Personalità cuspide e per nulla in linea con le posture diffuse degli autori di poesia (di ogni generazione), asceso al grado di poeta cult con la tragica complicità della prematura morte avvenuta per suicidio, Simone Cattaneo rappresenta la voce disomogenea per eccellenza nel composito ventaglio di poeti della sua generazione.
Se nell’esordio Nome e soprannome (Atelier 2001) la sua scrittura si profila già interessante per un personale rimaneggiamento di certo lirismo nitido reduce dalla tradizione secondo-novecentesca – delineando già i confini di un solipsismo torbidamente intrapsichico che ne caratterizzano, per un lettore d’oggi, i tratti più suggestivi della sua poetica –, è in Made in Italy (Atelier 2008) che è possibile scontrarsi concretamente con la ricercata crudeltà di uno scrittore in grado di ripensare la poesia come medium brutalmente schietto, rinunciando a ogni possibilità estetizzante in favore di una letterarietà polposa e scarnificata – alla maniera di Simon Armitage, poeta sensibilmente adiacente a Cattaneo, come fa notare Flavio Santi (In memoria di Simone Cattaneo, sul blog Nazione Indiana).
Preziosa la lettura di Roberto Batisti (Simone Cattaneo: ‘Anche la gravità mi sembra uno scherzo di cattivo gusto’, sul sito di approfondimento culturale La Balena Bianca), che individua come in Nome e soprannome «la violenza contenutistica ed espressiva […] appare ancora mescolata a un lirismo “verticale”, visionario». Qui infatti la scrittura in toto, seppur in modo personale, è consapevolmente agganciata ad autori che in modo evidente sono fortemente presenti nell’immaginario formale di Cattaneo, come il De Angelis di Somiglianze e Millimetri, senza però perdere la possibilità di connotarsi come una poesia già riconoscibile nei tratti e nelle scelte. Nell’io complesso e disagiato (che a volte perde sé stesso, si fa seconda persona) si alternano con frenesia compulsiva immagini aggressive ed elegiache, come a spingere la poesia a un ragionamento parodico su la sua stessa “natura”. «Non venirmi a parlare d’amore né di lavoro / non so nemmeno paragonarti al vento / figurati se mi può succedere qualcosa, / potrei svegliarmi di soprassalto dal rumore / del vetro sbriciolato e trovarmi riempito / di cinghiate chiuso nel baule della tua Alfa, / sarebbe un sogno, sbiadire piano nella mattina / in un lampo liquido di metallo». Questo approccio determina un interessante esercizio di ripensamento nei confronti della tradizione letteraria, specialmente quella della poesia amorosa, sottilmente polemico ma mai sguaiato (vicino alla postura di un altro “maledetto” come Salvatore Toma) che in Cattaneo si impreziosisce di suggestivi presagi di quello che sarà il mood lisergico e cannibale dell’opera successiva.
In Made in Italy infatti la deliberata volontà di deflagrazione delle forme e del soggetto è lanciata selvaggiamente lungo le pagine: Cattaneo sfibra la sua esistenza e ne traccia l’abissale progredire in una scrittura che è sformata, malevolmente abbacinante e luminosamente nera, fatta di persone e luoghi che riemergono spettrali e vividi da una memoria (mai propria, sempre reduce da un sogno/trauma) che può solo raccontare, senza mai possibilità di conciliazione con l’Altro da sé. Davide Brullo (nel lavoro La stella polare. Poeti italiani dei tempi “ultimi”, Città Nuova, 2008) propone un parallelismo con Machiavelli, per la caustica ferocia con cui, in un’assenza di lirismo ma con un’altissima temperatura del testo, Cattaneo è in grado di scagliarsi contro la circostanza del suo tempo e nella contingenza di un vivere asfissiante.
«Gli amici si sposano, finiscono in qualche comunità riabilitativa non ben definita, / diventano dottori in legge, spacciano, pretendono il  41bis / […] ma non c’è da stare male, nessuna donna ha annegato / il suo bimbo nella lavatrice in questo momento, nessun uomo / dagli occhi a spillo mi può fare evaporare come acido inaridito / a questa ora della sera». Nei suoi lunghi versi, dettati da un ritmo narrativo magnetico e allucinato, Made in Italy rappresenta un’opera che, come segnala Giorgio Anelli (autore della monografia Simone Cattaneo. Di culto et orfico, edito da Ladolfi nel 2019) affronta «un rischio per nulla calcolato ma voluto, di un maledettismo visionario» (Nessuno prima di lui ha osato tanto, sulla rivista online Pangea) che nel canone poetico italiano ha pochissimi precedenti davvero rilevanti – forse soltanto, in qualche maniera, Campana e il Porta novissimo.
L’eredità della poesia di un autore come Cattaneo, così distante dai solchi del percorso poetico nazionale, è forse ancora poco tangibile, ma tale esperienza umana e letteraria rappresenta un unicum se non decisivo quantomeno radicale nella poesia circostante degli anni in cui si è manifestato. L’impossibilità di collocare concretamente l’opera di Cattaneo in una griglia interpretativa che possa fungere da ossatura teorica per un ipotetico canone, la rende, per paradosso, centrale in una mappatura della poesia italiana degli anni Zero.

 

Da Nome e soprannome (Atelier 2001)

 

Ti tagli le labbra con i denti
e mi sputi sangue più o meno infetto chissà poi da cosa,
sarà il tuo modo particolare
per scrivermi lettere d’amore e
rimango con il pomo d’Adamo imprigionato
in uno schiaccianoci a dirti solo
che è andato tutto come non avrei voluto
giuro, è andato proprio tutto come non avrei mai voluto.

*

Non è per amore né per coraggio
se continuo a sputare denti sul selciato
legato a un muro di vetro screziato
difficile da scalfire con un cucchiaino
da caffè surriscaldato.

*

Hai poco da scrivere
sui rossi riflessi degli ubriachi da bar
se da Desio a Limbiate
ti sognano come un’oliva
in un campari
hai ben poco da ridere
sui buchi da riempire e da svuotare
se l’unico buco
che t’aspetta è quello
in un polpaccio o nel cervello
hai poco da difenderti
se oggi ti vuoi aggiustare con un santo e
ti rendi conto che è San Pammacchio.

 

Da Made in Italy (Atelier 2008)

 

Era il capocannoniere acclamato dei tornei di calcio dell’intero isolato
anche se riceveva la pensione di invalidità per totale cecità,
riusciva a spaccare il parabrezza di una macchina a mani nude senza tagliarsi,
aveva la pelle delle braccia flaccida come asfalto fuso
tutti i ragazzi non più alti di così
lo chiamavano Aladino perché risolveva ogni problema di vita con un buon consiglio.
È morto straziato dal monossido di carbonio di una stufa a metano,
ha lasciato alla ex moglie una roulotte verde sbiadita e
dei cumuli di spazzatura grandi come piscine comunali.
Quando ero bambino mi ha biascicato che per innamorarsi
bisogna procedere alla molatura per ottenere una superficie liscia oppure
percorrere un’autostrada contromano in agosto.
Perché proprio in agosto non l’ho mai capito.

*

Chiudi i tuoi due bambini nella loro stanza.
Legagli polso e piedi al letto, poi imbavagliali.
Ho voglia di divertirmi con te niente scocciatori che piangono e ridono
a stare al mondo si impara anche così.
Se non ti garba l’idea di immobilizzarli potrei sempre infilare
nelle tisane insapore che gli dai qualche pastiglia di Stilnox,
benzodiazepina quasi pura, dormirebbero un bel po’ e
sognerebbero il paese delle meraviglie. Anzi te lo garantisco faranno
sogni bellissimi. Ti prego, togliamoci di torno questi due mostri
e divertiamoci sul serio, non ho voglia di perdere tempo con te
non è il momento delle congratulazioni
dobbiamo darci dentro.

*

Si è tagliata le vene e ha disegnato con il sangue
sul muro che costeggia il mio palazzo dei dolci gabbiani d’amore.
Non è servito l’intervento di pulizia del comune, un po’ di pioggia
nella notte ha cancellato tutto. Chi fosse questa strana tipa
non si è voluto mai sapere, aveva solo una specie di ponteggio
che le reggeva il mento. Sarà stata una grave malattia dal decorso fulminante.

Certo è che novizi, discepoli e santoni
portano tutti gli stessi cognomi
contraggono il viso ed è un omicidio,
credono nell’ospitalità di un’unica soluzione,
una sola dimensione, una fatale emarginazione.

 

Simone Cattaneo è nato a Saronno nel 1974. Ha pubblicato Nome e soprannome (Atelier 2001) e Made in Italy (ivi 2008). Sue poesie sono apparse su numerose riviste, tra cui “Atelier”, “Poesia” e “Il primo amore”. È stato incluso nelle antologie L’opera comune. Antologia di poeti nati negli anni settanta (Atelier 1999), Dieci poeti italiani (Pendragon 2002), Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni ‘70 (Railibro 2004), 100 Poesie di odio e di invettiva (Coniglio 2007) e La stella polare. Poeti italiani dei tempi “ultimi” (Città Nuova 2008). È venuto a mancare nel 2009. Peace & Love (Il ponte del sale 2012) è una raccolta postuma che raccoglie tutte le sue poesie.

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