Con tono apparentemente leggero e scanzonato, Matteo Bianchi affronta, nella sua ultima pubblicazione intitolata Fortissimo (Minerva edizioni 2019 – Collana Cleide), il tema più caro ai poeti sin dalle origini: il tema dell’amore. Lo fa ricorrendo a diverse forme testuali come la prosa breve, la prosa poetica, la poesia lirica, l’aforisma, in un’opera che sembra una partitura musicale – a partire dal titolo stesso – che propone variazioni sul tema.
Il libro si divide in due sezioni, con titoli – Fortissimo e Mezzo Piano – che richiamano a loro volta il campo semantico della musica, in particolare quando nelle esecuzioni con più strumenti – in questo caso con metri e tipologie testuali diversi- risulta possibile differenziare un forte da un piano per creare un giusto equilibrio tra i suoni, o per indicare passaggi graduali da un’intensità a un’altra. E così il Fortissimo della prima sezione, così peculiare nella sua freschezza e dinamicità, bilancia il Mezzo Piano della seconda sezione, più moderato e composto.
A contrastare quella immediata sensazione di leggerezza, trasmessa dalla scelta di alcune espressioni o situazioni che raccontano l’amore vissuto, un po’ come gioco – sebbene sia un gioco serio e travagliato – è la varietà dei linguaggi chiamati in causa, che rendono viva e sofferta la scrittura di Matteo Bianchi, capace di creare atmosfere diverse.
Fortissimo – specie nella prima parte – presenta pagine che hanno un taglio cinematografico, per alcune inquadrature che descrivono le situazioni: scene che ritraggono gesti romantici, di vita quotidiana, compiuti da giovani innamorati che si dimenticano del mondo:
«Mi piace seguirti con lo sguardo da una camera all’altra scalza e pensierosa con il plaid a scacchi sulle spalle, o prenderti ai fianchi quando meno te l’aspetti, mentre lavi i piatti e ti vanti di essere più brava di me».

Sulla soglia tra gioia e dolore, tra spensieratezza e riflessione si sviluppa l’esecuzione poetica del giovane autore ferrarese: la soglia come limite che segna le diverse fasi della vita, e per questo ci marchia indelebilmente, anche nella scrittura. Quella soglia – specie nell’animo dei poeti – non è mai superata definitivamente; così alcuni testi di Bianchi hanno il sapore della timidezza, del dubbio, della nostalgia, del disorientamento provocato dall’amore. Si scappa, si piange, ci si stordisce tra il fumo e il vuoto dello specchio… in uno stato di confusione e dolcezza così seducente, poichè carico di emozioni e teso a vivere pienamente quel sentimento, quella persona, lasciando tutto il resto fuori.

«Rischiavo di versare troppo sangue e la mia voce non doveva finire al vento, non poteva: ci riconoscevamo a stento in mezzo al mercato del pesce a Rialto nella bora, nella solita bufera neanche sapevo perché fossi lì».

Una voce matura dà corpo a quelle sensazioni, una voce che conosce e si confronta con altre voci e a quelle si appella, sapendo che certi passi non si possono compiere da soli, che certi vissuti sono comuni alle anime sensibili, ai poeti. Così l’autore invoca nei suoi testi i miti della letteratura, antica e moderna, li sceglie come compagni di viaggio, per non compiere in solitudine quei salti verso l’ignoto. Fra le sue pagine affiorano i miti greci, Orfeo e Euridice, Prometeo, Psiche, Ulisse e Penelope e poi le voci del nostro tempo, come Cesare Pavese e altri Maestri della Letteratura citati apertamente o tra le righe, in questo variegato racconto d’amore. E come accadeva ai grandi, anche il giovane poeta in questo libro dichiara apertamente il proprio limite  e davanti a esso si blocca:
«Adesso è chiaro e fatale: avrebbe desiderato che una donna fosse diventata la sua origine, il suo eterno e necessario ritorno, per non avere più bisogno di quattro mura da scegliere, di un nome sulla mappa.
La mia vorrei fossi tu. La maledizione innocente di chi mai si accontenterà della sua passione».

Nelle prose poetiche della prima sezione e nei versi lirici della seconda, Matteo Bianchi sembra voler tracciare bilanci, ravvivando ricordi, emozioni, rischiarando sogni ad occhi aperti o chiusi:
«Neanche le viti sporgeranno più sotto il tavolo, dove un giorno correrà a nascondersi mentre prepariamo il pranzo, ancora con il pigiama addosso e i capelli incasinati, credendo di non essere trovata».

L’amore è allora qualcosa su cui scommettere, per cui buttarsi nel vuoto con la speranza, il desiderio che ci sia qualcuno ad accoglierci, perché c’è – onestamente e finalmente – in questi versi, un disperato bisogno di affidarsi all’altro e di fidarsi dell’altro, con la costante paura di cadere e ritrovarsi soli nel buio, nel deserto. Il desiderio e il bisogno dell’altro non appartengono ad altre epoche o ad altre generazioni o momenti storici; appartengono all’uomo. Il pregio di questo autore è quello di averlo messo su pagina, in poesia, con molta franchezza, modulando le emozioni con forte e piano, restituendo quel valore, un po’ assopito, alla bellezza della relazione amorosa.

«Sono complicati, articolati e spesso sono dati per scontati, vengono trascurati i legami di cuore. Forse è per questo che ci si infiamma per tutt’altro, per timore di perderli. Dentro di sé ognuno lo sa dal primo giorno di sole che di preoccupazioni e passioni pratiche ne avremo sempre per le mani e non si muore, ma le persone alle quali ci si affida sono un tenero salto nel buio, ciò che scalda e ha la durata più incerta.»

Nel Mezzo piano della seconda sezione del libro – che raccoglie dieci anni di poesia (2008-2018) – cambia il tono e anche il tipo di verso: l’atmosfera è più cupa ed enigmatica, gli stati d’animo si riflettono attraverso gli oggetti, i gesti, la luce. Molto suggestive appaino le chiuse delle poesie che hanno a tratti il sapore dell’aforisma o di messaggi che intendono fissare i ricordi e le persone care, che abitano gli spazi, i gesti della memoria. In questa sezione vi è una lotta ostinata contro l’oscurità, a partire dalla citazione in esergo di Roberto Pazzi: L’ oscurità è superbia. Così viene costantemente evocata la luce: Il pioppo in cortile è pervaso dal sole –  qualcos’altro ribatte il sole – rappresa nel ghiaccio la luce – scintilla tra due astri – temevo i tuoi occhi oltre la luna – di luce celata dai cavi… Luce come conforto, come fonte di energia e di calore, che possa ancora nutrire lo sguardo e il respiro, il bisogno dell’altro oltre la solitudine e il deserto, oltre la frustrazione, sapendo bene che se da una parte c’è l’insidia silenziosa dell’ombra, l’amore è qualcos’altro.

da Fortissimo (Minerva 2019)

dalla sezione MEZZO PIANO

 

La pazzia di un uomo alla stazione
sta dentro ad un solo momento:
la tua partenza.
Il cielo sul treno è un deserto
e non passa volta, bagagli al vento,
i miei occhiali non siano bagnati.
Mandare giù tutto d’un fiato
l’amaro boccone di un addio
lasciato freddo nel piatto.

Ritorna un tuo sorriso,
riflesso opaco dalle lenti.

Il pioppo in cortile è pervaso dal sole.

 

*

 

Insistevi che il poeta
deve tutto alla musica.
Ti ripetevo che il poeta
deve invece camminare.
Non stancarsi subito
di tornare indietro,
riattraversare la stessa porta,
reduce delle stanze
quando scappa di casa.

Ti frugavo nella borsa
per fare parole della mia penna,
le mie braccia di edera
strette impotenti
alle corde del tuo violino.
Tralci di comunione e foglie
rosse sopravvissute.

 

*

 

«Sei aria pura, Psiche,
sei ossigeno per me».
Aspiravo

solo questa avventura
è vera sulla mia scorza:
la pienezza della mela.
Non sapevo dell’ombra
di tutto il verde
che mi circonda,
dei salici di scorta.
Per te che gratti la poesia
sulla torba inferma,
che aspetti la pioggia
torni al cielo sporca
e il sole si faccia meno pieno
del suo calore,
l’amore è qualcos’altro.

 

Matteo Bianchi, 33 anni, si è specializzato in Filologia moderna a Ca’ Foscari sul lascito lirico di Corrado Govoni, sulla cui poetica ha poi curato l’Annuario govoniano di critica e luoghi letterari (La Vita Felice, 2020). È libraio, giornalista pubblicista e collabora con varie testate del Gruppo Gedi, con “Left”, “Poesia” di Crocetti, “Leggere:tutti” e “l’immaginazione”. Ha pubblicato le raccolte Fischi di merlo (Edizioni del Leone 2011, Premio Rabelais, Premio Turoldo), L’amore è qualcos’altro (con Alessio Casalicchio, Empirìa 2013), La metà del letto (Barbera 2015, Premio Metauro, Premio Città di Sassari, finalista Premio Caput Gauri), Fortissimo (Minerva 2019, Premio Maconi Giovani) e la plaquette Un’ombra in due (L’Arca Felice, 2014), in parte interpretata dal cantautore Germano Bonaveri.
È stato presentato su “Gradiva” (Olschki, State University of New York) sia da Giancarlo Pontiggia sia da Francesco Scarabicchi. Suoi versi sono apparsi nelle antologie In questo margine di valigie estranee (a cura di E. Pecora, Giulio Perrone 2011) e Il silenzio acuto del mattino (a cura di G. Sica, Giulio Perrone 2012), nel Quadernario (a cura di M. Cucchi, LietoColle 2016), nel numero antologico della rivista “Función Lenguaje” (n. 8, 2019) dedicato alla poesia italiana contemporanea, a cura di P. Ruffilli con le traduzioni di Josè Luis Reina Palazon, e su “Soglie”, “Capoverso”, “La clessidra” e “Il Filorosso”. Suoi contributi critici, invece, su “Il Ponte”, “Semicerchio”, “Letteraria”, “Il Segnale” e “Atelier”, di cui ha curato il monografico sulla poetica di Anna Maria Carpi (n. 73, marzo 2014). È stato tradotto in inglese, francese, tedesco, olandese e spagnolo. Per Samuele Editore ha appena licenziato la curatela dell’antologia Dal sottovuoto. Poesie assetate d’aria, che insieme a trentacinque penne contemporanee affronta il tema dell’isolamento.

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