna 1993), Portonovo (Quaderni del premio “G. Modena” 1997), Mal’Anconìa (in Canto a cinque voci. Poeti in lingua e in dialetto, Humana 1999), Èl paés e la cità (in I luoghi dell’anima, peQuod 2002), Ad aperto silenzio (La Fenice 1998), Distici mistici (in … e dello spirito, a cura di F. Ciceroni, Nuove Ricerche 2000), Esino, immagini e parole (Tarabelli 2005), Falconara e i quaranta padroni (L’Orecchio di Van Gogh 2009), A la babalàna (Versante 2016), Lengua de Aleluja (in Lingua lengua. Poeti in dialetto e in italiano, Italic Pequod 2017). Dal 1994 al 1996 suoi testi sono stati pubblicati da V. Volpini nell’antologia natalizia di «Famiglia cristiana» insieme a M. Luzi, T. Guerra, F. Loi, G. Conte, G. Cristini e L. Erba. Nel 1996 ha rappresentato la provincia di Ancona al certamen poetico del Pio Sodalizio dei Piceni a Roma con L. Martellini, U. Piersanti e R. Berti Sabbieti. Suoi testi sono presenti nelle antologie L’Italia a pezzi (AA. VV., Gwynplaine 2014) e Dialetto lingua della poesia, curata da O. Ciurnelli (Cofine, 2015).

Jacopo Curi (San Severino Marche, 1990) vive in provincia di Macerata ed è docente di lettere. Collabora con le associazioni “Versante” (anche come giurato del Premio “Poesia Onesta”) e “Umanieventi”, e si occupa di critica letteraria nelle redazioni di «Poesia del nostro tempo» e «Nuova Ciminiera». Ha pubblicato una silloge dialettale in Lingua lengua. Poeti in dialetto e in italiano (Italic Pequod 2017) e con F. M. Serpilli ha curato Poeti neodialettali marchigiani (Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche 2018). Del 2019 è la sua raccolta d’esordio L’immagine accanto, edita da Arcipelago itaca. Suoi testi sono apparsi anche su blog e riviste e sono stati inseriti nell’antologia Abitare la parola. Poeti nati negli Anni Novanta (Ladolfi 2019) di E. Rimolo e G. Ibello.

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