Fernando, la tua poesia, da L’anno, la notte, il viaggio (2011) a Gli aloni del vapore d’Inverno (2015), Cronache dall’Armistizio (2017), Voltacielo (2018) fino a Gli anelli di Saturno (2018) e all’ultimo, appena uscito, Sembianze della Luce (Ladolfi 2020), sembra attraversata da una duplice tensione interna: da una parte evochi per intero il tuo universo letterario privato, quella dimensione di evocazione e di riassorbimento dei Maestri che è tipica dello scavo archeotipico dello studioso appassionato, dall’altra rielabori il tuo thesaurus interiore in direzione di uno stile che ormai si è manifestato come poetica personale. Quali sono e sono stati i tuoi autori di riferimento e perché?

Per rispondere mi piace partire dalle origini della mia produzione letteraria. Essa è iniziata relativamente tardi, in special modo negli anni dell’università. Prima di allora lo studio della letteratura ha rivestito per me un interesse marginale. L’orientamento della mia formazione aveva preso un’inclinazione del tutto scientifica e tale è rimasta fino alla fine del mio corso di studi e nella mia vita professionale. Durante gli anni del liceo i poeti che più di tutti avevano attirato la mia attenzione sono stati principalmente Montale, Ungaretti, Quasimodo, Saba e, seppur non approfonditamente prima di questi, il Pascoli. Il primo libro di poesia che varcò la casa dei miei genitori fu il volume onnicomprensivo della poesia del Montale. La lettura mi prese immediatamente e, proprio tramite essa, iniziò a farsi strada in me la tentazione del mettere su carta i miei pensieri, le mie sensazioni e le mie suggestioni, provando ad abbozzare, quasi per gioco, un mio primo linguaggio poetico. Ma già Abele Longo nella prefazione al mio primo libro, “L’anno, la notte, il viaggio”, scrisse riferendosi a quegli autori che secondo lui più di tutti lo influenzarono: “l’eteronomia pessoiana e lo sdoppiamento dei personaggi di Pirandello fungono soprattutto da humus, come se l’autore ricevesse l’impulso a scrivere dalla (loro) lettura”. Qui secondo me Abele toccò un punto cruciale del mio modo di fare poesia, che non a caso hai rilevato chiaramente anche tu, Sonia, nella tua domanda, ovvero il suo generarsi attraverso una continua mediazione tra le mie letture, il mio mondo interiore e il suo rapporto con il vivo presente. Ma volendo fare una sintesi di questa biblioteca privata in base alla maggiore influenza dei suoi autori sulla mia poetica, mi sento di fare principalmente tre nomi: Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini e Amelia Rosselli. Di Montale adoro tutto, dalla prima produzione più lirica all’ultima più discorsiva. Adoro il suo ragionare intorno al male di vivere e al dubbio su identità ed esistenza, così come adoro il suo endecasillabo irregolare ma ben definito e regolamentato, spezzato e stentato, elementi che nella prima metà del ‘900 risultarono essere prima rivoluzione, poi riforma e infine guida per tutta la produzione letteraria successiva italiana e mondiale. Mi piace inoltre pensare al Montale come a una sorta di primo attore di quella rivincita che i temi pascoliani avrebbero avuto sulle prosopopee dannunziane. Di Pasolini adoro la spietata lucidità nell’analisi della società del boom economico italiano, l’equilibrata e imparziale capacità di ragionamento e giudizio e, come per Montale, adoro l’andamento spezzato, “smozzicato” e altalenante del suo verso. Tutte queste cose sono per me riferimenti fondamentali sia per quanto riguarda il mio modo di comporre, sia per quanto riguarda la vena “civile” dei miei testi. L’incontro con Amelia Rosselli, che purtroppo o per fortuna è avvenuto tardi, è stato un punto di svolta (mi piace ricordare in proposito l’impulso all’approfondimento della sua poetica datomi dal festival di Bologna in Lettere del 2016 dedicato alla sua figura), perché ritengo che la sua metrica riformata, nuova e sperimentale abbia influenzato non poco l’evoluzione del mio stile. Per brevità, oltre a quelli già citati, gli altri nomi che non posso esimermi dal fare sono: Pavese, Buzzati, Scotellaro, Landolfi, Leopardi, Dante, Keats, Szymborska e Cohen. Infine, non posso non menzionare le canzoni e i testi dei CCCP-Fedeli alla linea e dei C.S.I.

Tu sei molto legato a Pontecorvo, ai paesaggi delle tue origini, a quella Valle Latina di cui un giorno mi descrivesti lo spirito e la gente. Che suggestioni trai dalla tua origine?

Il rapporto con la mia terra, Pontecorvo in provincia di Frosinone, ma insieme ad essa, tutto il territorio di cui fa parte, quindi la Ciociaria, l’Alta Terra di Lavoro, o più estesamente la Valle Latina, può essere annoverato tranquillamente tra tutti quelli etichettati come amore/odio. L’amore ovviamente è dettato da elementi soprattutto affettivi, che non sto qui a descriverti, dato che penso siano comuni a tutti. L’odio, invece, credo derivi soprattutto da un sentimento di insofferenza verso il carattere dei suoi abitanti, tra i quali mi ci metto anch’io, forse troppo remissivo, ombroso e poco orgoglioso. Questo carattere da sempre ci fa apparire in secondo piano sulle cronache nazionali, e trova molto probabilmente conseguenze anche nella mancanza di cura che i miei conterranei sembrano avere per la bellezza degli spazi e dei luoghi. Un carattere ombroso e remissivo che sicuramente è retaggio di una storia travagliata e intricatissima, specialmente in quella parte della Valle Latina che più ho vissuto, ossia quella più meridionale, che dal medioevo fino all’unità d’Italia è stata il principale punto di incontro e scontro tra le due egemonie politiche romana e siciliano/napoletana, nonché teatro dell’unica vera battaglia per Roma della seconda guerra mondiale, peraltro cruentissima, sanguinosissima e particolarmente pesante per la popolazione civile per le angherie subite (tra le tante cose non posso non ricordare i fatti raccontati da Moravia nel suo celebre romanzo La Ciociara). Carattere che oltretutto non è difficile da rintracciare nelle figure letterarie maggiori a cui questa terra ha dato i natali, penso a Tommaso Landolfi e a Libero De Libero, ma, volendo andare ancora più indietro nel tempo, sorprendentemente anche a Giovenale, di cui sono conosciutissimi i toni censori delle satire sui costumi dell’Urbe, per non parlare poi del suo santo più famoso, ovvero Tommaso d’Aquino, di cui è arcinoto e proverbiale il carattere introverso, rude, taciturno e misterioso. Questo rapporto di amore/odio, sebbene presente fin dall’inizio della mia produzione letteraria, sembra aver raggiunto una sua maturità poetica nel mio penultimo libro Gli anelli di Saturno. Tema principale del libro infatti è il viaggio che ognuno di noi compie nella sua vita partendo dalle sue radici fino ad arrivare alla formazione compiuta di una propria e personale realizzazione come essere umano nel suo presente. Nel libro, infatti, le tre parti che compongono il pianeta Saturno, ossia il pianeta, lo spazio profondo e gli anelli, non sono altro che metafore, rispettivamente: delle origini e delle radici di ognuno; del viaggio inteso come crescita e maturazione di ognuno; del mondo attuale, ovvero quell’insieme di luoghi in cui si muove consapevolmente qualsiasi essere umano adulto (almeno in senso anagrafico) di quest’epoca. Mondo attuale inteso come punto di arrivo, un mondo che oggi più che mai è pervaso dalla complessità e dalla frammentazione delle interpretazioni e dei saperi, cose che lo fanno assomigliare ad una fitta polvere di corpuscoli astrali, difficile da attraversare e da decifrare, proprio come gli anelli del pianeta Saturno per un’astronave. Nel libro queste tre regioni non diventano altro che ambienti meta-letterari con cui ho voluto rappresentare il cammino di ogni uomo nella sua esistenza, alla continua ricerca di se stesso e del suo superamento. Il nucleo, le origini, ovviamente, nel mio caso non potevano che essere la mia terra, una circostanza di cui mi sento particolarmente fortunato per vari motivi. Innanzitutto per il legame mitologico che esiste tra la figura del dio Saturno e la Valle Latina: Saturno era il padre di Giove che, cacciato dal cielo dal figlio, venne esiliato secondo la tradizione romana proprio in questa parte del Lazio, di cui divenne re, insegnando agli uomini l’agricoltura e fondando città; oltre a ciò Saturno era il dio supremo che mangiava i suoi figli temendo di perdere il proprio potere per mano di uno di loro e, proprio per questo, la sua figura può essere intesa come allegoria dei luoghi e degli affetti più prossimi nei nostri primi anni di vita, dei nostri legami con essi e delle loro atmosfere calmieranti e rassicuranti, atmosfere da cui, però, durante la nostra vita siamo obbligati progressivamente a distaccarci, almeno metaforicamente, pena la stasi in un mondo interiore, e di riflesso esteriore, seppur accomodante e confortevole, angusto e privo di sbocchi, nel quale diventa difficilissima una piena realizzazione di una nostra propria e piena personalità. Infine sono particolarmente grato alla mia terra e alla mia città per le sue caratteristiche peculiari in termini di tradizioni e costumi, perché, pur non facendo geograficamente parte di quel sud italiano profondo che con le sue usanze millenarie è stato humus fecondo di tantissimi scrittori, non ha nulla da invidiargli per la ricchezza della storia, dei paesaggi e delle tradizioni popolari ancora radicatissime nonostante la distruzione diffusa portata dalla seconda guerra mondiale e un processo d’industrializzazione sfrenato e pervasivo che ancora oggi perdura in tutte le sue forme ed è spina dorsale dell’economia. In questo senso mi sento davvero fortunato perché attraverso la mia terra ho potuto godere di una visione privilegiata su quell’Italia semplice, contadina, che viveva un’esistenza di quotidiane mediazioni tra gli abusi del potere, la miseria, le “necessità” dello spirito e la natura. Un’Italia arcaica capace di suggestioni potenti ormai irripetibili e, proprio in virtù di tutte queste cose, con lo sguardo di oggi profondamente pervasa dal mistero e dalla poesia.

Nel corso del tempo hai utilizzato con sempre maggior frequenza la tecnica dell’ipermetro, quasi che il verso nelle strettoie della conta sillabica ti stesse ormai stretto. A cosa devi questo sperimentalismo?

Sebbene nella mia poesia io abbia cercato di sperimentare tutte le metriche e gli stili possibili, cosa più che evidente nel mio secondo libro Gli aloni del vapore d’inverno, il quale può essere inteso come una sorta di summa di tutta la mia  produzione poetica “giovanile”, credo che l’evoluzione del mio stile sia stata costante e ritengo si sia sviluppata su due binari fondamentali: l’affinamento dell’uso del verso libero, specialmente ipermetro, come tu hai sottolineato, e una spoliazione progressiva di artifici retorici e lirici. Per quanto riguarda il primo aspetto, come già accennato nella prima risposta, l’incontro con la poesia di Amelia Rosselli credo sia stato un punto fondamentale della mia produzione letteraria. Ritengo che la sua metrica, basata su assunti che tentano di andare oltre la sistemazione tradizionale basata su sillabe e accenti, abbia cambiato profondamente il mio modo di fare poesia, facendomi trovare, tra le tante cose, un sistema di concatenazione più efficace tra i miei versi liberi, cosa che penso raggiunga il suo acume stilistico nel mio quarto libro Voltacielo e in molte delle poesie del mio ultimo Sembianze della luce.  Mi preme sottolineare però che non si tratta di evoluzioni stilistiche volute e pienamente controllate, si tratta più che altro di un’evoluzione della mia scrittura a livello automatico, che trova luogo innanzitutto nella mia mente al momento della genesi del testo, come se il mio cammino andasse inconsciamente di pari passo con la mia esplorazione del mondo letterario, prendendo man mano qua e là quelle preferenze di stile e quelle caratteristiche peculiari di ogni autore che man mano hanno incontrato maggiormente il mio sentire da spettatore della letteratura. Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, credo che la mia poesia abbia avuto in se fin dall’inizio una tendenza costitutiva alla sua “ripulitura” da artifici retorici e lirici, principalmente per quel mio amore viscerale e primigenio per la poesia Montaliana, che specialmente nelle sue opere mature e tarde è diventata sempre più asciutta, motteggiante, aforistica e discorsiva. Nel mio caso sono andato sempre più preferendo un linguaggio più scarno, cercando al contempo di non rinunciare alla musicalità, centellinando sempre più gli strumenti del lirismo più appariscenti, linguaggio che si fa ancora più asciutto e diretto quando si entra nel civile. Gli effetti di questa evoluzione si sono fatti particolarmente evidenti nel mio ultimo libro Sembianze della luce.

Luca Benassi, nella prefazione a Sembianze della luce, ha descritto la tua poesia come “una scrittura del possibile nel quale trovare il senso del divenire”. In effetti, un tuo modus abituale è quello della descrizione dello scorcio (negli esterni del paesaggio o negli interni dell’anelito emozionale), in una sorta di ripresa del correlativo oggettivo di montaliana ed eliotiana memoria. Dall’occasione concreta, quindi, passi all’ostensione del concetto, a far emergere il senso delle cose, a darne un’interpretazione soggettiva che risulta immediatamente comunicativa perché si appoggia sul puntello indecidibile della sensazione. Tu come definiresti la tua scrittura e cosa la muove?

Dice bene Luca e dici molto bene anche tu, Sonia, perché credo che la mia poesia, analizzandola ex-post, si prefiguri principalmente come una confidenza finalizzata alla condivisione del mio stupore di fronte alla vita in tutte le sue svariate sfaccettature. Confidenza indirizzata ad un pubblico che, evidentemente, auspico essere composto da persone di qualsiasi ceto e professione, e che perciò ritengo vada coinvolto nel modo più accattivante possibile durante la lettura, cercando di utilizzare tutti quegli strumenti utili a ingenerare nel lettore il coinvolgimento, la riflessione e la sorpresa. Credo quindi che il correlativo oggettivo sia uno dei miei strumenti preferiti proprio perché è particolarmente adatto a questo scopo, così come d’altronde insegna la storia della poesia, in cui esso è stato usato principalmente in quei testi in cui si vuole preparare il lettore all’accoglienza di una rivelazione finale che lo aiuti a trovare modi alternativi di interpretare la realtà. Allargando il quadro di analisi, passando dal singolo alla collettività, dal presente alla totalità dello spazio e del tempo, credo che la poesia sia il manifestarsi di un pensiero vitale comune che, immancabilmente, si fa spazio nelle destrezze quotidiane degli uomini, in ogni luogo e in ogni epoca e che perciò essa assuma gli stessi contorni di una qualsiasi altra necessità primaria dell’uomo: ossia la necessità del dare luogo a una visione altra, alla visione artistica, la quale, unendo in se sensazione, emozione, esperienza, conoscenza, ironia, intuito, estetica, astrazione, estasi e profezia, getta sulle cose quella luce che forse più di tutte permette di realizzare quell’azione che può essere espressa con l’analisi etimologica del verbo latino “intelligere”, cioè “leggere dentro le cose” o anche “leggere tra le cose”. Sono tantissimi infatti gli esempi nella storia della poesia che dimostrano che il poeta grazie alla sua visione può intuire prima degli altri, siano essi studiosi o artisti di altri campi, alcune connessioni tra le cose che per i contemporanei restano ancora nascoste, o può anticipare il manifestarsi di determinati eventi o il consolidamento di determinati saperi. Il mio fare poesia, perciò, credo sia mosso da un primigenio voler esercitare per quanto possibile questa facoltà.

La passione civile che ti anima: ce ne vuoi parlare?

Ma certo. Tra i miei interessi più evidenti, sia nella vita che nella poesia, ci sono la passione civile e la politica, intesi non come attività dirette, sia chiaro, ma come attività svolte dal “basso”, come semplice cittadino che deve fare del suo meglio per contribuire al miglioramento della società, sia con le azioni sia formandosi delle opinioni in modo circostanziato e responsabile. Più in particolare credo la mia passione civile si esplichi maggiormente intorno a due elementi: dissenso e costruzione. Più precisamente essa è pervasa da un intento volto per lo più al “non voler lasciare le cose come stanno”, alla conduzione di una lotta costante contro tutte quelle “imperfezioni” e “storture” che ancora oggi rendono questo mondo imperfetto. Forse il mio libro più politico è Cronache dall’Armistizio, libro in cui ho voluto usare la metafora dell’Armistizio in relazione agli sconfitti, ai rei, ai colpevoli e agli sfortunati per ribadire l’assunto che quando si è in vita non è mai detta l’ultima parola e che ogni situazione è un tavolo in cui si svolge una partita sempre nuova da giocare sotto gli scenari più disparati, più o meno favorevoli ad ognuna delle parti coinvolte e che tutti, quindi, al di là di qualsiasi caratteristica o colpa, meritano rispetto in quanto esseri umani che hanno a che fare con qualcosa che può configurarsi come estremamente difficile per i più svariati motivi, cioè la vita che tutti ci accomuna. In questo libro, a tal proposito, esprimo un dissenso che si indirizza soprattutto verso quegli istinti conservatori della massa piccolo borghese che oggi sembrano essere tornati alla base del pensiero dominante, pensiero dominante che tende sempre di più ad estremizzarsi di fronte alla percezione di una sua strisciante decadenza, estremizzarsi che va sempre più acuendo il rifiuto delle richieste di pieno riconoscimento delle identità e dei diritti di quelle persone che la società “maggioritaria” etichetta come “diversi”, siano essi poveri, donne, disabili, stranieri o persone LGBT. Chiudo facendo una riflessione generale sull’utilità della poesia, ma anche di tutta l’arte alle cause civili (mi piace tanto questo pensiero: non possiamo racchiudere nella poesia tutta l’arte, ma sicuramente in tutte le arti c’è poesia). Poiché l’arte scaturisce dalla sensibilità porta con sé sempre e comunque un’educazione a un pensiero attento e non superficiale, a un pensiero perciò inclusivo, a un pensiero che può non lasciare indietro nessuno e che può aiutare a considerare le persone nel complesso della loro fisicità e della loro personalità, e quindi nella loro totale e piena dignità. Credo che proprio questa sia la base di un qualsiasi discorso di miglioramento di questo mondo, tutto il resto, immancabilmente, viene di conseguenza.

Sembri un poeta abbastanza prolifico, eppure il labor limae nella tua scrittura è evidente. Come procedi in fase di revisione?

Posso rispondere a questa domanda riflettendo sul mio modo di fare poesia. Direi, forse anche falsamente, che nell’atto proprio dello scrivere, nel momento della genesi del testo dall’idea generatrice, non ho alcun rapporto con il lettore, si tratta per lo più di un mio gioco intellettuale. Prediligo per lo più metafore e similitudini particolari e situazioni fuori dal comune o addirittura paradossali. In altri casi può bastare anche solo lo stupore legato al risuonare di un unico verso di incipit nella mia mente. Poi man mano che il testo si struttura inizio ad abbellirlo per renderlo piacevole al lettore, cercando quegli espedienti linguistici adatti al coinvolgimento di un pubblico, sia nel caso in cui il testo venga letto a mente che nell’eventuale declamazione, strumenti che la poesia offre a piene mani. Come già accennato in un’altra domanda, l’abbellimento col tempo è diventato sempre più parco e circostanziato, con l’intento di alleggerire il testo sfrondandolo da artifici e trovate linguistico/retoriche che ne sovraccaricherebbero sia la riuscita formale che la comprensione. In genere questo lavoro non mi ruba molto tempo, credo di essere molto prolifico perché annoto puntualmente sul mio smartphone le mie idee in qualsiasi momento della giornata, riprendendole e rielaborandole poi, quando più mi aggrada.

Hai al momento qualche progetto nel cassetto?

Assolutamente sì, è praticamente pronta una nuova silloge che punto a pubblicare entro il prossimo anno.

 

da L’anno, la notte, il viaggio (Progetto Cultura 2011)

Dalla mia terra

Dalla mia terra non ho più nulla da imparare.
La poso al suolo come il cane posa l’osso,
ne ho lo stesso suono.

Di tanti amori prematuri io qui ti porto il frutto.
Un po’ consunto, un po’ sgualcito.
Vi s’intravede l’appassire zuccherino,
che saggi poco a poco con il tocco.

Abbine la stessa cura, con cui lo custodisco,
perché – per amarti io ti amo, più di me stesso.

***

da Gli aloni del vapore d’inverno (Divinafollia 2015)

Il deserto dei Tartari

Un essere umano è i mondi che si sceglie,
alcuni li percorre, altri li oltrepassa.

“Accetta gli scompensi dei pesi
e le bilance sempre in mancamento!
Sono l’equilibrio, che più ha di vero!”

Quest’eterno contraddire il senso,
che con la parola di rado si accorda,
l’ho trovato nell’essenza del fiore
che di continuo si apre, di continuo avvizzisce.

Ho visto camminare soldati di pattuglia
davanti a muraglie senza fine,

– in una ricognizione – che non ha mai fine
… tirare avanti dinanzi a certe porte
in altre ancora entrare, poco dopo uscire.

***

da Cronache dall’Armistizio (Onirica 2017)

Dicevi che avere un fine ci avrebbe reso forti
ma glissavi sul prezzo che sarebbe stato alto
contare le sonore sconfitte
come i pioppi sulle rive dei fiumi
accedere allo scontro finale
dal sentiero delle viole strappate.
Dall’altra parte la tua menzogna si scopriva palese
visi scolpiti e balestre d’avorio in campo dorato
e azzurro saturo che ancora il pungolo aizzano.

***

da Voltacielo (Oèdipus 2019)

Sospeso

Sospeso, tra un vagone e l’altro del tempo
osservo, l’aggirarsi vano dello sguardo sul vetro
di un me che vorrebbe fermarlo, il tempo:
allontanare sempre di un passo la meta
per ogni metro che avanzo sul sentiero di vita:
trastullo mi oscillo sulla cima del mondo:
– stetoscopio che ausculta il sole – tutto l’arco del cielo!

***

da Gli anelli di Saturno (Ensemble 2018)

Metalinguistica di genere

L’apostrofo l’accorgimento
ulteriore, il segno di un’offesa
commessa altrove.
Costola di Adamo
che indica lo strappo
la mancanza, l’applicazione
di un lenimento
su una ferita che non c’è mai stata.

***

da Sembianze della luce (Ladolfi 2020)

Effetto farfalla

Il ritmo che abbiamo impresso al susseguirsi dei giorni
è l’etichetta che si nasconde nella giacca,
quella che s’indossa quando siamo affaccendati …

e mentre nei bar alla tv a pagamento si consuma
l’ennesima tragedia calcistica, tra occasioni mancate
giocate perse, sfruttate male, errori della
terna arbitrale, virtuosismi da manuale
e le coreografie di popolo, per nulla decisive
per un qualcosa di davvero importante,

la sequenza degli episodi vincenti
si ammassa su una spiaggia di vulcano,
pronta al collasso, al primo alito contrario:
la farfalla che si posa sulle dalie dello Yangtzé.

***

Turning Point

Lo sprovveduto il principiante
l’outsider – l’ammanco dell’accademia
che viene subito colmato
con la semplicità impossibile –
avviene spesso che chiuda con lucchetto
l’ala impolverata del castello
e che il legno le fondamenta la grondaia
il transetto l’avancorpo
entrino nello sfacelo.

Dove il suo occhio di leopardo alligna
la consunzione accelera gli eventi
senza poter chiedere appello
o redigere un riassunto.

Chi sta in basso grida più forte
e il limite è un cavaliere appiedato
che sistematicamente sorpassiamo.
Genio è fiamma che brucia e resiste.

Fernando Della Posta, nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone, è laureato in Scienze Statistiche, vive a Roma e lavora nel settore informatico. Tra i tanti riconoscimenti ottenuti in poesia nel 2011 è arrivato tra i finalisti al concorso di poesia “Ulteriora Mirari” nella sezione silloge poetica inedita; nel 2015 è risultato tra i finalisti del concorso letterario “Sistemi d’Attrazione”, legato al festival “Bologna in lettere 2015”, nella sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini; nel 2016 vince il concorso “Stratificazioni: Arte-fatti Contemporanei” legato al festival letterario di Bologna in Lettere 2016 nella sezione B poesia inedita a tema libero e ottiene una menzione al XXX premio Montano per la silloge inedita. Nel 2017 vince il Premio Nazionale Poetika nella sezione silloge inedita. Nel 2018 si classifica secondo nella sezione inediti di poesia al Premio “Andrea Torresano”, ottiene una segnalazione al premio Lorenzo Montano per la silloge inedita e vince il Premio Letterario Zeno nella sezione poesia. Nel 2019 ottiene piazzamenti da finalista per la raccolta inedita ai concorsi: “Paul Celan”, “Pietro Carrera” e menzioni speciali al premio nazionale editoriale “Arcipelago Itaca”. Sempre per la raccolta inedita ottiene la segnalazione al Lorenzo Montano. Sempre nello stesso anno ottiene il secondo posto nella poesia inedita e la menzione di merito per il libro edito Voltacielo al premio Chiaramonte Gulfi e il terzo posto per il libro edito Gli anelli di Saturno al premio Nabokov 2019. Numerose sono le sue recensioni e le sue sillogi reperibili su diversi blog letterari come Neobar, di cui è redattore, Words Social Forum, Viadellebelledonne, Poetarum Silva, L’EstroVerso, Il Giardino dei Poeti, La Poesia e lo Spirito e Poesia del nostro Tempo. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie L’anno, la notte, il viaggio per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 Gli aloni del vapore d’Inverno per Divinafollia Edizioni, nel 2017 Cronache dall’Armistizio per Onirica Edizioni, nel 2018 Gli anelli di Saturno per Ensemble Edizioni e nel 2019, Voltacielo per Oèdipus Edizioni e Sembianze della luce per Giuliano Ladolfi Editore nel 2020.

 

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