Marco Pilotto è nato a Cittadella e residente a Piazzola sul Brenta (PD), lavora come infermiere all’ospedale civile di Padova. Disegnatore da sempre e haijin dal 2013, è il vincitore del premio per haiku “Penna d’Oro” nel 2013, del premio internazionale haiku di Cascina Macondo nel 2015 e terzo classificato al concorso haiku “Matsuo Bashō” della Associazione Italiana Haiku, sempre nel 2015. Nel 2016 è stato premiato con la menzione d’onore al “Jane Reichhold Haiga Competition”. Ha ricevuto riconoscimenti e menzioni in vari concorsi internazionali e i suoi scritti sono stati pubblicati in vari Paesi Stranieri tra cui: Giappone, Russia, India, Inghilterra, Spagna, USA. Dal 2016 lo si vede sempre meno presente nella sfera internazionale dello Haiku, preferendo l’insegnamento dello haiku nelle scuole elementari.

Benvenuto, caro Marco. E’ un piacere ospitarti in questa rubrica dedicata alla poesia haiku, iniziamo con una domanda indispensabile per capire il tuo modo di concepire e di approcciare a questo genere poetico così peculiare: cosa rappresenta per te la poesia haiku? Come ti sei avvicinato a questo genere letterario così particolare ed essenziale?

A scuola, più che ascoltare le lezioni, disegnavo e mi dilettavo a scrivere “poesie”. Qualcosa di più serio è nato nel 2012 a seguito di un evento negativo. Un mio amico d’infanzia nel 2009 si è ammalato di SLA (sclerosi laterale amiotrofica). Noi amici abbiamo così deciso di scrivere un libro intitolato “Il mio amico Fabietto”, un libretto che racconta e racchiude le nostre avventure, un percorso di amicizia che vede Fabio sia in momenti di piena salute sia in momenti contrassegnati dalla malattia. (I vari proventi derivanti dal libro sono stati devoluti alla ricerca sulla SLA). Fu proprio scrivere parte di questi racconti che mi ha, in qualche modo, schiuso al mondo della scrittura. Nel novembre 2012 feci il mio primo concorso, “Brividi” dedicato a racconti horror, indetto dal forum “Abaluth”. Da allora considero il forum Abaluth una sorta di nido in cui sono nato. E proprio in questo forum di scrittura ho conosciuto, nel febbraio 2013, lo haiku.
Per me la poesia haiku non è solo un modo di fare poesia, essa rappresenta anche una chiave di lettura diversa delle cose che ci circondano, un modo diverso nell’interpretare la natura, più profondo, più intimo che è capace di far schiudere quelle piccole cose che altrimenti resterebbero incomprese. Diventa così una continua ricerca e un continuo meravigliarsi di fronte a esse. Sono convinto che la poesia haiku è un piccolo granello di vita, di esistenza: essa può essere paragonata al fiore di ciliegio che si stacca dal ramo, a un’orma lasciata sulla sabbia, a tutte quelle piccole cose che attraversano gli occhi e la nostra esistenza senza far rumore… con leggerezza, ma con una possente e sbalorditiva profondità.

 

Seguendoti sui social, ho avuto modo di leggere e studiare i tuoi componimenti. Mi sembra che, a volte, tendi a non rispettare lo schema sillabico di 5/7/5 sillabe, desidererei chiederti: credi che tu abbia percorso e superato le varie tappe dello Shu – Ha – Ri? Ossia gli step necessari per poter padroneggiare un’arte, in questo caso, ovviamente, mi riferisco all’arte dello haikai: Shu, impara la regola; Ha, discostati dalla regola; Ri, trascendi la regola. Quanto è importante per te tenere in conto i crismi di questo genere poetico? Mi riferisco, in particolare, al conteggio sillabico, al riferimento stagionale (kigo / kidai) e alla giustapposizione in uno haiku di due immagini differenti (toriawase) o di una sola immagine (ichibutsujitate).

Non credo che la poesia haiku sia fatta principalmente di regole è anche qualcosa che va oltre e che trova un equilibrio fra le due cose. Per quanto mi riguarda, se in principio ero un ferreo sostenitore delle regole a un certo punto ho sentito il bisogno di scrollarmele di dosso, favorendo un verso più libero, semplice e talvolta più leggero.

Di sicuro per capire lo haiku bisogna, in primis, conoscere le regole, ma ancor più capire perché ci sono. Credo che ognuno di noi, haijin o no, amanti di questa forma poetica non si sia solo accontentato di ciò che riusciva a reperire in rete o in biblioteca ma, in qualche modo, abbia cercato uno stile proprio, una propria verità su questa forma poetica. Un’esperienza bellissima che ho fatto è stata quella di insegnare lo haiku ai bambini delle elementari: sono stati loro a indicarmi che le regole sono meno importanti del “sentito”, che le sensazioni vanno gettate su carta e che più ci lavori più ci si allontana da quel senso di meraviglia che è stata la scintilla dell’emozione, in altre parole che la meraviglia non può essere trascritta. Quindi per rispondere alla tua domanda credo che uno haiku debba avere nella sua struttura dei canoni ben precisi ma questi non sono che la punta dell’iceberg.

Quasi tutte le Nazioni europee (e non solo) hanno almeno un’Associazione di riferimento per promuovere la corretta diffusione, lo studio e l’approfondimento dello haiku nei loro rispettivi Paesi. In Italia l’Associazione Italiana Haiku (AIH) si è sciolta nel 2015: come credi possa venir tutelato e promosso lo haiku italiano a livello nazionale ed internazionale non essendoci, attualmente, un’istituzione o un ente di riferimento che possa fungere da “centro agglutinate” favorendo un’osmosi, al contempo personale ed artistica, fra gli haijin italiani? Come pensi sia lo “stato di salute” dello haiku in Italia?

Per me AIH non è mai morta, aspetta solo qualcuno che la rianimi. Ero molto affezionato a essa e mi sentivo molto vicino alle sue direttive. Ogni tanto riscopro qualche suo seme in alcuni componimenti di altri haijin anche se, devo dire la verità, viene a mancare, come fai notare, un senso di aggregazione fra gli scrittori di haiku. Io stesso, non identificandomi in alcun gruppo, sono diventato un haijin errante e solitario. Credo che la mancanza di un’associazione nuoccia soprattutto ai neofiti e a chi si affaccia per le prime volte a questo mondo, avendo come solo riferimento i social. Non sono uno che condanna i vari gruppi presenti, ma mi troverei anch’io disorientato dalle varie interpretazioni che essi offrono. Di questo ne risente anche lo “stato di salute” dello haiku italiano. In Italia ci sono haijin molto bravi e originali, alcuni di essi riescono anche a distinguersi all’estero ma restano delle voci isolate, votate per lo più a una propria auto-celebrazione.

Personalmente credo che il genere haiku si presti bene anche ad esaminare i meccanismi d’ispirazione poetica data la sua brevità ed essenzialità, vorrei che tu ci parlassi dell’eziologia dei tuoi componimenti: quali sono i meccanismi d’ispirazione che agiscono in te nelle primissime fasi di creazione dei tuoi haiku? Quanto incidono, ad esempio, le tue escursioni naturalistiche sulle Dolomiti al fine di realizzare quello che i giapponesi chiamano “kikan”, il binomio inscindibile Uomo / Natura? E, più in particolare, sapresti dirci da dove è emerso l’afflato per questo tuo stupendo haiku, “cadono i fiori – / il respiro di nonna / si affievolisce”?

Quando qualcosa mi colpisce cerco sempre di trascriverlo in haiku. Credo che ogni cosa presente nel mondo sia collegata e ciò che più mi affascina è trovare fra due cose quel filo invisibile che le collega. Forse i grandi poeti di haiku hanno identificato con le stagioni questo “vivere in simbiosi”, deducendo, ad esempio, che di fronte al vento freddo il comportamento di un fiore non è poi così diverso dal comportamento di un animale o di una persona.

Nello scrivere i miei haiku cerco sempre di dare un ordine alle cose, di renderli il più semplici possibile, così che il lettore abbia ben chiara l’immagine senza sforzarsi in voli pindarici. Se comunque da una parte ricerco una certa leggerezza stilistica, dall’altra cerco sempre di dare una certa profondità al mio componimento che non deve risultare banale o scialbo. Lo haiku diventa così un iceberg dove la sua punta, ciò che si vede, è solo che una piccola parte di esso. In passato, ma talvolta ne faccio ancora uso, elaborai due modi nel comporre gli haiku, due tecniche (che riassumerò brevemente) che mi servivano per dare un certo ordine ai vari pensieri scaturiti. Nominai la prima tecnica del “fulmine” dove la forma del componimento doveva seguire quello che era appunto questo evento naturale diviso, ovviamente, in tre fasi. Il fulmine si presenta a noi in primis come luce, poi come suono e infine come brusio. Questo si traduceva nel mio haiku in: ciò che vedo, ciò che sento e cosa succede dopo.

La seconda tecnica la nominai “teoria dell’uomo piccolo” dividendo il mio haiku in testa, cuore e gambe. Nella testa risiedono i sensi: vista, olfatto, sensibilità, gusto, udito; nel cuore le emozioni ma anche le funzionalità vitali e nelle gambe il movimento.

Se prendiamo lo haiku che hai citato:

cadono i fiori  (ciò che vedo, senso vista)

il respiro di nonna (ciò che sento, funzionalità vitale)

si affievolisce (ciò che succede, movimento)

Naturalmente uno haiku non è solo tecnica come ho già detto, in esso scorre un legame vitale fra le cose e fra le due immagini che si propongono. Questo lo potete leggere nella bellissima analisi di questo haiku redatta da Luca Cenisi.

Per concludere posso dire che l’ambiente naturale diventa così un catalizzatore delle emozioni umane. E’ vero, mi trovavo, in una delle mie escursioni, sulle dolomiti quando questo haiku nacque e ricevetti la chiamata di mia madre che mi diceva che nonna aveva avuto un ictus e che era ricoverata in ospedale: la pensai, nella sua fragilità, appesa fra la vita e la morte.

Oltre che un eccellente haijin, sei anche un bravo pittore; tant’è vero che alcune tue illustrazioni sono presenti in ben due libri di haibun di Andrea Cecon (“Short” e “Ultimi haibun”). I tuoi quadri rispecchiano, in poche pennellate, le caratteristiche della pittura zen o si ispirano ad essa: che relazione sussiste fra i tuoi dipinti e i tuoi componimenti haiku? Un tuo haiku può ispirare un tuo dipinto e viceversa? Hai mai accostato / giustapposto una tua poesia ad un tuo dipinto in modo da creare uno haiga?

Certo! Mentre dipingo penso a uno haiku e viceversa. I soggetti dei miei quadri sono spesso soggetti presenti in natura: animali, alberi, fiori, ecc. Ultimamente ho un po’ tralasciato il sumi-e (la pittura zen a inchiostro nero) per proseguire con tecniche pittoriche più “colorate” ma il richiamo al sumi-e e ai soggetti della pittura zen, per quanto labile, permane.

Lite in famiglia

lumache sulle rose

mangiano spine

 

*

 

Ammutolito

l’airone curva il collo

giorno di pioggia

 

*

 

 

 

Una farfalla

anche il cuore batte

a ritmo d’ali

 

*

 

 

Sera d’estate

dove trova il coraggio

il grillo che canta

 

 

 

*

 

 

Una lanterna

si stringono nel buio

i neri rami

 

 

Negli ultimi anni in Italia c’è stato un crescente aumento delle pubblicazioni riguardanti sillogi di poesie haiku così come sono fioccati, sui social network, i gruppi dedicati a questo genere letterario. Da quando l’Associazione Italiana Haiku si è sciolta, nel mondo dello haiku italiano, abbiamo assistito al nascere di molte “scuole di pensiero” in merito non solo agli aspetti formali ma anche contenutistici dello haiku. Questo, a tuo avviso, è un dato positivo o negativo? Queste diverse correnti fanno bene allo haiku italiano secondo te?

Se una cosa è buona, è buona e va presa. Se penso ai primi anni, facevo tesoro di qualsiasi cosa mi dicessero, chi con un commento, chi con una critica, chi nel svelandomi qualche segreto che a sua volta aveva imparato. In un gruppo imparavo una cosa, in un altro magari imparavo l’opposto. Sono poi cresciuto, mi sono documentato e ho cominciato a studiare gli haiku dei grandi poeti giapponesi. Ho cominciato ad avere una mia visione dello haiku, che ho condiviso con alcuni amici haijin con cui tutt’oggi mi confronto. Non ho creato alcun gruppo né ho imposto di vedere gli haiku come li vedo io o di scriverli secondo le mie regole. La maggior parte dei gruppi, invece, sono selettivi e ottusi. Impongono le loro regole ed esigono che uno haiku si scriva nel rispetto di esse, che professano come “verità” assoluta, non perdendo nemmeno l’occasione, a volte, per umiliarti e aizzarti gli altri membri del gruppo contro. Quindi se devo fare una critica, non la faccio ai gruppi di haiku ma ai loro amministratori o per lo meno ad alcuni di essi.

Marco, ci potresti citare qualche tuo componimento che ti sta particolarmente a cuore e indicarci brevemente il perché? Ad esempio, ricordi il tuo primo haiku? Oppure potresti dirci alcuni tuoi componimenti che ti sono rimasti impressi per qualche motivo particolare? Infine, fra gli autori di haiku classici qual è quello (o quelli) che maggiormente percepisci più vicino al tuo stile o più affine al tuo modo di comporre? Sapresti spiegarci il motivo?

Il mio primo haiku che scrissi fu:

Nel bianco manto

si sono addormentati

tutti i colori

altri haiku:

Stelle cadenti

gettate alte le reti

dai pescatori

*

Scarpa bucata

s’infila fra le dita

la pioggia estiva

*

Notte al falò

il mio asciugamano

vicino alle onde

*

Rugiada al sole

la luce intrappolata

tra i fili d’erba

*

Soffio del nonno

nel focolare il fuoco

riprende vita

*

Volo del cigno

fra le mani accartoccio

un origami

I grandi poeti sono tutti affascinanti, riescono a trasmettere, attraverso i loro haiku, sensazioni uniche. Ricordo che un giorno cercai di riassumere con una parola i componimenti dei quattro grandi maestri di haiku:

Basho: l’essenzialità.

Issa: la semplicità.

Buson: il colore.

Shiki: il genio.

Trovo comunque che gli haiku di Buson siano, fra tutti, i più affascinanti, in quanto celano sfumature che arricchiscono la scena di particolari e la mente riesce così a intrufolarsi intimamente nell’immagine che lui stesso crea, correlando, nel contempo, aspetti della vita molto profondi.

Cadono i fiori di ciliegio

sugli specchi d’acqua della risaia:

stelle, al chiarore di una notte senza luna

haiku e traduzione reperite dal web (wikiquote)

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