Estratto da Suite Etnapoli (Interlinea, 2019) di Antonio Lanza

 

 

Lunedì

 

«Ma ce l’abbiamo il tempo, ce l’abbiamo?»
Ancora sott’acqua sotto il lenzuolo
blu, la mente è un’alga
marina che si presta alle correnti
e le parole brillano su, a scaglie.
Cinzia è stesa su un fianco
il viso disteso dal sonno
«Voglio dormire ancora» lamenta
«e poi fare l’amore», e imbroncia le labbra.
La sveglia: Živago

e un fazzoletto sul comodino;
il corridoio, la cucina,
la rapida colazione, l’aperto
mattino all’imbocco
della SS 284, e le ombre
dei cavi elettrici
sull’asfalto, il bordo
della strada disseminato
di cani.

Poi ci si ingrotta.
Nei parcheggi sotterranei
sfila il vuoto
dei posti auto e si rapprende
il disagio del silenzio.
In galleria ci si aggira
aspettandosi di dover
sviare tra scatoloni, scarti
di verdure, sventrati sacchetti
di plastica, odorumi di ogni sorta,
o di essere all’improvviso
assordati dalle voci sfinite
di un mercato di quartiere: ma
dell’intrico di vite di ieri
rimane la seriale
pulizia delle silenziose
in camice giallo.

Al bar di Prestipino il consueto
affollamento mattutino di commesse.
Laura, di Loveble, ne ha un’altra
da raccontare: stavolta uno specchietto
rotto dell’auto, che penzolava staccato
ieri ai parcheggi. Alfredo,
il barista, la blocca, le dice
«Stanotte» e le porge la tazzina
«ho sognato che facevamo l’amore».
«E com’era, era bello?» di colpo lei
civetta. «Abbastanza», sorpreso
dell’audacia, lui dice.

… CHE È IN FUNZIONE
UN SISTEMA DI TELECAMERE
CHE GARANTISCE
LA VOSTRA SICUREZZA.

SAMUELE:
Sabato sarà il mio ultimo giorno.
Potrei ripeterlo all’infinito
e non provare niente.

CINZIA:
Vuoi che non mi dia un piccolo
aumento? Da più di un anno qui,
per cinquecento euro al mese.

ALFREDO:
Neanche sei nato e riesci già
a farmi sentire in colpa: che male c’è
se metto la testa fuori dall’acqua?

LAURA:
Non guardarsi più indietro:
romperli tutti,
gli specchietti retrovisori.

DARIA:
Come mi duole Etnapolis, come manderei
vita e lavoro a gambe all’aria; asciugata la sera
fino al nocciolo legnoso, come mi trapassa l’ansia.

C’è un’allegra spensieratezza adesso a Etnapolis.
Tornano forti le zampe cerbiatte che prima cedevano
e sdrucciolavano: una festa ingolfata che recupera
lo slancio. La gente agli ingressi appende la morte
sugli appositi attaccapanni, è pronta a lasciarsi
portare su e giù sui nastri mobili, per i negozi,
la musica ripetitiva, martellante; degli altri
rassicurante la presenza.

Si diffonde più tardi la notizia
di due rumeni sorpresi a rubare
portati via in manette dai carabinieri
della compagnia di Paternò.
Si passano il racconto gli avventori
al bar, ne discutono a braccia strette
al petto, con gravità, le commesse
davanti ai negozi:
sembrano incresparsi
le acque, irrancidire gli umori, sembra
disperdere Etnapolis l’allegria
nello scolo – ma non insiste più di tanto
la memoria, dura i minuti
esatti di permanenza, e neanche
quelli: poi le pieghe si appianano,
nuovi apporti disperdono i vecchi,
e torna uniforme la tavoletta.

SAMUELE:
Finito il turno devo ricordarmi
di questo nuovo negozio, Hevel,
e lasciare un curriculum.

La terza volta in meno di un quarto d’ora
che il telefono squilla, Laura si irrigidisce,
la fronte le si infiamma, deglutisce, d’istinto
getta un’occhiata fuori dal negozio. La prima
era un silenzio che a lungo respirava.
La seconda una parola di marmo detta tra i denti,
camuffata, un «uh: buttana!» con tanto buio intorno.
La terza: «Lovable, b-buongiorno…» – la chiamata
della responsabile del punto vendita –: «Balbetti
anche, adesso? A quanto ammonta l’incasso?»

A ruota, la radio manda – due, tre volte –
le stesse canzoni, piene del desiderio
di danzare e amare e danzare di nuovo.
Alle vetrine, giganteggiano i saldi, i –50%,
i Fuori Tutto, i manichini
longilinei corazzieri
con occhiali da sole,
le promozioni, le card riservate
agli affiliati. Si inerpicano frattanto
le ore. Daria, Vanessa terminano
il turno. Laura scende ai parcheggi,
accompagnata per paura da Alfredo,
cui non dice delle ingiurie
al telefono; Cinzia e Samuele
senza una parola, diretti
a casa: non sanno cosa dirsi
e cosa provare. Il sorriso a metà
strada che si scambiano lontani
da Etnapolis risponde
al nuovo nelle loro vite: uno
per adesso tenuto segreto.

…………………………………..

Dalla terrazza da cui solo mi affaccio
scorgo il sole che si affossa.
Etnapolis di etnapolis, canto
rientrando, perduti i fili delle storie,
tutto è parte di etnapolis,
mentre uno per uno mi chiedo
uno per uno dove siano
quelli che affollavano ieri
i negozi i bagni i corridoi gli spazi
esterni, uno per uno, cosa facciano.
CHIUDE impone poi la voce maschile:
è ora per tutti di andare, abbandonare per me
la posa servile e la noia, e si azionano
le saracinesche, comincia
la conta del profitto.

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