Dalla prefazione di Roberto Mussapi

 

Davvero si percepisce la ricerca della voce che non si sente, della voce prima, preindividuale, in un’esperienza da, secondo Aristotele, «sogno bianco», sogno del mattino, in cui visione notturna e lucidità diurna si incontrano: basse case dai tetti spioventi, profumo di terra, di foglie, di stagni, e sinistri paesaggi di candido marmo. Vermi su un fondo fangoso e topi nuotanti in ruscelli d’acciaio, ombre di creta che camminano stanche, fantasmi obliqui stampati sul muro… Non si cada nell’errore di interpretare questa visione come un’esperienza surrealista o postsurrealista, anche se nel suo eclettismo può darsi che Pozzani non provi affatto la ripulsa di chi lo sta presentando verso quegli automatismi dopati. No, qui l’esperienza poetica è davvero visionaria, ma senza alcun abbandono onirico, le parole indicano semmai una dimensione affine all’esperienza sciamanica.

 

 

CERCA IN TE LA VOCE CHE NON SENTI
(invocazione per voce, cassa toracica e solitudine)

 

Cerca in te la voce che non senti
mangia l’universo se non la comprendi

 

Basse case dai tetti spioventi
lacrimanti pioggia da gronde ormai marce
Profumo di terra, di foglie, di stagni
e sinistri paesaggi di candido marmo

 

Cerca in te la voce che non senti
mangia l’universo se non la comprendi

 

Vermi che giacciono sotto il fondo fangoso
topi che nuotano in ruscelli d’acciaio
Fumo di nebbia, auto veloci
che brucano leste tagliatelle d’asfalto

 

Cerca in te la voce che non senti
mangia l’universo se non la comprendi

 

Ombra di creta camminano stanche
scuotendo bassa la conica testa
Obliqui fantasmi stampati sul muro
ricordano fughe e cavalli di frisia

 

Cerca in te la voce che non senti
mangia l’universo se non la comprendi

 

 

L’INFERNO DI SOPRA
(antininnananna)

 

Chissà cosa c’è al piano di sopra
aratri di sedie e rimbalzi di grida
mentre veli di tende mi nascondono il sole
in questo salotto dove il nulla m’assale

 

Ho provato a bussare con la scopa al soffitto
sono andato più volte a suonare alla porta
ma solo suoni oscuri dalla dubbia coerenza
sono stati la risposta ai miei tentativi

 

Sembravano preghiere con scoppi di risa
e sibili, sonagli e concitati sospiri
voci moltiplicate come ci fosse una folla
fastidiosi ronzii di radio interferenze

 

Cosa diavolo ho sopra la testa?
Una scatola magica che contiene l’inferno
Una porta da cui non esce mai nessuno
Un soffitto mi separa da un mondo che non so

 

E le notti son lunghe se la paura t’incalza
se le voci di sopra ti scavano dentro
se uno strano presagio m’induce a pensare
che se chiudo gli occhi adesso giammai li riaprirò

 

GENOVA, SAUDADE E SPLEEN

 

Genova nemica degli ombrelli
la pioggia ed il vento cateti
di un improbabile scaleno
Genova pianta carnivora
con le scalinate-fauci
golose di mamme con la spesa
Genova dalle spore di mare
Abbiamo salsedine anche nel cuore
abbiamo salite e discese
anche nelle strade dei nostri sogni
Genova samba di onde
col mare tenuto lontano coi gomiti di diga
o attirato da calamite rocciose
Genova coi pendoli in cucina
che battono ore
di velluto a coste larghe
Genova ronzio di mosche
che sfuggono ai pugni sulla tovaglia
ai cerchi di vino e alle briciole stanche
Genova saudade e spleen…
Guardo la torre
che nessuno visita e conosce
fra una lacrima e l’altra
della mia finestra salata.

 

Claudio Pozzani è nato a Genova nel 1961. Tra le sue raccolte precedenti, ricordiamo La marcia dell’ombra (2009) e Venti di poesia (2015). Performer, cantautore, poeta, ideatore del Festival Internazionale di Poesia di Genova, nel 2012 gli è stato conferito il Premio Catullo per la diffusione della poesia in Italia e all’estero. In Spalanzati spazi (Passigli 2017) sono state antologizzate le poesie e le canzoni scritte tra il 1995 e il 2016.
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