All’epoca che stiamo vivendo non sono mancati i libri della commiserazione, del lamento, della riscossa annunciata e impraticata. Quello che mancava finora era un libro che fungesse da referto onesto, schietto, asciutto – e senza cinismi chic – dei nostri limiti, tic, handicap di carattere e di tempra. Credo lo abbia scritto Luciano Mazziotta con Posti a sedere, edito da Valigie Rosse. Posti a sedere come quelli di un cinema o un teatro, dove la vita si osserva accadere, ma anche “posti” come participio passato, nel senso di “ci siamo posti” o “ci hanno posti” a sedere, e quindi tenuti a bada, parcheggiati. C’è spazio per entrambe queste interpretazioni dopo la lettura della raccolta – da fare rigorosamente almeno due volte se non tre, come richiedono i libri di poesia veri.

Al cinema la scrittura visiva, pressoché scenica in molti passaggi, di Mazziotta deve molto, in particolare in certi movimenti dello sguardo e nella ripresa di dettagli di grande efficacia e carica ansiogena che ci vengono mostrati in una delle sezioni più intense e riuscite della raccolta, Fanno spazio. Tuttavia, è sempre lo sguardo il tema principe di questo lavoro, uno sguardo dietro il quale l’io gioca a nascondersi per lasciare però spazio alle inquietudini, ai “fantasmi autobiografici” come li definisce Paolo Maccari nel risvolto di copertina, alle ossessioni dell’autore. Un gioco annunciato già nel primo testo, che chiude con un verso che suona come la formula di un prestigiatore: “e adesso adesso sparisco sparisco anche io”. Basta poi voltare pagina per trovare invece una corrispondenza alla seconda ipotesi: nella seconda poesia della raccolta, e prima della sezione Questo posto, c’è una sedia al centro di tutto, raffigurata nella sua essenza materiale e nella sua geometria esatta, quasi in una proiezione ortogonale. Sembra di vedere la sedia dove si siederà il soggetto-oggetto di un interrogatorio: “è questo il posto questo / il racconto concesso”. Siamo lì, insomma, che guardiamo e siamo guardati, ma soprattutto siamo contenuti. Perché se c’è uno spazio scenico al centro di Posti a sedere, questo è la casa, privata di ogni archetipo letterario rivestito nella tradizione poetica: luogo da cui si fugge o al quale si vuole tornare, rifugio, scrigno degli affetti, conquista, memoria e così via. Qui siamo di fronte a uno spazio domestico che è un puro ente geometrico, un insieme di linee e corde che delimitano un ring, quasi un’astrazione claustrofobica – e in qualche punto si ripensa all’invenzione scenica di Dogville, con quelle case ridotte a meri spazi teatrali tracciati a terra da Lars von Trier, regista non a caso citato esplicitamente nella raccolta con un altro suo film, Melancholia.

Dunque, la casa come acquisizione di uno status della maturità e come luogo di definitiva e adulta realizzazione del sé diventa uno spazio che si riempie fino al soffitto di tensioni, risentimenti, frustrazioni di vite da “piccoloborghesi soddisfatti dei propri traguardi”, come ha scritto Marilena Renda in una recensione a Posti a sedere su Poetarum Silva; soddisfatti e quindi svuotati, a tal punto da orientare la propria esistenza verso l’odio e il rancore. Bellissima ed efficace anche grazie all’abilità grammaticale di Mazziotta l’iterazione del “si odiano” in principio di una serie di testi della sezione Fanno spazio, formula ogni volta declinata con variazioni che permettono di vedere questo sentimento in azione da tante angolature diverse – eccolo ancora, il cinema.

Ad accrescere, esasperare il portato ansiogeno introdotto dalla raccolta concorre in misura decisiva la scrittura ritmico-percussiva di Mazziotta, che intesse una trama precisa e inesorabile dal punto di vista metrico con versi scanditi che anche alla lettura silenziosa fanno sentire la forza del loro pulsare. Il ritmo delle poesie di Posti a sedere, tuttavia, non è il ritmo che porta via e fa “correre” il testo, ma inchioda il lettore al suo incedere martellante, obbligandolo a vivere fino in fondo l’esperienza straniante che l’autore gli ha preparato. A questa tessitura, si aggiunge un design del verso dal punto di vista tipografico che rinuncia completamente alle maiuscole e riduce la punteggiatura all’osso, servendosi dei soli punti fermi e dei due punti – solo una virgola si fa vedere in tutta la raccolta – rendendo quindi visivamente i versi simili a righe di codice Morse riportate sulla pagina a mo’ di dispaccio. Il tentativo sembra essere quello di disciplinare, almeno letterariamente, un certo ribollio esistenziale che il poeta registra come distintivo del tempo che viviamo e che forse è dovuto in gran parte, come si diceva all’inizio, ai limiti e ai difetti delle nostre scelte di vita: “se avessimo allora interrotto / il progetto la casa la culla le frasi dotate di senso / soltanto qua dentro. la data era quella una cifra qualunque / sfogliata come una pagina bianca in agenda: // era quella la data prima che fossimo posti a sedere / a comporre ogni giorno la scena finale di melancholia”.

In quella che possiamo considerare la seconda parte della raccolta, Mazziotta cambia la prospettiva, ci porta fuori dal confine domestico asfittico visto finora e, con la sezione Case museo, ci accompagna a Palermo, sua città natale, a partire dalla Cripta dei Cappuccini, luogo che con le sue mummie quasi celebra la morte come mutamento di punto di vista sull’eternità. “Dall’imbalsamazione in vita paventata nella prima sezione a veri cadaveri mummificati”, come ha scritto Roberto Batisti su La Balena Bianca; e infatti la stessa cripta assomiglia sinistramente a un teatro dove noi guardiamo e siamo riguardati, dove forse non sono i morti lo spettacolo per i vivi, ma i vivi lo sono per i morti. Gioco di punti di vista che si ripete nella sequenza dedicata al magnifico affresco del Trionfo della Morte – sequenza aperta da una poesia memorabile che delinea il percorso all’aperto nel traffico palermitano, tra sole, parcheggi, strisce pedonali, mezzi in movimento sotto lo sguardo dei palazzi.

Significativamente, Posti a sedere si chiude con un esergo dall’americano Philip Schultz, che recita “The present remains uninhabitable”, il presente rimane inabitabile, e la chiave sta nel verbo: rimane qualunque cosa tu faccia, qualsiasi sguardo tu decida di applicargli. Non è un caso che questa frase chiuda l’ultima sezione della raccolta, dal titolo Piano sequenza. Se nella prima parte del volume sono i dettagli e un montaggio serrato di campi e controcampi a dettare il ritmo, ora ci sono sequenze più continue e distese, che cercano di comprendere la maggior parte di realtà possibile all’interno dell’inquadratura, quasi alla ricerca di un riscatto nella simultaneità: se qui non funziona, forse attorno a noi c’è un angolo di realtà che possiamo abitare. Però, prima della citazione di Schultz, ci pensa l’ultimo testo a lasciare poco spazio ai dubbi: “si verifica l’identico qui come altrove / come altrove si recita il teatro fuori quadro”. Lo spazio è inabitabile, il presente è inabitabile, ma la progressione stilistica e compositiva mostrata in Posti a sedere lascia comunque, anche in virtù della sincerità conquistata nella scrittura, qualche vibrazione positiva. Intanto perché segna uno spartiacque nel percorso poetico di Luciano Mazziotta e probabilmente rende questa raccolta l’inizio della maturità di questo autore; e poi perché mantiene una promessa già in nuce nelle precedenti raccolte, ovvero quella di continuare a leggere una voce tra le più importanti della sua generazione e in generale una voce rilevante per la poesia italiana dei nostri anni, capace di metterci di fronte a una visione scomoda: quella di noi stessi alle prese con le vite che ci stanno toccando in sorte e con la postura comoda che, raccontata come conquista sociale, si rivela la trappola nella quale rimaniamo invischiati.

 

 

e gli ospiti sono fantasmi ai lati del pendolo

e dubbi domande le nozze un altro defunto

e due sottovoce s’ignorano come gemelli

e tre chiedendo permesso si serrano in camera

e gli altri sono fantasmi ai lati del pendolo

e il pasto è abbondante ne avanza si butta discutono

e gli ospiti non li salutano gli ospiti contano

e chi si assopisce e chi resta e un uomo disteso agonizza

e fuori fa giorno c’è venere macchine primi citofoni

e uno che accede alla sala ferito ripete

e adesso adesso sparisco sparisco anche io.

***

eppure una data c’era una data che avremmo allora dovuto

svendere prima che questi poveri figli nascessero

a vivere come futuri pazienti dei nostri analisti

o di quello che ancora sconosce le colpe che abbiamo

raccolto e concesso in eredità: mostri e miracoli

e martiri e maschere. meglio

se avessimo allora interrotto

il progetto la casa la culla le frasi dotate di senso

soltanto qua dentro. la data era quella una cifra qualunque

sfogliata come una pagina bianca in agenda:

 

era quella la data prima che fossimo posti a sedere

a comporre ogni giorno la scena finale di melancholia.

***

il risultato di un’onda sonora imprevista

un gong dall’esterno che sfibra il campo visivo.

 

sono i vicini che lanciano oggetti e si inseguono

oppure auto in sosta che assorbono l’urto delle altre.

 

o ancora ambulanze che hanno frenato di colpo

o cicche lanciate in attesa al pronto soccorso.

 

si verifica l’identico qui come altrove

come altrove si recita il teatro fuori quadro.

 

la luce su medea coglie solo lei che trema

ma muoiono i figli e precipita il rumore sull’immagine.

 

 

 

Luciano Mazziotta è nato a Palermo nel 1984. Specializzato in Scienze dell’antichità con una tesi sui rapporti tra filosofia e medicina in Galeno e Platone, ha vissuto tra Palermo, Amburgo, Berlino e Bologna. Attualmente vive a Bologna, e insegna lingua e letteratura italiana nei licei. Nel 2009 è uscita la sua prima silloge di poesie Città biografiche (editrice Zona) e nel 2014 Previsioni e lapsus, (Zona – Collana Level 48). Sue poesie e prose sono state pubblicate sui blog “Nazione Indiana”, “La dimora del tempo sospeso” e “Poetarum silva” di cui è anche redattore. Altri testi sono presenti sulle riviste Poeti e poesia (nr. 21), nel Registro di poesia #5 (D’if), in Semicerchio – Rivista di poesia comparata, su Argo (XVIII), e, da ultimo, nel numero XVIII di Ulisse. Poetiche per il XXI secolo. Il suo ultimo libro di poesie è Posti a sedere (Valigie Rosse 2019).

 

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