I testi proposti di seguito sono tratti da un lavoro inedito di Tommaso Grandi (modenese, classe ’85), realizzato in forma di prosimetro, intitolato Alla furia. Come accade per molti autori contemporanei, questo lavoro sembra in gran parte concepito per l’oralità, quando il verso, così animato ed espressivo, chiede di essere esposto anche con una intonazione teatrale.
Sin dalle prime espressioni, si susseguono azioni che si ripetono e vocaboli che si trasformano, si compenetrano, si rigenerarono muovendo dalla radice, dalla desinenza, dal suono che si fonde col senso e viceversa.
È soprattutto un testo che si compone di molte voci – echi, rimandi, citazioni- appartenenti a epoche diverse della letteratura e delle letterature, date le molte lingue che partecipano a questa ‘orchestra furiosa’. Alla furia infatti non ha confini, poiché l’autore riesce a intrecciare il tempo, lo spazio (interiore ed esteriore), le lingue con un risultato caotico e suggestivo. C’è da perdersi tra le poetiche, le visioni, le filosofie al punto che la poesia si rivela essere una trama fittissima, dalla natura stratificata e amalgamata, dove ciascuno può avvertire il proprio richiamo che arriva da lontano, tra i personali percorsi di letture e studio.
L’io penetra in questo intreccio, col suo flusso di coscienza che si combina con le voci: è l’intricato paesaggio interiore che si mette in dialogo con gli echi della poesia, della filosofia, della letteratura. A complicare lo svilupparsi iperattivo del verso, è l’uso schizofrenico della punteggiatura che funziona senza regole apparenti, in modo provocatorio.
In questa selva densa di voci, il dolore viene esibito come strappo, ferita che si pronuncia nella parola. E questo dolore galleggia nel vuoto, che è il tema ricorrente nel lavoro di Tommaso Grandi. Il vuoto è intorno, dentro e fuori, continuo e minaccioso … costituisce forse il rischio che si va delineando con l’uso improprio della lingua, dove i suoni si contrappongono a seconda di come vengono usate le parole, di come si possono intrecciare tra loro, producendo enigma e caos.
Intorno al vuoto c’è l’immagine ricorrente del vortice, che si nutre delle nostre vite affannate nella corsa quotidiana, tra azione, reazione, pseudo-comunicazione – «la grande macchina che tutto impasta/ e infanga»-: un vortice di elementi che si oscurano a vicenda, avvolgendo il nostro tempo in un clima di sconcerto.
La cifra di questo autore, che si affaccia sulla scena contemporanea con un nutrito bagaglio letterario, è il suo continuo lavoro di scavo nelle lettere, nel suono e nel senso, un lavoro nella frattura e nella punteggiatura. La sua scrittura persegue un filo rosso del pensiero che permea il tutto, nonostante il vuoto incombente: è la furia poetica che chiede di andare oltre la logica del vortice o meglio, Oltre il linguaggio.

 

Dalla sezione #OLTRE

Sospeso

Ecco, ecco dice l’aurora: ora auspico
piccoli cola latini, dimora
scura di animi persi, fini, di spiriti-lame
affilati all’oblio dell’infinita vanità del tutto:

manifesta, s’erge ora la frattura
e divora-ama lo sprofondante,
costantemente – fratto – depositarsi,
magma osceno di un passato-memorabilia
gnoseologicamente in pezzi, il mio
– ed ecco sùbita la pretesa di realtà -,
l’io, macché: il conveniente manifestarsi
di quello spoglio être che qui picchietta
impertinente, nichilista penitente,
che sfatto si pro-tende nello slancio – vano
vanto del vuoto: prendimi! E poi:

Dietro la stazione, là dove languono spogli
quei due palazzoni appiccicati, là frangono
le nuvole frastagliate da est, nord-est, laggiù
l’eco di una narrazione sus-surrata sul vuoto:

 

#narrazione 1, oltre le mura

C’erano lumi, di eterodosse cavalcature
[rotte come mosse come nessi come fuochi
(as sus-chords blowing into the void of a plain harmony),
senza sesso senza colore senza idee senza rumore]

cavalcanti il cavalcavia a fatica,
recalcitranti all’ombra muta (solo tre pioppi nereggianti sullo sfondo strappato,
«come per mezzo di un taglio a traverso»),
che in-consapevoli – la consapevolezza è qui solo un’illusione, refuso di un modello antico, dell’adesione solo formale a un fascismo borghese – si recavano a braccia tese verso la grande
città:

la grande macchina che tutto impasta
e infanga, uterina abbraccia animi
inutili, ignavie en train d’individuation,
seeking definition in un processo
informe informalmente fratto e sotto…
rotto, solo il vano vanto del vuoto.

*

Tra-versi

Ecco, ecco dice il dolore: ore perse
prese per prose, proponimenti irti
di fronde, rose, d’altre costellazioni-ciarpame
temperate a un vortice c’hassi a rifar, ma il tempo manca.

Trepidante, cade ora l’evidenza
e penetra-attira l’invincibile,
formalmente – atto – a considerarsi
io, codice decadente dicembrino,
amalgamato magma oggettivante
sempre manifestante il nero insuturabile
insaturabile! – di una ferita-vortice
antica, assordante osso di formica,
inciampo ridondante ribollente ritto
ritorto distorto distratto rifratto rifranto – ogni
volta muoio nello slancio – abbracciami! E ormai:

Fra le mura, rovistano quattro cani neri,
lì, dove l’erba spacca l’asfalto e le macchine
s’appiccicano d’odio e di furia lì, la carta
usata di una narrazione tra-mandata per errore:

 

#narrazione 4, oltre il linguaggio

C’erano fumi, d’alti altari elevati
[vuoti come vivi come vetri come ostili
(as tra-verses wounding a white sheet turning blue)
senza forma senza umore senza rotte senza tremore]

violanti il violabile di un cielo inutile,
immobili alla luce satura (solo io e mio padre come in un refuso, «contributo involontario alla pluralità delle verità»),
che di tra-verso – tutto si diceva nel tempo immobile del verso, il mondo appariva
come un esserci-nel, allamano pro-curabile eppure là, sempre nel distacco,
nella di-stanza oggettivante del linguaggio – s’innalzavano furiosi fino al limite del cosmo:

tra-versare il verso versificando
l’oggetto minimo, minimizza
una sconfitta tra-gica, idée terrible
rooting for fragments in un franare ormai
irrefrenabile verso un unicum… uni-verso univoco, breve sogno.

 

Tommaso Grandi è dottorando in Culture Letterarie e Filologiche presso l’Università di Bologna. Si occupa di letteratura italiana contemporanea e dell’etа romantica, dei rapporti tra letteratura e filosofia e del legame tra letteratura e arti visive. Oggetto particolare della sua ricerca sono il pensiero e l’opera di Giacomo Leopardi e di Pier Paolo Pasolini. Suoi testi poetici sono apparsi su blog, riviste online e nella rubrica La bottega della poesia (La Repubblica, Bologna – a cura di Alberto Bertoni). Crede nella compenetrazione di filosofia e poesia quale mezzo privilegiato d’indagine, da volgere alla comprensione della totalità del reale.

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