CONFINE DONNA – XXII PUNTATA

 

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese d’origine?

In verità, la mia partenza dal contesto linguistico e culturale d’origine – la Svizzera italiana – è avvenuta inizialmente all’interno delle frontiere nazionali, prima di lasciare il paese: a 18 anni mi sono trasferita a Ginevra, città di lingua francese, per frequentare l’università (Facoltà di Lettere e Filosofia) dove ho vissuto per molti anni e dove ho iniziato a scrivere. Sono poi partita dalla Svizzera verso il Brasile (dove vivo dal 2003) perché nel frattempo mi sono legata sentimentalmente a un poeta e antropologo brasiliano.

 

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi tempi che hai vissuto all’estero?

Quando sono arrivata a Ginevra, provavo fascinazione e anche un certo timore (era la prima volta che mi trovavo a vivere da sola, ed ero molto giovane, mi trovavo in una città cosmopolita con oltre 180 nazionalità e molte lingue diverse parlate nello stesso quertiere). L’esperienza linguistica fu particolarmente ricca: mi ritrovai a dovermi reinventare un quotidiano, per strada e nelle sale dell’università, in un’altra lingua, il francese, ma anche in spagnolo (visto che studiavo lettere ispaniche e i miei amici erano tutti di lingua spagnola). La città, così cosmopolita, mi affascinava, con i suoi rumori, le sirene, l’anonimato dei mille volti provenienti da tutto il mondo… tutto così diverso dal contesto regionale della mia infanzia e gioventù! Poi, dieci anni dopo, mi sono ritrovata nuovamente in una situazione di sradicamento linguistico-culturale, partendo verso il Brasile: una nuova lingua di convivenza affettiva, una nuova lingua per la vita professionale, una nuova lingua anche per esprimere questo nuovo vissuto in terra straniera. Una nuova lingua per un sentimento in fondo già vissuto, anche se dieci anni prima e con premesse e scopi ben diversi. Sono stati anni molto radiosi, i primi anni brasiliani, durante i quali mi sono immersa a capofitto nel nuovo tessuto lingustico e culturale – quasi come se avessi sviluppato, nel corso del tempo, una sorta d’istinto linguistico e di manuale di soppravvivenza. Una seconda pelle intercambiabile, un po’ come quella dei serpenti.

 

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione ?

Il mio rapporto con la scrittura è stato sempre come una seconda pelle che mi copre senza strigermi troppo stretta. Flessibile, nella misura in cui mi sono trovata sin da bambina a convivere con contesti linguistici diversi. Il percorso di migrazione tra lingue e culture è sempre stato all’insegna della pluralità sin dalla nascita: nata dialettofona (lombardo e leventinese), l’italiano è considerata la mia lingua materna, il francese la prima lingua straniera imparata dall’età di 8 anni (poi alimentata da anni di vita trascorsi in un contesto francese), poi l’inglese, il tedesco e soprattutto lo spagnolo (degli studi universitari) e il portoghese-brasiliano della vita affettiva e della vita in Brasile, dove vivo tutt’ora. La scrittura è cambiata con me, attraversando le diverse lingue che io stessa ho fatto mie, in particolare il francese e il portoghese, che in determinati momenti della mia vita ho sentito di dover adottare come lingue di scrittura. Esiste un dire in potenziale situato nell’interstizio tra le lingue che mi abitano, tra l’italiano, il francese e il portoghese. Quindi direi che la mia scrittura si svolge in queste tre lingue come se fossero tre possibili bocche concomitanti che cercano di esprimere una visione sul mondo. Ho vissuto e vivo in una società dove le lingue convivono, si toccano, si sovrappongono, e pensare il mondo non è stato per me un processo avvenuto in un’unica lingua, al contrario. Ho sempre pensato e sentito il mondo concomitantemente in più lingue e più registri semiotici. Questo è fondamentale per capire chi sono, come penso e come mi rapporto alle cose concrete e alle idee, alle parole e al silenzio. Quindi è stato naturale confluire verso una scrittura che rifiuta questo argine rigido dell’unica lingua.

 

Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in altre lingue oltre all’italiano ?

Credo di aver in parte già risposto a questa domanda. Non è stato superare un confine, ma piuttosto accettare qualcosa che in me era già presente, nella pratica quotidiana e anche nella formazione letteraria che mi ha impregnata. Una formazione plurale e senza gerarchie di peso e importanza, tra i grandi nomi del Novecento italiano, quelli di lingua spagnola, i francesi, la poesia di lingua inglese (in particolare la scoperta per me stravolgente di Seamus Heaney) e quello che è stato forse il poeta più letto e riletto, Paul Celan.

 

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

La scoperta di un mondo che si rivela quando si riesce a entrare nella scrittura di un autore o di un’autrice attraverso la lettura dei suoi testi, ancor meglio se letti, ascoltati in lingua originale. Ecco, questa consapevolezza – la possibilità di accedere senza mediazioni all’universo pensato e visto dall’altro – è stata una piccola rivoluzione dentro di me. Di quelle che ti fanno prendere importanti decisioni, come lo è stata l’assunzione di una scrittura plurilingue che respira con ritmi e passi diversi ma che funziona appunto nella convivenza tra le sue tre sponde.

 

da Poesie scelte. 2000-2012 (Giuliano Ladolfi Editore, 2013)

Quella ripetuta partenza
a lungo simulata dai treni
si muove a strapiombo sulla memoria

ed è mia la mano assassina
che stritola il cuore
come la scia sulla neve.

*

Attraversiamo paesaggi
come si ritorna
a un ricordo
che non si vuol più ricordare.

Allo sbocco della galleria
ci è data
la stessa motagna
e l’altra faccia di noi stessi:
stranieri
e già così lontani
dall’istinto della lingua.

*

Uso una lingua
di respirazione incerta
perché non percorre
né il midollo
né la torsione
del verbo

: non sa più recidere i volti
ancora vivi nei ritratti,
e diserta in me la voce.

*

questa scrittura che dice e riempie
il vuoto delle notti in cui tante stelle
e diverse lingue non traducono
ciò che conta ciò che davvero importa
perché lo stomaco non bruci più
e cose e nuove parole trovino
nel loro ossario senso e pace

*

Nella città ho seminato indizi,
orme che illuminano
il cammino del ritorno,
una qualsiasi via d’uscita
in caso d’incendio.

Nella città ho fatto il trapianto,
non uno, ma diversi
codici allo stesso tempo
si sono mischiati
come colla alle parole.

*

era un bambino timido,
gli piaceva starsene alla stazione
per vedere i treni
carichi di frontiere

quasi non s’accorse che la storia
sfrecciava puntuale su quelle rotaie

la mano tesa
verso nessuno,
molti passeggeri senza biglietto
quel giorno
scorrevano verso il vuoto,

la mano scarna
che già imitava la pietra.

 

Prisca Agustoni è nata nella Svizzera italiana, dove è cresciuta. Si è poi trasferita a Ginevra, dove ha svolto gli studi universitari in lettere ispaniche e filosofia, e dove ha fatto del teatro e ha iniziato a scrivere. Dal 2003 vive tra la Svizzera e il Brasile, dove lavora come docente di letteratura italiana. Scrive e si autotraduce in italiano, francese e portoghese. Lavora anche come traduttrice letteraria. Ha realizzato letture in diversi festival internazionali di poesia, e integra il comité scientifico del festival Chiasso Letteraria, in Svizzera. Dal 2009 fa parte della Compagnia delle poete, diretta da Mia Lecomte. Tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano l’antologia Poesie scelte. 2000-2012 (Giuliano Ladolfi Editore, 2013); Cosa resta del bianco (Capelli Editore, 2014); Un ciel provisoire (Samzidat, 2015); Casa dos ossos (Macondo, 2017).

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

 

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