Fotografia di Elvio Ceci

 

Dalla prefazione di Aleš Šteger

[…] Le Stanze di città e altri viaggi di Valentina Colonna sono perlomeno tre: la musicista della memoria, il dizionario che solennemente corrode la logica del tempo e gli spazi dei legami tra le separazioni e le perdite. […] Leggo le poesie di queste stanze come definizioni dello stare, che si manifestano attraverso lo spazio, ovvero che ritrovano la propria forma attraverso lo spazio, attraverso la sua regola segreta appena scoperta, le sue densità di popolazione con figure e persone prossime. Come se in questa definizione dello spazio fosse celata un’incessante disamina del proprio esistere, in un certo senso lo sguardo allo spazio e lo sguardo allo specchio sono parte della stessa operazione di pensiero che riguarda la verifica della solidità dell’esistenza, in primo luogo di quella di chi parla. Per questo è sufficiente l’istante – queste poesie quasi mai si tramutano in storie, anche se hanno tutte le tracce interiori di esse – e questo istante viene ripetuto, da poesia a poesia, come se il tempo fosse il più grande enigma del mondo, al quale ci introducono le poesie  di Colonna. Il dramma interiore è consapevolmente spostato nella conoscenza universale, al livello di analisi di una rimanenza, di un resto affettivo, perché là, ritrovato proustianamente, possa suonare, vibrare, come un ultimo possibile rifugio, forse qualcosa che è nominato come dimora volatile […]. La musicalità di questo libro non sta tanto nel virtuosismo acustico delle poesie, bensì nell’unitarietà del tono e nella sua precisa e al contempo ambiziosa composizione, legata ai protagonisti principali (la madre, l’amante, Dio) e, oltre che alla tematica dello spazio, all’analisi dell’amore. L’amore in questi testi è uno solo, in varie vesti, ed è al contempo l’amore sensuale ed erotico, metafisico e parentale, eros e agape, che si trasferisce da poesia a poesia, da verso a verso, e in questo modo attua la strategia della consapevole indefinita persona di cui si parla. Le poesie nello spazio più stretto oscillano tra i legami parentali, l’amore erotico e quello con l’amante classico del Grande Poema, il Signore: in quei momenti esse lasciano il campo dell’arte e diventano ingegnosi atti di un discorso da confessionale […].  La malinconia della perdita è qui più strettamente connessa alla natura erotica della vita: essere significa perdere, trasferirsi, viaggiare, da stanza a stanza, da capitale a capitale, da abbraccio ad abbraccio, è parte costitutiva di un processo il cui fine è il confronto con il vuoto, la musica fatta di silenzio, il ritorno simbolico nell’abbraccio materno, quindi il confronto con la nascita che è allo stesso tempo anche la propria fine. Il libro si costruisce unitariamente, tutti i viaggi sono uno solo: gli spazi sono uno spazio, una stanza che è stanza in movimento. Tutto è dimora e perdita della dimora, tutto è famiglia e assenza di padre, tutto è amore erotico e abbraccio materno, tutto è concreto e al contempo parola del Dio più astratto. Tutto è prosa, e la musicista della prosa è in tutto: il ritmo di queste poesie è il battito del cuore, poiché il corpo è portatore di parola, della musicista della parola. Le armonie sono per pianoforte, per sale da concerto: qui le armonie sono intime, si svelano e, in questo, sono estremamente temerarie. Questi monologhi interiori finemente composti sono capaci di dedizione e, quasi trattenuti, sono tuttavia affidati a noi perché li si possa leggere e si possa cercare di catturare nelle reti della sintassi una qualche malinconia, un viaggio, un tempo, “un domani che si perde nella stanza”. […]

 

da Stanze di città e altri viaggi (Nino Aragno Editore 2019)

                                                                      A mia madre
Ti guardo, sai, mentre diffondi la mattina ai fiori
con il tuo spruzzino rosa in una massima concentrazione.
Volti in un sorriso (le primule radiose
di baci al davanzale) e appari
bambina lieta dolcissima che muove
nelle stanze il cielo e l’aria. È una corsa rapida
alla porta del balcone: tu sporgi in un baleno
– il tempo di scendere le scale – e agiti le mani
in un continuo salutare. Non ferma il dimenare,
come a toccarmi le spalle sino all’auto, accarezzare.
I tuoi occhi stesi si piantano tra il mio petto e il volante.
All’angolo si svuota un dolore trattenuto di tutta una mancanza.

*

Sul Po i draghi d’acqua e il timoniere.

Le nuvole svuotate in corsa sempre
più rapide mi entrano in bocca. Anche
il cofano dell’auto le ingoia e supera
il cartello “attraversamento scoiattoli”.
Un temporale primordiale fa nitido il cielo.

Le nubi all’orizzonte salgono a galla
tra rami e nidi, fiori di acacia a scaglie
con le gazze che sostano dove
gli aerei soltanto passano e sforano.
Sfiorano indeterminati lunghissimi tempi,
prima di tornare – Paradiso.

*

Quando di me vedrai schiarirsi
lo spettrogramma, farsi bianco, pulito senza
persistenza, farsi assenza di suono sarò
già passata nello spazio di quiete dove
immaginiamo migliore un’aria.

Quel giorno, ti prego, parlami ancora
come fosse mia la voce che senti,
potessi lamentare gli sbalzi
di corrente che hanno le mie conversazioni.

Ma le formanti ancora mi stringono e aprono
dal condotto, avvicinano al centro di te nella bocca.
Quando il punto troveranno della stessa frequenza,
per un attimo insieme risuoneranno. Saremo riusciti
a tenerci in vita abbastanza per imparare ad amarci.

*

Un piano solo la pace di ogni famiglia e un orto.
I fili obliqui delle antenne in terrazza come vele
e le mattine intente al finestrino a spiare la cucina
il vento della nonna con gli odori di vacanza. La mia stanza
non aveva nome era il maturare svelto delle prugne
tra i vuoti della scala e la paura di cadere, gioia di staccare.
Mani forti degli anziani a reggermi – porte aperte di casa.

*

In questo vociare di mancanze che affollano
i miei ritorni alle case originarie, alle stanze
vuote di domani, ripasso i discorsi
del mattino a colazione quando insieme ci troviamo
a dividere gli spazi di solitudine assoluta.
Le parole non dette in altre lingue,
sproporzionate per avere continuazione.
È un versare di vini, di quantiere piene.
Sedersi accanto al più vicino degli sconosciuti
e farsi complice, amante. Esiste una forza
improvvisa tra estranei che fa nascere il viaggio,
il sedile di treno, lo spazio pieno sul palco o la pioggia.
Amore stasera aveva più nomi. E tu non sapevi
degli austriaci con gli occhi di ghiaccio, la forma
delle bocche che restano senza baciare
a sorridersi accanto, a raccontarsi quanto
non possono dire. Nei suoni come case
ci incontriamo, come famiglie a trovare
una pace dovunque. Queste sere gli amori
hanno frontiere, un cambio di lingua per tacere.
Ma in corridoio sulla porta voltando a cercare
il vuoto è piombato delle parole, del sole
di quando scoppia il tuo riso e mi guardi.
L’attesa di tutto – ancora l’assenza.
Un domani che si perde nella stanza.

Valentina Colonna è nata a Torino nel 1990 in una famiglia di musicisti. Ha pubblicato per Aragno La cadenza sospesa (2015) e Stanze di città e altri viaggi (2019). Ospite della piattaforma europea di poesia Versopolis, nel 2017 debutta all’estero: suoi testi sono stati tradotti in Austria, Germania, Inghilterra, Messico, Slovenia, Spagna, Svizzera e Venezuela. È stata pubblicata da alcune delle più prestigiose riviste letterarie europee, tra cui Manuskripte, Ostra-Gehege, Poetikon, ed è stata ospite di diversi festival internazionali. Pianista compositrice, si è perfezionata nel repertorio barocco a Barcellona (UAB-ESMUC) e si dedica attualmente al suo progetto ReSonances PianoPoetry, con sue composizioni poetiche e pianistiche, con cui si è già esibita in Italia e all’estero. È laureata a Torino in Scienze linguistiche con lode e dignità di stampa e svolge un Dottorato di Ricerca in Digital Humanities (Linguistica) presso le Università di Genova e Torino, occupandosi della prosodia della poesia italiana nell’ambito del suo progetto Voices of Italian Poets. Ha collaborato inoltre ai programmi musicali di Radio Vaticana.

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