Dalla prefazione di Franca Alaimo

I testi poetici di Le cassette di Aznavour continuano un discorso cominciato con Inventario per il macellaio che può essere facilmente inquadrato, per molte caratteristiche, all’interno di quella “paesologia” teorizzata dal noto poeta Franco Arminio: una sorta di corrente di pensiero avente come suo nucleo ispirativo l’ambiente paesano con il suo insieme di caratteristiche socio-economiche e riti e tradizioni che ne raccontano la resistenza di contro l’assedio omologante dei modelli massmediali. Ma, mentre in linea generale non si può non concordare con questa lettura (peraltro condivisa dallo stesso poeta che in Arminio riconosce un autore di riferimento), ad un’analisi più intima della poesia di Grato, sembra piuttosto che egli, pur attingendo la materia del suo canto soprattutto, ma non solo, dallo spazio e dalle biografie dei genitori e degli abitanti del paese di Mezzojuso (dove vive, per scelta, con la sua famiglia), mettendo in scena situazioni e tradizioni ancora esistenti vuoi più per abitudine o inerzia imitativa che per intima convinzione (alla luce anche dei comportamenti della nuova generazione), vi sia indotto per coerenza intellettuale, in quanto consapevole di potere parlare, come fa ogni poeta “onesto”, solo di ciò che conosce per averne esperienza diretta. Si direbbe, piuttosto, che il fenomeno sociale della resistenza del passato proprio di certe micro-società del Sud, si riveli utile alla volontà del poeta Grato di dare voce ad una personale inquietudine (sottesa in questa sua narrazione in versi) massimamente rafforzata dal sapere che, più resiste una diversità, più doloroso (quanto inevitabile) è/sarà il suo declino. […] Di fatto tutti i testi poetici dell’autore siciliano hanno una cornice stagionale, la cui mutevolezza può contare però sulla legge dell’eterno ritorno, al contrario degli esseri umani: estati e inverni, cieli tersi e tempestosi, paesaggi costituiscono il contenitore indifferente e monotono (per quanto scenograficamente bellissimo e potente) dei fatti, delle faccende umane, delle fatiche, dei sogni, in cui il passato è comunque meno labile del futuro, ché, anzi, la luce che illumina di senso il presente proviene tutta soltanto da quello. In questa personale percezione del passato molto importante è la funzione delle fotografie. […] Il fatto è che l’uomo cerca sempre di trovare il senso ultimo della vita, di imprigionarla in certe forme per meglio conoscerla, ma le forme delle cose e delle persone amate scompaiono ininterrottamente. Lo scrittore assolve questo rito ricorrendo alle parole (“le parole piccola luce di sole”) con le quali affronta l’interminabile lutto, gettando la loro rete nel mare della memoria per tirarne su una qualche forma residua, un guizzo che risplenda almeno per un poco, essendo la stessa rete di parole che li evoca una magnifica illusione sonora. Bisogna allora che le cose dette, gli individui evocati assumano un valore simbolico che li renda archetipici per aspirare ad un significato universale. Se si legge da questo punto di vista la poesia di Grato, si ha, infatti, l’impressione che, più si infittiscano i dettagli (nomi di vie, città, paesi, quartieri, feste locali) più lo spazio si dilati annullando ogni specificità geografica, e che le storie individuali emblematizzino una condizione esistenziale universale: l’uomo, qualunque sia il luogo, il tempo, l’insieme dei suoi  affetti, è destinato all’indistinzione dell’annientamento. La malattia, la vecchiaia, così spesso presenti nei versi del poeta, siciliano, sono condizioni che preparano lo sbiadimento progressivo dell’individuo. Non si tratta, allora, di ricordare un micro-cosmo con nostalgia. Non esiste un viaggio di ritorno. Resta il dolore, ma impotente e anche questo individuale e temporaneo. Forse si tratta, raccontando e attivando la memoria, di creare spazi sempre più ampi per la sacralità nella dimen-sione quotidiana. […] E tanto più umili sono le cose di cui l’individuo si circonda (case, arredi, oggetti domestici, vesti), tanto più cresce la distanza fra l’apparente semplicità della vita e il significato universale di una dolenza in cui ogni cosa sprofonda, e ogni uomo, sia pure animalmente senza il soccorso o il filtro della cultura, sente la lacerazione dell’essere al mondo. Questo significato universale non contraddice la sicilianità dell’ambientazione, la scelta di una lingua che suona nel suo complesso dialettale, non solo perché ne accoglie molti termini (fra l’altro usati soprattutto per la loro efficacia sonora), ma perché ha della parlata siciliana quella caratteristica di toccare i vertici della ricerca filosofica attraverso una strumentazione lessicale e sintattica povera, legata non tanto agli strumenti sofisticati della ragione, quanto all’evidenza dell’osservazione concreta, e a quella capacità di giungere al cuore delle questioni prendendo a paragone le cose più umili, così la nuvola che “sale/come una ricotta nella pignata”, o la preghiera mattutina che assume la forma di “una pagnotta calda con l’olio”, o “il volo del moscone” che ridesta la vita e “contiene la voce di tutte le cose”. Nessun crepuscolarimo, allora, come qualcuno sarebbe tentato di dire, piuttosto quella scuola di grandi scrittori siciliani (quali Verga, Consolo, Bufalino, Bonaviri), che non esclude, per certi aspetti, una consonanza importante con Pascoli, Caproni, Penna, Montale e altri la cui lezione pure traspare e che colloca a buon diritto Nicola Grato all’interno del panorama della tradizione letteraria italiana, ma con notevoli spunti di originalità, che gli permettono di essere perfettamente riconoscibile fra molti.

da Le cassette di Aznavour (Macabor 2020)

Finis.

sul colle dove c’era la casa diroccata
guardavamo le stelle a prima sera:
il Carro Aldebaran Sirio Orione.
Nella casa di sotto (che poi avremmo venduto)
c’era mia madre sola – annegata nel corpo
disfatto dell’estate, blaterava parole:
una spiga recisa la sua mente di falco
già da tempo la morte le aveva dato scacco.

*

l’amore che hai amato

l’amore che hai amato non perdona:
così non ti perdona la campagna –
il silenzio che rode la memoria;
il mare l’hai lasciato al mare e ai pesci:
dove sono i puzzle da mille pezzi?
E dove le cassette di Aznavour?
L’amore che hai amato ti ha donato
solo un soffio di vento, una distanza.

*

visioni

parlavi con riguardo delle tante
visioni avute: fuoco, fiamma, vento –
chiamavi spirito di mutamento
le continue tue erranze, la distanza
dal mondo come un mantra ripetuto
disgusto delle Lido, sere arrese
al niente di campagna; ad ogni mese
un grano di rosario, ogni minuto
sfibrarsi di sinapsi: il puro tutto
chiuso nella mente, il puro niente
un campo coltivato, il figlio assente.

*

le cose che lasci

una giacchetta di lana marrone
una gonna di tweed maciullata
dalle tarme, pacchetti di Halls
con qualche caramella ormai ridotta
a un tuttuno vischioso. Poi tabacco
sparso ovunque, ma specialmente al fondo
delle borse: quanto spreco, si muore
lasciando tabacco sparso, giacchette
lise, gonne tarlate, caramelle squagliate
parole smozzicate sui biglietti
sulle ricevute dell’Agenzia
delle entrate.

*

veranda di via Cristoforo Colombo

cerca una benedizione di sole
il gatto grigio vicino al gazebo
del prete che si chiamava Parrino
(ne ridevi con tuo marito Pietro).
Tu sei lì che cucini, con le suole
bucate delle ciabatte: l’arredo
della casa invecchiato, la veranda
umida dei vapori dell’autunno:
castagne, brocioloni, condimento
per la pasta coi broccoli in tegame.

*

Dicembre 2009

quando morì mio padre era dicembre,
faceva caldo, c’era un sole bianco
e la foschia a mare. Ritornavo
spesso in quei giorni a casa, alla contrada
che tanto amava– nell’orto di zucche
marce fermavo gli occhi: una preghiera,
sentire freddo al collo, con le mani
toccare l’aria chiara, e mi chiedevo
se conoscevo davvero quell’uomo,
se da ragazzo magari osservava
con smarrimento finire l’autunno ‒
arriva inverno e tramontana cruda.

*

è più sola la morte

è più sola la morte, la campana
della chiesa chiusa, la strada vuota
mentre piove. Le sette del mattino
la ruota delle stagioni, la mano
di scopa dimenticata una sera,
i discorsi sul pane con mio padre –
parole crocifisse nel deserto.
Non è la guerra, è il giorno con
le sue pieghe il solito giorno
di livore e dolcezza, le cose che
abbiamo lasciato, la brezza –
non sai da quale lontananza venuta.

 

Nicola Grato (Palermo, 1975) è laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo. Insegnante di scuole medie, ha pubblicato due libri di versi, Deserto giorno (La Zisa 2009) e Inventario per il macellaio, (Interno Poesia 2018), uno di racconti, Teresa vestita di vento (Aletti 2015) oltre ad alcuni saggi sulle biografie popolari (Lasciare una traccia e Raccontare la vita, raccontare la migrazione, in collaborazione con Santo Lom-bino); sue poesie sono state pubblicate su riviste cartacee e on line e su blog quali: “Atelier Poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Poetarum Silva”, “Margutte”, “Compitu re vivi”, “lo specchio”, “Interno Poesia”, “Digressioni”, “larosain-piu”, “Poesia Ultracontemporanea”. Ha svolto il ruolo di drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA), scrivendo testi da Bordonaro, D’Arrigo, Giono, Vilardo.

 

Foto di Fabio Trisorio

 

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