CONFINE DONNA – XXIII e ULTIMA PUNTATA

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

Curiosità, ribellione. Siamo rimasti chiusi in una gabbia murata per quarantacinque anni. Ogni cosa al di fuori era invitante. In seguito alla caduta del regime comunista l’Italia costituiva l’occasione immediata. Ovviamente persisteva in quei tempi un’attrazione verso tutto ciò che essa simboleggiava: arte, film, cibo… Modigliani, Pasolini, Fellini: – Marcello come here!

Mi racconti il viaggio intrapreso per arrivare in Italia?

Semplice e fiabesco. A quei tempi ero impiegata come professoressa di letteratura albanese a Durazzo. Mio padre, capitano di una nave mercantile, uomo di solidi principi, laureato in URSS (l’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), ammiratore di Majakovskij, e mia madre, alta esponente del partito comunista, cedettero alle mie “suppliche” organizzandomi il viaggio verso il paese capitalista. Sicché una mattina mio padre mi fece salire sulla sua nave e mi nascose nella sua cabina: dietro un armadio c’era un piccolo nascondiglio, uno spazio triangolare, in cui ho dovuto rifugiarmi due volte durante il viaggio, all’inizio e prima dello sbarco. Ricordo di aver contemplato per ore e ore dall’oblò il nero piatto del mare, la cena con riso in bianco e l’ansia di mio padre. Ci è voluta una notte per arrivare a Gallipoli. Più tardi mi aspettava mio marito. Un altro viaggio lungo fino a Pontevico, Brescia.

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi mesi che hai vissuto in Italia?

Una felicità taciturna, calda, buona. Ricordo un cagnolino che mi seguiva la prima volta che arrivai a Pontevico. Non ero abituata agli animali. Temevo che mi mordesse ma provavo una grande tenerezza, una voglia irresistibile di accarezzarlo. Vedere Milano per la prima volta mi procurò una forma di svenimento mentale. Sotto i piedi mi pareva tutto scivoloso, avevo il timore di cadere per terra. I colori, il profumo dei cornetti, del cappuccino, i prati. I suoni delle campane, la velocità dei tram, il via vai delle auto. Le librerie e le pizzerie. Accoglievo con simpatia tutto ciò che mi riportavano gli occhi, le orecchie, la bocca e le mani.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione?

Sono arrivata in Italia con il background della scrittrice e dell’insegnante. Ho cominciato a scrivere quando avevo dodici anni, e ho pubblicato per la prima volta a quattordici. Ma i primi anni in Italia ho dovuto smettere. Avevo necessità di imparare la nuova lingua, che conoscevo solo tramite la televisione e i pochi libri di cui disponevo a casa. In Albania imparavo l’italiano traducendo le poesie di Neruda. In Italia non bastava. Nella mia situazione nuova non riuscivo a conciliare il mio passato con il presente. Incastrata in questo turbinio leggevo tanti libri e studiavo, come faccio tuttora, la grammatica. Nel mentre pubblicavo in Albania le mie traduzioni. Oggi oserei definire quel tempo un incubatoio.

Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Mai superato. Reputo il confine della lingua seconda un confine alto e largo, ma credo che questo valga anche per la propria lingua madre, benché in misure differenti. Suppongo che sia pressappoco così per tutti gli scrittori di seconde lingue. È il nostro tallone d’Achille. Nonostante ciò scrivo, è un istinto remoto e testardo. Ma anche naturale, come l’atterraggio. L’aereo deve atterrare prima o poi, e non importa come e dove.

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

Quando mi sono scoperta priva di una comunicazione autentica con la società nuova. Per uno che scrive diventa difficile con un vocabolario scarso trasmettere agli altri testimonianze complesse. Improvvisamente mi sono sentita denudata, disarmata. Dovevo lavorare, qualsiasi lavoro, e naturalmente questo ha modificato il mio stato. Poche donne migranti hanno la possibilità di riprendere gli studi, o di vedersi riconoscere il diploma di laurea, o di perfezionare la conoscenza della lingua seconda. Il tempo passa e nessuna delle esperienze che stai accumulando ti aiuta a ritrovare la persona che eri una volta. In ogni modo non mi sono mai pentita. Farei di nuovo le stesse scelte. Tempo fa avevo scritto: “La mia è una storia di emigrazione intrapresa per amore della libertà, dei cambiamenti intesi come un’opportunità di crescita, per la quale sono stata costretta a calpestare strada facendo il mio passato. Altrimenti non avrei mai potuto conoscere donne di altri paesi, storie che amo, e che non mi annoieranno mai nel loro tragico o fortunato epilogo”.

 

Da  Ciao mamma, un saluto da Bolzano (Terra d’ulivi, 2017)

Ciao mamma, un saluto da Bolzano

Ciao mamma, un saluto da Bolzano.
Sento il bisogno di dirti che mi manchi.
Avrei potuto essere anch’io di Kobani, essere chiamata Narin.
E se mi trovassi sotto un mucchio
di sassi, oppure violentata in una casa abbandonata,
desiderosa di avere addosso
un grembo di fiore tra le crepe?
Se fossi Narin, e se fossi viva, avrei potuto scriverti
per spiegarti dove mi trovo.
È facile se segui le tracce di altri spettri,
ti accorgi del muro con sopra il mio nome all’inchiostro rosso.
Il muro con le tre finestre, sul lato est di Kobani.
Ti avrei indicato
la porta verde bucata dal cecchino. Se fossi Narin.
Altrimenti, mi troveresti un po’ dappertutto. La testa appoggiata
sul tronco di un albero.
La mano, quella con quale ti scrivo, sopra il fucile.
L’occhio destro che guarda le malve,
l’altro che segue il merlo sopra il tetto.
Ti amo più di quanto pensassi.
Hai letto della morte del ragazzo Azad,
che cantò l’ultimo canzone per la sua madre?

Tutto sommato, io sto bene. Ogni mattina bevo un macchiato
e leggo i giornali. Da lì osservo a malapena il mondo
come sanguina, e le ali dei corvi che spediscono
i messaggi dei combattenti come polline per il futuro.

*

Ricordo il nonno

Ricordo sempre il nonno, come andava in giro per il cortile
con addosso una tuta blu.
La nonna si addormentava sopra il giornale
con la bocca aperta, gli occhiali scivolati dal naso
e il mento sul tavolo.
Dalla radio si sentiva la canzone straziante di Zdravko:
– Ti moses sve. Tu non puoi fare niente…
Laceravano l’anima i suoi suoni tristi a noi incomprensibili,
ma tutti i capelli tagliati a coda di colombo,
come lui.
All’alba, la nonna cercava la bottiglia di grappa,
e il nonno Bahria faceva il finto tonto,
dandole delle pacche sulla schiena, e i pizzicotti sulla faccia.
Al pomeriggio parlavano dei compagni che
non c’erano più, o perché morti anziani
o perché fucilati in guerra.

Verso sera, il nonno appariva in tuta blu,
con la bottiglia in mano e gli occhi poco bagnati.
Riempiva per lei un bicchierino a metà,
e continuavano a parlare dei compagni,
guardando più o meno la tv,
i ficchi secchi sul tavolo, e il tabacco.

Cosi via via tutto si velava di una soave polverina
della vita assolta e della notte.

Ti moses sve – Tu non puoi fare niente
cantava Zdravko

*
Fortunato colui che

Fortunato colui che prese in sposa mia madre.
La ragazza annaffiava con lacrime le montagne della patria lontana
mentre il ragazzo, da sopra l’albero,
sull’entrata del ponte di Pechino,
l’albero circondato dai salici inchinati e silenziosi,
le spargeva sui capelli le foglie appassite di ginkgo.

A lui mancava Leningrado e camminando abbracciati
per la piazza Tienanmen
le raccontava della Madre Russia, come ci si vestiva spesso di bianco,
della vodka a fiumi, dei canti d’amore e delle lacrime degli amanti ubriachi.
Ballava per la ragazza la danza della Kalinka….

Dipoi si fermarono a Durazzo, accanto al porto.
Da una stanza con la finestra verso il mare
la sposa sentiva le sirene delle navi
quando lui sbarcava nella terra amata con gli occhi lucidi,
le tasche piene di conchiglie.

Ai genitori agnostici serve una preghiera occulta.
Ho inciso nel mio cuore un tatuaggio
della mezza luna e di una stella.

*

Abuk Ajou

Abuk Ajou aveva fame. La fame genuina.
È per via del richiamo genuino che giunse al centro
passando per la strada porpora di Bahr al Ghazal.
Scalpicciando sulla terra rossiccia
appoggiò la pelle con prudenza, le ossa
e la testa.

Per vivere a lungo ha sorriso poco,
ha detto niente,
nessun sussurro ha sussurrato
e ha risparmiato tre giorni e notti.

Di tanto in tanto le passavano accanto mocciosi magri,
figlie alte con gli occhi grandi e scuri,
uomini chiassosi anch’essi neri,
ma nessuno le sfiorò la fronte,
nessuno chiese a lei:
– Saluti Abuk Ajou! Stai morendo bene?

Incantati dalla stessa fame seguivano la nuvola
che stesa sul Fiume delle Gazzelle
sgocciolava la luce chiara su acque scure.

*

E se Dio vorrà

E se Dio vorrà
possiamo vivere bene e a lungo io e te.
Senza danneggiare il prossimo.
Usando quel che ci spetta per fare del bene.

Ma sempre se Dio vorrà…

Perché temo di chiedere a Lui così troppo.
Così tanto. Come tagliassi un pezzo di destino
agli altri. Quasi che la bontà fosse misurata
come una torta di mele, ognuno il suo pezzo.

E chi ne vuole di più
rischia di prelevarla al compagno
che si accontenta di meno.

E allora, sperando e non pregando,
che Dio allunghi la mia vita con te,
forse è meglio pregare per gli altri.
In modo che a Noi, rimanga un pezzo di fortuna
guadagnato con poco ma con dedizione.

Altrimenti, spero almeno di non morire
prima di dare un pugno per rompere il naso
al torero che mi uccide il toro per puro divertimento,
dopo aver mangiato per una notte intera tapas, senza fine…

Povero toro, rinchiuso e tenuto prigioniero,
costretto a uccidere colui che vuole la sua morte.

Spero di non morire
prima di vedere le cicogne tornare
maestose su piazza Burgos alle 12 in punto.
E prima di mettere l’occhio sinistro
dentro ojos de salar,
vedere con gli occhi della Bolivia salina.

Ma se Dio vorrà
anche la mia amica berbera troverà un lavoro degno
e si sentirà meno in colpa osservando il tramonto
prima di recitare la preghiera.

E io vivrò con te a lungo e bene.
Amandoci e odiandoci,
in quella misura di odio,
in quella misura di amarezza
che da sapore al miele.
Se Dio vuole.

 

Gentiana Minga, scrittrice e giornalista, è nata il 12 aprile 1971 nella città di Durazzo (Albania). Laureata in Letteratura e Lingua Albanese presso la Facoltà di Storia e Filologia dell’Università di Tirana, è stata insegnante di lingua e letteratura albanese e per diversi anni bibliotecaria presso la Biblioteca Pubblica di Durazzo. Ha collaborato come corrispondente per la testata albanese “Koha Jone”. Tra le sue pubblicazioni: la raccolta di racconti e novelle Autopsia e shkatërrimit / Autopsia del disastro, (Europa, 1993); la silloge Zonja e Shkodrës / La signora di Scutari, (Florimont, 2003); l’antologia poetica Ciao mamma, un saluto da Bolzano (Terra d’Ulivi, 2017). I suoi testi compianao in diverse antologie, tra cui: Sotto cielo di Lampedusa II (Edizioni Rayuela); Muovimenti – segnali da un mondo viandante (Terra d’Ulivi); Donne combattive e solitarie (reportage); Donne d’Albania- tra migrazione, tradizione e modernità”, (Com Nuovi Tempi); Matrilineare, Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta a oggi (La vita felice); Poesia Urgente per Giulio Regeni (Edizione Rayuela, 2019). Ha tradotto e pubblicato testi di diversi autori, tra cui Pier Paolo Pasolini, Corrado Alvaro, Luis Sepulvelda, Norbert K. Caser.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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