Fotografia di Marco Aquilani Officina Visiva

Rimanere sotto la doccia, pensare
di rimanerci in eterno.
È una stipsi del cervello: trattenere
tutto ciò che va in tilt possibilmente
non lasciarlo andare, lasciarlo
ristagnare. Nella stasi credibile ma che
fa male: l’alternativa non c’è, in caso
una statua in ginocchio sul filo del rasoio.

*

Disfatta nella forma qua – aspetto
sono liquido: miscuglio decoroso, mi adatto
a ogni tua richiesta, sono ancella: alla pigrizia
di fine giornata – lavoro affanno o scocciatura tua.
Ti avvolgo: mi faccio coperta placenta e dissolvo
sto zitta. Approfitta: sono i giorni della muta
il corpo molle e delicato, malleabile scorza.
Domani tornerà la forza, le chele che attanagliano.
Sconfiggerò il leone.

*

Un uomo cade (all’improvviso) e tra marasmi
parentali e tramestio nessuno
pensa – o forse sì, ma solo adesso: dall’altra parte
del mondo qualcuno sta ridendo, o pure lui
è appena morto, si sta riproducendo, è stato
licenziato. Non se ne parla, di riuscire a piangere
con l’enorme pensiero imbarazzante nelle tempie
(il sottofondo è Dal nuovo mondo di Dvořák)
che fa urlare sincroniche le attività, umane degli umani – tutti.
Un segreto pesante da svelare: il viso provato non è
il risultato di un dolore: è l’equazione – che non viene.
Nel diagramma a dispersione sopra la linea
del morto in alto a sinistra anche un puntino giallo
di un tizio che mangia il gelato con gusto. Vicino
– puntino verde: lo studente preso dal voto di domani.
Anche un cane puntinoblù alza la zampa sulla ruota
di una Panda. Era-un-uomo-buono-salutava-sempre. E già
si immagina la giacca che prude nera riposta
nell’armadio. I piatti nel lavello da lavare. Pure il sorriso
in questi casi è una difesa, è come
l’olio che non fa fare la ruggine ai chiodi
delle bare. Ritirare i panni prima che piova. Stasera
un cheeseburger e delle patatine fritte cotte al forno.

*

Dall’aula accanto si sente zittirsi
all’improvviso
il professore. Era ora che desse
spazio a quei ragazzi insonnoliti
– l’alito di latte e sigaretta. Aspettano
che suoni la campanella della ricreazione
per potersi spingere
e baciare. Andare a pisciare
e poi di nuovo fermi, incastonati ai banchi
ad ascoltare chi non ha poi granché da dire
e spera di tornare a casa in tempo
per un pasto decente e riposare.

È spesso una questione d’intenti
tentativi di ancoraggio al limite
del concesso pattuito.

*

Come sarebbe la mia vita se non fosse questa
vita ma altre mie vite non vissute, o vissute
altrove. Come felice sarei, o infelice, se
non vivessi la mia vita ma qualche altra
vita che esiste e c’è, se non esiste
questa, la mia. Ma chi ha deciso
nell’antologia del possibile
che fosse proprio questa
e non un’altra, dove io
magari non ci sono
nemmeno.

 

Federica Gallotta è nata il 13 luglio 1990 a Tarquinia, cittadina sul mare in provincia di Viterbo e da tre anni vive nel capoluogo, dove ha trascorso gli anni universitari. Nel 2017 consegue la laurea magistrale in Filologia Moderna all’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo e attualmente insegna italiano in una scuola di Tarquinia. A novembre del 2017 pubblica presso Giuliano Ladolfi Editore la raccolta di poesie Altri nuovi giorni d’amore. Sue poesie sono state pubblicate su riviste e antologie; scrive di poesia per la rivista online Shockwave Magazine.

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