«Il tempo adduce e porta via le forme,
il tempo ci dà vita e ci distrugge
mentre immobile vigila l’essenza».
Mario Luzi, Villaggio, in Primizie del deserto (Schwarz, Milano 1952)

«Poesia, in un certo senso, è resistenza al tempo, è vittoria
sul tempo, è mostrare un volto diverso al diverso richiamo».
Luciano Anceschi, Prefazione a Linea Lombarda. Sei poeti (Magenta, Varese 1952)

 

1. Dimensioni e corridoi. Il soggetto di questa nuova raccolta di Cristiano Poletti (Temporali, Marcos y Marcos, Milano 2019), pur muovendosi in dimensioni coesistenti e non di rado aggredite dall’assenza e dal negativo («In casa, una volta entrato, ho trovato / una perdita», Corridoio, con due citazioni, p. 11, vv. 2-3), riesce a mantenersi uno stabile e coraggioso io-cercatore («Ora / cerco il suo luogo nascosto», ivi, vv. 3-4). Sin dalla prima sezione Religione di un giorno, egli fa della sua voce in re – ancorata alla realtà («niente fantasie», ivi, v. 1) e alla materia («Con le mani cerco», ivi, v. 5) – uno strumento di scandaglio per imbastire un «discorso religioso» (Ivi, v. 1), che sa non arenarsi in una statica professione di fede e interrogare un «lontano che è qui» (Nysättravägen, Södertälje, sogno, p. 47, v. 5), un eterno incarnato («Va per l’eterno l’anima in giro nel giro di un volto», Settantasei, p. 94, v. 1).
La possibile «verità» si vuole avvicinare sondando sogni (si veda la sezione In sogno) e testimoniando emozioni accompagnanti una ricerca che sovrasta qualsivoglia tentativo di approdo obbligato e di un’unica visione («…verità che hai i tuoi figli / di specchio in specchio figli», San Lorenzo, Milano, p. 18, vv. 1-2). La dimora-testimonianza poetica in cui entra il lettore di questa raccolta non può che essere allora sospesa, «dentro l’aria» (Corridoi, con due citazioni, cit., v. 13), dove un «respiro», un soffio mondano, è libero di cercare con prudenza qualcosa esistente «prima delle scale, / della porta, / del corridoio» (Ivi, vv. 18-19), «prima di te e di me» (Per fede, p. 77, v. 1). E, ci pare, lo spazio più rappresentativo di questa casa-poesia sia il corridoio, luogo di transito, vero e proprio emblema di una temporalità umana e “mobile” («A questo corridoio / abbiamo dato corpo», Lettera a Helmut, p. 85, vv. 3-4). Ci si trova lettori in un segmento intermedio, avvolti tanto dall’infinito alfabeto del sempre («Ma tra due sponde questo è il punto, scritto / nell’infinito alfabeto del sempre», Pashupatinath, pp. 25-26, vv. 12-13), quanto circondati da forze e da vite precedenti («E ti perdi, e trascendi, tramandi un testamento / di suoni ripetuti, in metri e metri / di nuovi corridoi. / Così ti sono / accanto vite precedenti», Segmento, pp. 30-31, vv. 23-27).

2. I richiami. L’idea del corridoio rinvia a un percorso-richiamo, istituzione essenziale per rintracciare la natura dello stare qui umano e, al tempo stesso, per interrogare la sua destinazione. In prima istanza, un tale richiamo riguarda la tendenza a collegare-avvicinare, sotto forma di consiglio, la condizione del soggetto a quella dei suoi simili («dico a voi ascoltate uscite dal parco / venite a vedere», San Lorenzo, Milano, cit., vv. 3-4). Si affaccia un’urgenza di ricongiungimento in un gesto di comunione («la mano con la mano», Decalogo sei, p. 17, v. 22) che non di rado coinvolge un tu. Il richiamo diventa allora conforto per coloro che vivono in un luogo intermedio gravido di invisibile («Aspettiamo quel / che non si vede», Una tua domenica, p. 62), avvolto da una dimensione altra che può essere, però, interrogata insieme («Forma dell’ombra, o luce, tu nell’oro / sola t’intendi, e in questa ellissi / temporale che è lotta per la vita / che è sempre e si tramanda / liberaci tu, salvaci», Voci, p. 21, vv. 15-19). Variano le fattezze e le circostanze («Fuori infuria la storia», Una parola, p. 22, v. 11), ma ciò che resta, ciò che «tiene» questa comunione carnale e spirituale, è una parola («Nella coda degli occhi / una parola ti tiene», ivi, vv. 12-13). Il cantare l’interrelazione – potremmo dire il dialogo inter-dimensionale – tra il corpo e lo spirito («non negare il tuo / corpo sul corpo dell’altro. Il tuo stesso / spirito te lo chiede», La consegna, p. 20, vv.12-14) è possibile proprio grazie alla capacità della poesia di dare voce alla porosità dimensionale che ha la meglio su una qualsivoglia volontà classificatoria, rigida e stagnante. Ciò permette a Poletti di cantare una comune condizione, sacra e al tempo stesso eminentemente mondana e carnale («Passa tutto nel corpo, / sia tuo o mio è già un ricordo / aperto ora in un fiume sacro e sporco», Pashupatinath, cit., vv. 5-7).
La seconda forma di richiamo è più esplicitamente connessa a un «pensiero poetante» (A. Prete), a un indagare-interrogarsi sulla condizione umana e i limiti / le aperture che essa comporta («crede / in un’agitazione / che in un’agitazione si chiariscono / i fregi i segni già pensati / da voi e da voi resi / sparsi…», San Lorenzo, Milano, cit., vv. 11-16). In particolare, il soggetto pone domande di carattere ontologico, morale, genetico ed escatologico («Non si replica l’anima?», «Ma che parola è l’anima?», Pashupatinath, cit., v. 2 e v. 4; «In quale luce // tu, voce, stai avvicinandoti muta / alla fonte del fiato?», Fuga, o ritorno, p. 19, vv. 4-6; «a chi / consegnare la morte?», La consegna, cit., vv. 8-9; «Dove sei? Alzo la voce, dove sei?», Altitudine, p. 73) le quali non sono comunque risolvibili in un’unica sentenza («La madre / delle domande scivola nell’acqua», Pashupatinath, cit., vv. 21-22; «in natura / di buio cresci, e non muori o divieni, / tu taci sulla strada», Fuga, o ritorno, cit., vv. 7-9; «In un verso / è questo / il faticoso sempre sconosciuto / valico della morte vera», Segmento, cit., vv. 9-11). Un’assidua ricerca poetica riguarda soprattutto la natura dell’amare, che porta con sé una tendenza all’universalizzazione e, al contempo, una rispettosa e discreta confessione biografica. La si legge, ad esempio, in una lirica-confidenza come Referto. Il calore generato dal sentimento – quando il corpo e l’universo per un istante si raggrumano in un’unione fugace, dentro una stanza («l’universo / in una stanza piena di sudore», Referto, p. 27, vv. 8-9) – è l’unica cosa che persiste assieme al ricordo («E il caldo insiste, / da secoli urla noi, / afferma e nega, scompare, ritorna / in rima ingenua, dice che è del male / una radice, amore, e non ha cuore», ivi, vv. 19-23).
Una terza forma di richiamo – che incorpora le precedenti – è di tipo meta-poetico. Si espone, cantandolo, il valore della stessa poesia. Si catalizza l’attenzione sullo “strumento”, sulla pratica che si è scelta per la propria ricerca («Su questo tavolino scrivo», Fine temporale, p. 37, v. 11). In Di una poesia, andandosene, il poeta inizialmente sopraffatto dalla «riedizione del muto» che ha voce più grande, inglobante («vi richiamò / a gran voce», Di una poesia, andandosene, p. 13, vv. 4-5), è colui che è sì capace di sentire e amare, ma anche di avvertire il destino che lo attende, di cantare l’amore («Amore, vieni con me in questa pagina», La laveria, p. 61, v. 17) e la dimensione avvolgente di cui si diceva («Altrove / è un’eternità», Di una poesia, andandosene, cit., vv. 8-9). Anche in Neve (per una fotografia di Richards) – questa volta attraverso una fotografia (Note, p. 97) – la poesia coglie un passato nascosto, frammentato e dormiente («Dormono secoli di appunti / sotto la neve», Neve (per una fotografia di Richards), p. 15, vv. 1-2). Il soggetto, con la sua voce poetica, dà forma a una casa e a una vita («Ogni cosa per vocazione preme in una voce», ivi, v. 9). Anche in questo caso la dimensione che si scorge, pur restando “occulta” (Ivi, v. 10), è indagata grazie alla poesia, che permette all’autore di entrare nel quadro e, mantenendosi sulla soglia, vedere sub specie aeternitatis («Era questo, vedere. Giusto qui / al mondo, fatti eterni agli occhi e noi», ivi, vv. 11-12).

3. Soggetto e paesaggio. Il muoversi del soggetto in dimensioni-segmenti, in spazi precisi, convive, quindi, con un richiamo interrogativo, esposto con uno stile raddensato, attento a richiamare attenzione, che fa pensare a un possibile punto d’incontro istituzionale tra la tradizione ermetica e quella lombarda. Poletti rientra di certo, infatti, non solo per provenienza, nella tradizione lombarda – suoi maestri sono Sereni e Pusterla – e la arricchisce, mi pare, di una vitalità-tensione religiosa e spirituale, ma sempre ancorata a un paesaggio, soprattutto acquoso («Quest’acqua è così, è un cerchio, / e tu devi girarci dentro», Un cerchio, p. 50, vv. 1-2). L’uomo-poeta – il suo corpo e la sua anima – si lega al tempo dimensionale e al tempo meteorologico, si trova o, per meglio dire, si cerca in simbiosi con loro («le nuvole che screpolano il cielo / fanno dell’alba e sul volto una ruga», Ritorno, interno giorno, p. 28, vv. 6-7; «Vengo informato, la pioggia incomincia», Informazioni, p. 58, v. 1). Così, la condizione dell’acqua e quella stagionale («Fiume e nebbia, nostro inverno / che fai / scuri i segreti e i rami», Dove, p. 33, vv. 1-3) si fanno condizione umana («fiume e vita caduti qui, su un viso», ivi, v. 5; «col tremore / dei temporali negli occhi», Negli anni un nervo, p. 64, vv. 9-10; «In questo mondo che ruota e senza stelle la testa è piena di pioggia», Storia, p. 93).
Vi è, per concludere questo breve excursus istituzionale di Temporali, anche un voler afferrare dal paesaggio la materia di qualcosa che è comune («tentammo negli inverni: / strappare dalla nebbia, con la mente / qualcosa, forse tutto di noi», Pochi amici, p. 38, vv. 2-4; Rivolgersi all’aria, p. 63), quella di un amato («Torni e hai con te il mattino, / il nuovo inizio di una casa», Una persona, p. 42, vv. 10-11; «È stato lui, il ragazzo che è entrato», Storia, cit.), di una presenza più sfumata (Fine temporale, cit. – che ricorda La casa dei doganieri montaliana) o una vera e propria forma di sapere esoterico – intimo e al tempo stesso oscuro – neppure trasferibile a parole, dove va ricercato l’ubi consistam della poetica polettiana:

[…]

Voi, punti, chiazze, virgole di neve,
cambiate con la luce e riflettete
l’attesa. Per questo siamo venuti.
Tutto il sentiero è stato
un sapere, che in una sola era
ognuna delle attese, e non parole
sarebbero servite
ma cascata e silenzio.

Alto Ticino, luglio (p. 75, vv. 10-17).

*

da Temporali (Marcos y Marcos 2019)

 

Fine partita

Una bandiera lasciata sul campo,
abbandonata, a fine partita.
Il tifoso l’avrà dimenticata
in un eccesso di tristezza, o di gioia.

Nell’episodio pensavo a me
come oggetto smarrito della storia.

O forse è un’altra la metafora che occorre
per la stessa ragione, o religione,
ma in un ritmo diverso:
le infinite vasche
che ora nuoto e vuoto
polmoni e tossisco
sotto sopra avanti
indietro tossisco
la mia storia e tutta
la vita immortale.

 

Referto

per Arianna

Venne su ogni figura un temporale,
così, improvvisamente,
mentre tutto era in polvere.
Cose e persone e l’ora
si stringeva scurendosi e correva
nell’arco di un azzardo
a darsi il corpo, del corpo il referto,
lo scopo delle mani, l’universo
in una stanza piena di sudore.
Così di un mio segreto
amore di una notte
provavo a raccontarti e adesso
ti scrivo che ricordo:
i due a fine temporale
non si sono più rivisti.
Oltre il momento d’acqua, il corridoio
di pioggia che fu specchio, se ne vanno
nel timore di amare, gli uomini.
E il caldo insiste,
da secoli urla noi,
afferma e nega, scompare, ritorna
in rima ingenua, dice che è del male
una radice, amore, e non ha cuore.

 

Cristiano Poletti è nato il 12 aprile 1976 a Treviglio (Bergamo) e risiede, sempre in provincia di Bergamo, a Brignano Gera d’Adda. Ha pubblicato: Porta a ognuno (L’arcolaio 2012), dei poeti (Carteggi Letterari 2019), Libellula gentile. Fabio Pusterla, il lavoro del poeta (Marcos y Marcos 2019), Temporali (Marcos y Marcos 2019).

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