Fotografia di Dino Ignani

Una «plaquette può essere più macrotesto […] di una raccolta più ampia e corposa ma meno strutturata»1. Questo è vero soprattutto se la si concepisce come momento determinato di un lavoro indeterminato ovvero come un’opera che si presta ad un ritorno.
Il ritorno al testo della plaquette pensato nel suo gesto di riscrittura e risignificazione è stato già individuato da alcuni studi, tra cui si può citare ad esempio quello di Rodolfo Zucco in Approssimazioni ad Assetto di volo (Forum 2009), mentre di recente è stato osservato anche da Carlo Selan, all’interno del questionario di Giorgiomaria Cornelio su Nazione Indiana, La radice dell’inchiostro, in cui si descrive questo lavoro di ritorno come un muoversi nel testo «ereditando ma al tempo stesso modificando». Si parla però generalmente di una mossa simile ad un ripiegamento di pensati e ciò non basta.
La scrittura, in quanto determinata e compiuta, è in primis un precipitato, qualcosa che crolla – la questione allora è: da dove cade la parola per farsi parola scritta? Seguendo questa via il ritorno deve essere inteso nella sua possibilità di riaccedere al piano antecedente al determinarsi della parola e quel piano è scivoloso ma è l’unico piano realmente vivo – il pensiero che si esprime tramite voce. Una voce che non dice ancora nulla di sé. Usando le parole di Carmelo Bene, «Quando crediamo d’esser noi a dire, siamo detti […] Questa mia voce è me attraverso medium equivoco di un discorso “altro” dal presupposto virgolettato “mio discorso”. Il dire è la messa in voce, altra da questo o quel pensiero argomentato. Voce che perciò dice nulla.»2 e ancora «si deve decostruire il linguaggio, spostando l’accento dai significati ai significanti che, come dice Lacan, sono stupidi, sono il sorriso dell’angelo. Occorre arrivare all’inconscio, a quanto non si sa, all’oblio di sé.»3. Occorre arrivare al pensare. A riguardo, Gianfranco Agosti cita gli gnostici: «per gli gnostici il ritorno era essenzialmente una ‘conversione’ (gr. epistrophé) a se stessi, un riconoscere se stessi, un ricostituire la propria scissa identità.»4. Tirando tutti i fili citati, si potrebbe allora dire che il ritorno dovrebbe essere quasi gnostico, ma con la consapevolezza che la propria identità coincide con la voce del proprio pensare. Questa possibilità di ritorno è amplificata enormemente nella plaquette, che ne diviene strumento adeguato non in sé ma per sé – la sua brevitas si presta ad una maggiore attenzione, ma soprattutto perché essa rappresenta quel momento di cui sopra, in altre parole sottintende che l’autore o l’autrice stiano procedendo nell’elaborazione, siano ancora in una voce attiva.
Per comprendere tutto ciò al meglio bisogna però sperimentarlo. Sotto questo aspetto, il primo decennio del Duemila è stato un laboratorio capace di portarci a toccare con mano il processo di ritorno e riscrittura, effettuato a partire proprio da una plaquette. Di seguito è presentato un esempio eclatante in cui ciò si è concretizzato con intensità.

Quando nel 2005 l’editore triestino Battello Stampatore pubblicò il trittico di plaquette firmato Moder, Nacci e Pierri, l’operazione risultò a tal punto interessante da innestare una collana a cura dei tre sopra citati, intitolata I libretti verdi. Da un piccolo confronto con Luigi Nacci si è potuto ricavare un commento a posteriori, necessario a comprendere il movimento di pensiero che portò a questa scelta di stampa: «Poche pagine, una copertina sobria, oserei dire draconiana, con il cognome in risalto sul titolo […] La scelta della plaquette fu azzeccata a mio parere. Mentre fiorivano ovunque le antologie e i tentativi di canonizzazione di inizio millennio, noi volavamo basso con volumetti spartani e godibili a partire dalla carta. Anacronistici, o in ritardo, come aveva detto Saba.»
Tra questi viene stampato nel 2006 Crolli di Rosaria Lo Russo, un “libretto verde” che si misura con le “cose”, ovvero con la presenza di altro da sé, ma in cui comunque domina lo sguardo osservatore – in esso il soggetto non può che riferire a sé anche l’oggetto, ma è consapevole del movimento compiuto. Una coscienza che rivela un’ «irredenta inutilità» delle cose, ma il punto è proprio la rivelazione, la capacità di mostrarcisi, la sismografia delle crepe che nella quotidianità rifiutiamo di vedere. Si tratta di un lavoro che opera fortemente con la materia del pensare e che nota con limpidezza laddove esso si appoggi o precipiti, spazio in cui tra l’altro è sovrana la parola detta e poi scritta. Misurandosi in questa maniera con le “cose” e con lo spazio della parola non si può che effettuare un viaggio che parte dal soggetto e torna ad esso. Pertanto forse si può anche descrivere questo “libretto verde” attraverso un suo stesso verso, si tratta ovvero di un «antefatto d’una discesa agli inferi». Il preludio d’una catabasi nel verso che assume in sé tutto il senso d’un movimento di ritorno. Ritorno che per l’autrice Rosaria Lo Russo resterà ininterrotto per più di sei anni, portando alla luce un primo ampliamento di Crolli nel 2012 con l’editore Le Lettere (e una nuova edizione nel 2016 con l’editore Dei Merangoli). Bisogna precisare che, nel primo decennio degli anni Duemila, Rosaria Lo Russo non solo era già un’autrice affermata, ma stava anche pubblicando numerose opere: Penelope (D’if 2003), un poemetto monologante dal ritmo di scrittura «sinuoso e aspro, mobile e iterativo, vivacemente sperimentale» (come descritto da Caterina Verbaro in Poesia2.0); Lo dittatore amore (Effigge 2004) descritto da Marco Giovenale in Poesia2.0 come un libro che si offre a «un confronto più teso con le linee della tradizione ‘patriarchista’ della scrittura poetica italiana […] Ma: è confronto sincero anche e proprio con la costellazione metrica e lessicale dantesca.»; Io e Anne (D’if 2010). In tutto questo mosaico è però interessante osservarla in un tassello della dimensione d’una plaquette perché è proprio qui che si palesa un inizio di questo gesto di ritorno e riscrittura.

Nel tempo, le poesie all’interno della plaquette sono praticamente rimaste immutate, con sole due correzioni. Fra di esse si sono sovrapposte o sedimentate nuove scritture5 oltre ad una dedica o restituzione a Nacci comparsa nelle raccolte e non nella plaquette, ma per il resto il “libretto verde” sembrerebbe apparentemente inalterato. Se ci basasse sulla scrittura solo quale determinato non si potrebbe parlare in questo caso di riscrittura o ritorno, proprio perché l’alterazione dei testi è stata minima; ma in quanto stiamo qui intendendo il ritorno quale pensiero vivo che si rivuole (potremmo dire con un’imitatio della dinamica nella parola) dobbiamo trarlo in altra maniera, fuoriuscendo dalla dimensione determinata. Si tratta di voce.
Nella devotio moderna l’imitazione del Cristo avveniva tramite una preghiera continua, si rileggeva la Bibbia. Era possibile riscrivere in se stessi la vita d’un uomo anche con la sola ripetizione orale delle parole che lo testimoniavano. Restando concentrati sul movimento attuato, è possibile anche pensare di ritornare in un testo riscrivendolo tramite lettura – si tratta per l’appunto di voce.
È qui che si inserisce il ritorno di Rosaria Lo Russo, in cui questo discorso pare essere radicato e radicale: prima nasce il leggere la poesia e poi lo scriverla e allora per riscriverla bisogna innanzitutto rileggerla. Per anni l’autrice si è impegnata nella lettura ad alta voce della poesia, dandosi la possibilità di permanere in uno spazio in cui la parola non è ancora un precipitato, un crollo, bensì è materia viva.
Citando l’autrice stessa, «nella mia pratica autoriale di poesia scritta/letta il processo creativo è biunivoco: quando leggo un testo in versi scritto da me riscrivo vocalmente quel testo, quando metto in voce un testo altrui, ripercorrendo sincronicamente la sua struttura, opero lo stesso processo di riscrittura vocale. Questo non significa che la mia scrittura sia orale o performativa come si suole intendere oggi, perché non scrivo e non ho mai scritto poesia secondo criteri stilistici tipici della letteratura o della prassi teatrale in quanto scenica. Non lo spettacolo ma il teatro della voce, che può svolgersi anche nel chiuso di una stanza al buio, sono l’orizzonte del mio fare in versi.»6
Il libretto verde Crolli si inserisce tra i fenomeni letterari interessanti del primo decennio del Duemila proprio perché rappresenta un lavoro sulla presenza alla parola. All’interno della plaquette si indaga il disfacimento delle cose, le crepe non raggirabili d’un sistema. Uno sguardo sostenuto dal ritmo «di tipo proparossitono, con accento sulla terzultima sillaba, che rende ragione alla metafora dell’arroccamento.» (a riguardo si legga l’articolo di Isabella Roberti su Passaggi). Ogni poesia è come se si misurasse quasi attorno ad un «vuoto statico», per usare i termini del testo, in cui però ogni crepa è indice simmetrico di contenuto, di uno scontro essenziale o portato all’essenzialità. Il crollo dunque, che in un movimento di ritorno si rende al contempo palcoscenico di continua risalita – ad alta voce.

 

1 Cadioli, A. Kerbaker, A. Negri, I due Scheiwiller: editoria e cultura nella Milano del Novecento, Università degli studi di Milano, 2009, p. 144

2 C. Bene, Quattro momenti su tutto il nulla

C. Bene, Un dio assente. Monologo a due voci sul teatro, ed. Medusa, 2006, p.124

4 G. Agosti, Poesia del ritorno: le strade dell’anima” in Semicerchio. Rivista di poesia comparata, n. 8, Firenze 1992 – http://www3.unisi.it/semicerchio/upload/sc8_1_1.pdf

5 Per la precisione: nella poesia Le cose, gelosamente asseverate, si vendicano, «Innocenti» diverrà nella raccolta «innocenti»; nella poesia Mentre spidocchio i pensieri mi arresto, il quarto verso nella plaquette termina con un «non», mentre nella raccolta con «non è». Inoltre, a differenza dei 10 testi contenuti nel “libretto verde”, nella raccolta del 2012 ci saranno 40 poesie e, in quella del 2016, 42.

R. Lo Russo, in corso di stampa negli atti del convegno di studi L’arte orale presso l’università IULM di Milano

 

da Crolli (Battello Stampatore 2006)

 

Le cose, bistrattate dai molti sgomberi, mi serbano rancore.
Si schiudono crepe lendini prudenti
suggerendo future aliene infestazioni.
Calano i festoni di un vecchio compleanno
come occhiaie improvvisate da un dolore
immenso e subitaneo come una complanare.
Vorrei paragonare queste serbate crepe
a quelle di genti vicine che da poco fa furono in guerra
là per dove le cose che fecero festa sgualciscono,
ma anche a una subìta lacrima di perdenti.
Ma a tutto ci si attacca e dappertutto depongono
furtivamente armi da invasata:
e tu non mi guardare mentre in vitro
suppotenti confluiamo in guerre molto civili.

***

Le cose incriminate dunque s’inchinano,
mostrando i punti deboli dello sfacciato annuncio
del dì di dietro la loro irredenta inutilità.
La rabbia solare soffia occhi vitrei
vedendoci il rossore della guancia emunta
che preme umida grinzando il cuscino.
Una porziuncola sagoma frequenti risvegli e
lì una mattina inumata stagna umorali
ricordi – oh bella ciao- distici ardor di patria.
E finalmente patisce un distacco di retina
molto sommessamente l’occhio vecchio.

***

Mi arrendo. Alzo le braccia –
ricadono, di ottone e alabastro
il soprammobile cuore resta di sasso
e scivola così, lento come un calcolo,
ad occupare il palloncino verde bile e poi più giù
s’insedia nel sacchetto floscio della matrice dove
impreziosisce. E prende fuoco la miccia carotide,
implodono parole dalla tua bocca alla mia bocca
dello stomaco, e sgomitano.
E così arguisco, nella centrifuga di un’occhiata
maligna la pura verità di uno sgomento.
E così ardisce, nella centripeta mente,
per certezze intermittenti lampi la semplicità
assoluta della nostra definitiva smentita.

***

Una piccola mossa, un gesto abortito di dita
fredde, mi cascano parole e fumo dalla bocca.
Nessuno arbitra questa partita
Nessuno spettatore caldeggia questo palio
Nessuno abita questi due corpi.
Perciò ti arresti a metà discorso avvertendo
attoniti un dissesto nelle ossa, stanchi morti
tentiamo distratte circonduzioni del collo.
Cortocircuiti di anacoluti impacciati,
valentie millantate circuiscono le bocche
arrotondate. I denti si arrotano pronti a mordere
verbi feroci a morte, recriminazioni sessuali, svendite
delle rimanenze all’asta dei souvenir di un nostro
viaggio-premio rimandato in eterno.

***

Mentre spidocchio i pensieri mi arresto
ad un preistorico ovetto grigio trasparente
a cui buon sangue non mente: tu ed io, non
se ne fa niente. Ché se il tuo sangue non
è acqua ma sperma è inutile piangere sul sangue
che verso. Se il sangue del tuo sangue sboccerà
da lacrime vero o falso è inutile piangere
sul mio sangue ch’è acqua. Ma è l’anima
dimessa delle cose l’avvertimento della loro
dolce presenza, la dolce presenza delle cose
dismesse dà loro una luce tutta particolare.
Il respiro si fa grosso e il tempo poco,
fra creature nude di legno si spegne il focolare.

 

Rosaria Lo Russo (Firenze, 1964) è poeta, lettrice-performer, traduttrice, saggista, voce recitante, attrice e insegna letteratura e lettura di poesia ad alta voce a Firenze, dove vive e lavora. Tra i suoi libri di poesia ricordiamo: L’estro (Cesati 1987), Sanfredianina, in Poesia contemporanea, Penelope (Edizioni d’if 2003), Lo Dittatore AmoreMelologhi (Effigie 2004), Io e AnneConfessional poems (d’if 2010), Crolli (Le Lettere 2012), Poema (1990/2000) (Zona 2013), Nel nosocomio (Effigie 2016) e il libro con dvd Controlli (Millegru 2016). È inoltre la traduttrice storica di Anne Sexton.

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